THE FINAL CUT – INSTAGRAMMABILI POST-MORTEM

 

La Ghigliottina… sei come un becchino, o un prete, un imbalsamatore. O forse tutti insieme. Il tuo lavoro è vedere una vita dopo l’altra. La gente normale ne vede solo una. Com’è la vita delle persone? Ci trovi un senso? Sembra tutto possibile e così casuale.
– Sei mai stata a un Rememory?
– No.
[L’uomo le mostra alcune sequenze della vita di uno sconosciuto sullo schermo della Ghigliottina, suscitando una forte risposta emotiva nella donna.]
– È incredibile. Che fine fanno le parti tagliate?
– È una sintesi: concisa, simmetrica. Il mondo come mi appare. Come lo vedo io.
– Come mai questa scelta?
– Era nel mio destino.
– Lo era anche vivere la tua vita.

Dialogo tra Delila (Mira Sorvino) e Alan Hakman (Robin Williams), dal film “The Final Cut” (2004, regia di Omar Naim).

Basato su un soggetto originale dello stesso regista, la pellicola propone un’ambientazione interessantissima: un futuro non troppo lontano in cui i più abbienti possono far impiantare nel cervello dei propri figli un dispositivo che ne registra in soggettiva (e a loro insaputa) l’intera vita.
Quando poi questa termina, un Montatore esperto confeziona, utilizzando un super-computer chiamato Ghigliottina, il cosiddetto “Rememory”. In pratica, un film riassuntivo dell’esistenza di quella persona, quasi sempre infiocchettato e privo delle parti più torbide (“quelle che non è il caso di ricordare”), che resterà come una sorta di suo archivio storico ufficiale.

Mettendo per un attimo da parte gli aspetti thriller del film, sono abbastanza disturbata da questo scenario, anche se non lo collocherei subito con sicurezza nel distopico come farei con altri.
Forse è perché la cosa viene raccontata in modo molto delicato, o forse perché è un po’ l’estremizzazione del classico concetto stereotipato secondo cui “dei morti si ricorda solo il bello”.
Ma questo solleva tantissimi dilemmi etici e morali: chi decide cosa è degno di essere ricordato e cosa no? Lasciar sprofondare nell’oblio i difetti di qualcuno non ne snatura l’essenza? Non è mostruoso entrare così tanto nell’intimo di una persona solo per fare un po’ di taglia e cuci e renderla “instagrammabile post-mortem”?

Poi la personalità di Alan, che invece di vivere la propria vita preferisce concentrarsi sul “ripulire” quelle dei defunti, risultando così distaccato, freddo e manipolatore, mi ha intrigata tantissimo. Un solitario (e soprattutto solo) “mangiapeccati”, come definisce sé stesso. Custode di segreti che non gli appartengono davvero.

MARTEDÌ DELLO XENO – GLI ANELLIDI

 

Per il MARTEDÌ DELLO XENO di oggi sono andata a ripescare dei buffi alieni del cinema nostrano, apparsi nel film “Totò nella Luna” (1958, regia di Steno), parodia delle classiche pellicole di fantascienza tanto in voga in quel periodo.

Gli Anellidi sono creature extraterrestri e potenzialmente extradimensionali la cui origine è avvolta nel mistero.
La loro voce è artificiale, quasi robotica, e quando si manifestano hanno l’aspetto di sfere fluttuanti metalliche, sorrette da un anello che vortica subito al di sotto e – presumo – da cui deriva il loro nome.
A completare questa “testa” troviamo poi due occhi luminosi e un’antennina girevole, posta proprio sulla sommità.

Le loro capacità sono avanzatissime ma anche molto generiche, essenzialmente al servizio della trama del film come deus ex machina spiccio per giustificare le varie stranezze che accadono.
Giusto per fare qualche esempio, li si vede rendersi invisibili all’occorrenza e “fare cose” emettendo diversi raggi e onde dalle loro antenne.

In particolare va però segnalato che possono creare i Cosoni, delle vere e proprie copie di specifici esseri umani, indistinguibili dagli originali, anche se un po’ meno svegli.
Questi nascono da enormi baccelli di pisello, chiaro riferimento al ben più noto film “L’invasione degli ultracorpi”, uscito negli Stati Uniti nel 1956 e arrivato in Italia nel 1957, l’anno prima di Totò nella Luna.

Ma, di preciso, cosa vogliono gli Anellidi dagli esseri umani?
La risposta è così semplice da risultare quasi disarmante: che falliscano nella corsa allo spazio e se ne restino confinati sulla Terra, così da non turbare il pacifico equilibrio che si è creato fra tutte le altre civiltà aliene.
Non sono quindi invasori in senso stretto, più dei goffi sabotatori.

Difficile dargli torto, comunque!

“WINSTON, NON ASSOMIGLI A WINSTON”

 

Di recente ho scoperto qualcosa che mi ha piuttosto scioccