MARTEDÌ DELLO XENO – I RICICLATORI

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO degli esseri provenienti dall’universo di Farscape, apparsi però non nel telefilm vero e proprio ma nel GDR derivato, pubblicato dalla casa editrice AEG nel 2002 e inedito in Italia.

I Riciclatori (in originale “Recyclers”) sono creature biomeccanoidi di origine sconosciuta ma molto diffuse in giro per la galassia.
Alimentati da semplice luce solare, ce ne sono di diverse forme e varietà, in media lunghi circa un metro e mezzo. In generale tutti hanno l’aspetto di insettoni meccanici a otto zampe, con il corpo che sembra fatto di circuiti stampati e altre componenti tecnologiche come antenne, visori e appendici multiuso.

Non si tratta di esseri davvero senzienti, anche se dimostrano comunque una spiccata intelligenza di tipo animale e dei tratti sociali molto marcati.
Si muovono infatti sempre in gruppo, e se per caso un esemplare finisce isolato per qualche motivo, si “disattiva” (nel senso che diventa mogio, come se fosse triste) fino a quando non si riunisce ad altri della sua specie.
Inoltre, riconoscono e obbediscono al loro padrone con un certo zelo.

La caratteristica principale dei Riciclatori, quella da cui deriva il nome, è però di poter consumare i materiali ed espellerli in una forma raffinata.
Non è infrequente infatti che vengano utilizzati nelle operazioni minerarie, mangiando i metalli grezzi per trasformarli in lingottini. Oppure nell’edilizia, per produrre materiali da costruzione partendo da quelli di scarto. O ancora sulle astronavi, dove consumano anidride carbonica per trasformarla in carbonio e ossigeno puri, creando di fatto nuova aria respirabile.
Volendo, dai materiali ingeriti, possono anche creare oggetti con una forma specifica, un po’ tipo stampante 3D, purché non si tratti di cose troppo complesse.

Di norma non possono invece processare materiale organico o addirittura vivente, per via di una specie di protocollo di sicurezza interno.
Sembra però che molti pirati spaziali, che già si servono dei Riciclatori per aprire portelloni chiusi e casseforti, abbiano imparato ad aggirare questo blocco, così da utilizzarli anche per far sparire i corpi delle loro vittime senza fatica!

MARTEDÌ DELLO XENO – I RAKKA

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO voglio raccontarvi degli alieni cattivi che fanno da antagonisti nel cortometraggio indipendente “Rakka”, pubblicato nel 2017 dagli Oat Studios di Neill Blomkamp (regista, tra le altre cose, di “District 9” ed “Elysium”).

I Klum (pronunciato “Klumi”) sono una specie extraterrestre di cui non si conosce l’origine ma solo la crudeltà.

Hanno l’aspetto di rettili antropomorfi alti poco meno di tre metri, interamente ricoperti di scaglie scure, dotati di due gambe e ben quattro braccia: due “principali” e due “secondarie”, più piccole, poste all’altezza di metà busto. Le loro mani, inoltre, hanno quattro dita.
Il volto invece è allungato e culmina in vere e proprie fauci che ricordano quelle di un coccodrillo, dalle quali però emerge una lingua biforcuta come quella dei serpenti.
Gli occhi poi sono tanti, piccoli e completamente neri, distribuiti ai lati del viso.

A livello tecnologico, per quanto la cosa non sia molto approfondita, sembrano particolarmente evoluti. Possono infatti controllare una sostanza fluida di colore nero chiamata “Swax”, facendole assumere la forma e le caratteristiche che desiderano.
È attraverso quella che creano tutto ciò di cui hanno bisogno: armi, armature, veicoli e persino edifici.

La loro capacità più pericolosa però è sicuramente quella di controllare la mente delle altre creature con lo sguardo, costringendole ad agire come vogliono loro.
Per questo la Resistenza umana è stata costretta a dotarsi di uno speciale dispositivo (simile a una fascia/elmetto da indossare sulla testa) capace di bloccare la loro influenza.

Ma perché parlo di “Resistenza Umana”?

Perché, nell’universo il cui si svolge il cortometraggio, i Klum hanno invaso la Terra, sterminato buona parte della popolazione e reso schiavi quasi tutti i superstiti.
Non solo, hanno anche iniziato una vera e propria terraformazione del pianeta, creando gigantesche torri di swax che stanno riempiendo l’atmosfera di metano, cosa che rende sempre più difficile agli umani anche solo respirare.

E il motivo dietro alle loro azioni sembra essere, pensate… l’invidia.
A quanto pare, infatti, altre creature aliene simili ad Angeli che loro prima veneravano come divinità, ora li hanno in qualche modo rinnegati, preferendo dedicare le loro attenzioni ai terrestri.
Per questo, i Klum non si lesinano in torture e sadici esperimenti sui loro prigionieri, cercando ossessivamente di capire cos’abbiamo noi che loro non hanno.

Ultima nota: se vi ho incuriositi e volete vedere il cortometraggio, lo trovate disponibile gratuitamente su YouTube, a questo link. Dura “solo” una ventina di minuti, ma a me è piaciuto tantissimo!

I VIAGGIATORI DELLA SERA

 

Di recente ho visto piuttosto ripresa sui social una scena presa da “I Viaggiatori della Sera”, film del 1979 di (e con) Ugo Tognazzi, dove lo si vede rispondere in maniera sgarbata al petulante nipotino Antonluca.

Quello scambio di battute che sembra provenire da una qualsiasi commedia all’italiana, però, è decontestualizzato: la pellicola riprende infatti abbastanza fedelmente l’omonimo romanzo di Umberto Simonetta, uscito nel 1976, che ha toni ben più distopici e angoscianti.

In quello che allora era un prossimo futuro, l’autore descriveva un’umanità (o quantomeno l’Italia) piagata da un grave problema di sovrappopolazione.
E per risolverlo, un non meglio precisato governo autoritario ha istituito una legge che impone ai cittadini di trasferirsi in specifici “Villaggi Vacanze” una volta compiuti i 49 anni, abbandonando così le loro case e qualunque altra attività svolgessero prima.

Le virgolette non sono messe a caso, perché i cosiddetti Villaggi Vacanze sono in realtà dei lager ricoperti di vernice dorata. Posti dove gli “ospiti”, pur potendosi dare alla pazza gioia, sono costretti a partecipare a un’estrazione mensile i cui vincitori hanno la “fortuna” di partire per una crociera dalla quale non faranno più ritorno.
E per cui prima dell’imbarco ti danno l’estrema unzione, giusto per evitare equivoci.

Non a caso, molti “anziani” scelgono di togliersi la vita prima di essere costretti a partire per uno dei Villaggi.
Altri invece semplicemente si rassegnano al loro destino e stanno al gioco, cercando di godere appieno e senza freni i loro ultimi momenti.

Insomma, il romanzo di Simonetta descrive un quadro che mi ha sinceramente turbata: un futuro dove la disumanizzazione è di casa e comunemente accettata all’interno della società.
Un perfetto esempio di distopia “sottile”, giocata sul filo della morale, senza bisogno di grandi disastri o esplosioni atomiche.

MARTEDÌ DELLO XENO – GLI OCTOGORI

 

La settimana scorsa siamo andati sulla fantascienza d’autore e sul filosofico ma oggi, in questo MARTEDÌ DELLO XENO a cavallo tra le festività, credo sia più opportuno puntare a qualcosa di più easy: la fantascienza trash.

In particolare, voglio parlarvi degli Octogori (“Octogores” in lingua originale), una specie di alieni invasori del tutto simile a ragni giganti, alti fino a sei metri e con zampe grandi quanto pali della luce.
Si tratta di esseri intelligenti e maligni, arrivati sulla Terra da un pianeta lontano inseguendo gli esuli di un’altra specie chiamata Arachno-Sapiens (questi ultimi in grado di trasformarsi da ragni giganti a umani e viceversa) dopo averne conquistato il mondo d’origine e ridotto in schiavitù la maggior parte.

Già che ci sono però hanno deciso di schiavizzare anche gli abitanti di Saginaw, nel Michigan, contaminando la riserva idrica della piccola città con le loro uova. Cosa che, in teoria, dovrebbe trasformarli in ragni.
Un piano che, fortunatamente per noi, verrà fermato da un gruppo di ragazzini umani e alcuni Arachno-Sapiens.

Ma da dove viene questa storia degna di un B-Movie di bassa lega?

È la trama del libro horror per ragazzi “Sinister Spiders of Saginaw”, il nono della serie “Michigan Chillers” (molto simile ai ben più noti Piccoli Brividi, arrivati anche nel nostro paese) scritta da Johnathan Rand e pubblicata da AudioCraft Publishing Inc. all’inizio degli anni 2000.
L’ho scoperta per caso durante una delle mie tante ricerche in giro per l’internet, e non potevo certo tenermela per me!

SHOKTIR LORAI, IL ROBOCOP BANGLADESE

 

Qualche mese fa vi ho parlato di Lady Battle Cop, la versione giapponese e femminile di RoboCop.
Come mi aveva fatto notare qualcuno nei commenti, però, non è certo quella la scopiazzatura più imbarazzante e trash del cyborg di Verhoeven.

Oggi vi racconto quindi di “Shoktir Lorai”, il remake a bass(issim)o costo girato in Bangladesh a metà degli anni ’90 (alcune fonti dicono 1996, altre 1997, altre ancora 1998. Non sono riuscita a capire quale sia corretta).

Il film è esattamente quello che credo stiate immaginando guardando la foto: un adattamento molto semplificato della storia originale, con l’aggiunta di alcuni balletti e altri elementi eccentrici (e più economici da mettere in scena).

A dirla tutta, la prima ora è davvero interminabile, con una lunga introduzione del protagonista, un poliziotto di nome Johan, della sua famiglia felice e vari altri comprimari.
Nel mentre, due scienziati mettono a punto una formula chimica (pare) per il lavaggio del cervello. Scoperta alla quale un Boss criminale della zona è particolarmente interessato.
Facendola breve, a un certo punto le trame si intrecciano, la situazione si complica e sia Johan che sua figlia vengono fatti fuori dai malviventi.

Lui però viene ovviamente “ricostruito” come potente cyborg, anche se non è ben chiaro come, e dotato di un’armatura (rimovibile, sembrerebbe) che è la copia economica e un po’ raffazzonata del suo alter-ego statunitense.
Anche lui, tra l’altro, inizialmente ha perso la memoria. Poi però ricorda ciò che i criminali hanno fatto a sua figlia e parte per la sua personale spedizione punitiva.

Ed è qui che il film comincia a dare il meglio di sé: nel momento in cui Johan entra in scena con l’armatura, infatti, il divertimento si impenna. E da lì in poi seguono continue scene d’azione e scazzottate, in una escalation di nemici che parte dai criminali di strada fino ad arrivare al Boss malavitoso contro cui vuole vendicarsi.
Che nel frattempo ha rapito la figlia di uno dei due scienziati per obbligarlo a trasformare in cyborg una delle sue tirapiedi, così da avere una guardia del corpo in grado di competere con Johan. E, di conseguenza, regalare al pubblico uno scontro finale epico.

Cos’altro dire? Shoktir Lorai è un perfetto esempio dei film a basso costo che venivano prodotti in quei paesi in quell’epoca, cercando cavalcare un minimo il successo delle loro controparti hollywoodiane.
Pensate che a un certo punto, senza motivo apparente, si sente in sottofondo il tema musicale del Superman con Christopher Reeve. In un altro momento, invece, viene utilizzata (spudoratamente) la sequenza di apertura della fondina nascosta nella gamba del RoboCop originale.
Insomma, non si può prenderlo sul serio nemmeno volendo!

Però rivisto oggi come B-Movie ha il suo fascino e, a patto di superare la prima ora, regala moltissimi momenti divertenti anche se non si capisce una parola di quanto viene detto.
A tal proposito, voglio riprendere uno stralcio da una recensione nella quale sono incappata durante le mie ricerche, che riassume tutto perfettamente:
“La versione che ho trovato su YouTube aveva un audio così pessimo che i sottotitoli automatici riuscivano a scrivere solo [musica] e [applausi] (di solito in corrispondenza degli spari). Questo non ha minimamente intaccato il divertimento.”

Io invece non riesco a non pensare che se solo avessero aggiunto al costume una visiera scura che coprisse gli occhi del protagonista, forse sarei riuscita a prendere il film un minimo più sul serio.

In ogni caso, se volete vederlo con i vostri occhi, lo trovate facilmente su YouTube, completo. Poi però fatemi sapere se vi è piaciuto!

MARTEDÌ DELLO XENO – L’OCEANO DI SOLARIS

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO [questa settimana anticipato al lunedì] vi racconto di una forma di vita aliena molto particolare: l’oceano del pianeta Solaris, inventato dallo scrittore polacco Stanisław Lem per il suo romanzo del 1961 (intitolato, per l’appunto, “Solaris”).

Si tratta di qualcosa profondamente avvolta nel mistero: un vero e proprio oceano vivente, composto da una sostanza gelatinosa (chiamata “matrice”) organica ma priva di cellule, organi o sistema nervoso identificabili, che ricopre quasi per intero la superficie di Solaris.
E nonostante nel libro sia stato scoperto assieme al pianeta da oltre cent’anni, l’uomo non è ancora riuscito a comprenderne nulla.

Non si capisce quanto sia senziente, quali siano i suoi obiettivi (ammesso che ne abbia), la sua composizione o come faccia ad aggiustare i campi magnetici e gravitazionali per modificare l’orbita a suo piacimento.
Men che meno si riesce a comunicare con lui, anche se appare ovvio che reagisca a determinati stimoli e interagisce con gli esploratori umani, seppur indirettamente.

La sua capacità più sorprendente è però quella di riuscire a leggere i ricordi e l’inconscio delle persone, materializzando (non è chiaro in che modo) delle copie perfette di un loro caro (spesso defunto) indistinguibile dall’originale (anche nel comportamento) e inconsapevole di essere una replica.
Un’analisi approfondita rivela però che queste copie, chiamate “Visitatori” dai protagonisti del romanzo, sono fatte di neutrini, cosa che le rende in grado di ricomporsi perfettamente anche dopo essere state distrutte.

Un altro comportamento strano dell’oceano di Solaris è quello di creare i cosiddetti “Mimoidi”: gigantesche strutture composte della sua stessa gelatina, talvolta anche molto complesse e arzigogolate, che dopo un periodo di tempo variabile (da pochi minuti a settimane) si “sciolgono” per rimescolarsi con la matrice.
Ancora una volta, non si ha idea del perché lo faccia, anche se questa sembra essere la sua principale attività.

Mi piacerebbe concludere quest’articolo con una spiegazione di qualche tipo, ma credo che il punto dell’opera di Lem sia proprio quello di lasciare l’interrogativo nel lettore e spingerlo a formulare la propria ipotesi personale.
Il punto dell’esistenza di Solaris, forse, è proprio quello di sfuggire alla conoscenza umana. Ed è per questo che risulta tanto affascinante.

LEGEND

 

Conoscete “Legend”?

È un telefilm a tema western-fantascientifico del 1995 prodotto (tra gli altri) da Paramount per essere trasmesso sui canali del gruppo televisivo UPN.

I protagonisti sono due nomi stra-noti del piccolo schermo: John de Lancie (il Q di Star Trek) e Richard Dean Anderson (allora noto soprattutto per il ruolo di MacGyver), qui in una STRANISSIMA versione con i baffoni.
Comunque un’accoppiata che da bambina, vedendola sullo schermo, mi avrebbe fatto semplicemente impazzire!

La trama ruota proprio attorno ai loro due personaggi e comincia quando Janos Bartok, un eccentrico inventore sulla falsariga di Nikola Tesla, attira in una piccola città del Colorado lo scrittore Ernest Pratt, autore di una famosa serie di romanzi che vede protagonista l’eroico avventuriero Nicodemus Legend.
Pratt è l’esatto opposto del suo personaggio: rozzo, donnaiolo, amante dell’alcool e del gioco d’azzardo. In più, in quel preciso momento, è in pieno blocco dello scrittore e con gli editori che premono per avere da lui nuovo materiale da pubblicare.
Come se non bastasse, poi, i suoi racconti sono scritti in prima persona. E siccome ha anche posato per il ritratto posto in copertina ai libri, la gente comincia erroneamente a credere che lui sia DAVVERO Legend.
Così, un po’ per adulazione e un po’ nella speranza di riuscire a “sbloccarsi”, seppur riluttante, accetta di aiutare Bartok e il suo assistente Huitzilopochtli (entrambi suoi grandi fan) a compiere nobili imprese e combattere banditi, impersonando proprio il suo personaggio.
Tutto questo sfruttando le geniali ma talvolta strampalate invenzioni dell’uomo, tutte in puro stile teslapunk!

Purtroppo, nonostante queste buone premesse, i nomi importanti coinvolti e il plauso della critica, a causa di alcune difficoltà interne al network la serie non decollò mai davvero e alla fine furono prodotti soltanto 12 episodi prima della sua cancellazione.
Per quello che sono riuscita a scoprire durante le mie ricerche, tra l’altro, in Italia non arrivò mai. Ed è un peccato, perché credo che qui, in quegli anni, avrebbe potuto incontrare un certo favore del pubblico!

Chiudo l’articolo con una citazione dall’episodio pilota che mi ha colpita. Parole che Bartok (de Lancie) pronuncia a Pratt (Dean Anderson):

“Your celebrity has the power to give our enemies pause.
My science can increase that reputation.
And together, we will create the real Legend!”

[La tua fama ha il potere di far esitare i nostri nemici.
La mia scienza può accrescere la tua reputazione.
E, insieme, creeremo la vera Leggenda!]

MARTEDÌ DELLO XENO – I GIOVIANI DI SPACE PATROL

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO [eccezionalmente spostato al mercoledì] degli alieni vintage che mi hanno colpita per il loro aspetto fisico e fatto scoprire l’esistenza di “Space Patrol”, una serie televisiva di fantascienza britannica del 1962 interamente realizzata con le marionette!

I Gioviani sono una specie extraterrestre originaria – lo dice il nome stesso – del pianeta Giove, in quest’universo ricoperto di vegetazione palustre.

Hanno il corpo pingue, praticamente sferico, con gambe corte e tozze che si contrappongono a braccia molto estese. Tutto ciò è poi ricoperto di pelo, con l’eccezione di mani, piedi, collo e volto.
Il collo in particolare è forse la loro caratteristica più strana: molto lungo e, soprattutto, composto da due strutture tubolari separate, attorcigliate tra loro a elica. Sembra inoltre che possano persino girarlo all’infinito, ruotando la testa a 360 gradi senza sforzo, anche più di una volta (alla faccia di Regan MacNeil).
Il viso invece presenta un naso particolarmente pronunciato e una bocca molto larga, senza mento. Anche gli occhi sono grandi e neri, con una trama interna appena-appena visibile che ricorda quelli delle mosche.

Della loro civiltà non si sa molto, ma sembra che siano primitivi o comunque tecnologicamente molto scarsi.
Sono però di indole buona e amichevole, anche se timida, e molto volenterosi. Più di una volta infatti hanno aiutato il personale dell’Organizzazione Galattica Unita a compiere varie mansioni nei loro avamposti su Giove.

E poi guardate che faccino, mi stanno troppo simpatici!

IL PRIMO TIMECOP ERA UN FUMETTO

 

Ma voi lo sapevate che prima di diventare un famoso film con Jean-Claude Van Damme, Timecop era un fumetto?

Una proto-storia divisa in tre parti, intitolata “Time Cop: a man out of time” fece la sua comparsa sui numeri 1, 2 e 3 (agosto, settembre e ottobre 1992) della rivista antologica “Dark Horse Comics”, pubblicata dall’omonima casa editrice.

Gli autori erano Mike Richardson e Mark Verheiden, gli stessi che poco dopo si occuperanno di scrivere anche la sceneggiatura per il film, poi a sua volta riadattata in forma di fumetto per accompagnarne l’uscita, nel 1994.

Mi spiace solo che, nelle mie ricerche, non sono riuscita a trovare notizie di un’eventuale pubblicazione italiana. Il che mi sembra strano: visto il successo commerciale ottenuto dalla pellicola mi sarei aspettata almeno la pubblicazione del suo adattamento, essendo tra l’altro solo due numeri. E invece nulla.
È un peccato! Se qualcuno dovesse saperne qualcosa mi faccia sapere!

[Nell’immagine, l’agente Max Walker illustrato da Dave Dorman, preso dalla copertina dell’albo con la sua prima apparizione.
I disegni per i fumetti veri e propri, invece, furono entrambi opera di Ron Randall.]

MARTEDÌ DELLO XENO – GLI AQUILONI SATURNIANI

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO rimaniamo sul filone “creature strane” ma ci spostiamo nella fantascienza americana degli anni ’40 per scoprire degli esseri che – lo ammetto – mi hanno incuriosita a partire dall’illustrazione.

Gli Aquiloni Saturniani (in originale “Saturnian Kites”) sono animali originari, lo dice il nome stesso, del pianeta Saturno.
Leggeri ma piuttosto voluminosi quando sono in volo, hanno otto lunghe zampe collegate tra loro (a gruppi di quattro) da una membrana che ricorda il patagio dei pipistrelli o degli scoiattoli volanti. Ogni zampa culmina con un tre artigli ed è collegata, dall’altro capo, al corpo, dal quale si protendono anche una piccola e rozza testa e delle frange che fanno da “coda”.

Al di là dell’aspetto fragile, sono predatori insettivori molto astuti che cacciano con un sistema ingegnoso: si ancorano a una roccia o qualcos’altro di solido grazie a un fluido appiccicoso prodotto da alcune loro ghiandole e poi si lasciano sollevare dal vento rimanendo attaccati solo per un filamento sottile ma molto resistente.
Una volta su, sostenuti dalla corrente, allargano le “ali” per catturare più insetti possibile, di cui poi si ciberanno.
Praticamente fanno la pesca a strascico in aria!

E questo è tutto ciò che si sa di loro, considerando che appaiono solo in un breve paragrafo del racconto “Guai su Saturno” di Arthur K. Barnes, pubblicato per la prima volta sulla rivista “Thrilling Wonder Stories” del febbraio 1941.
Uno dei tanti del ciclo dedicato alla Cacciatrice Interplanetaria Gerry Carlyle.

L’illustrazione che vedete in foto (l’unica ufficiale mai realizzata di queste creature, per quel che ne so) proviene invece dalla raccolta “Interplanetary Hunter”, pubblicata nel 1956, ed è opera dell’artista Ed Emshwiller.

In Italia, il racconto “Guai su Saturno” è stato invece pubblicato solo una volta e molti anni più tardi, nel 1981, all’interno della raccolta “L’arca dell’infinito” di Libra Editrice, assieme a tutto il resto del materiale su Gerry Carlyle scritto da Barnes.

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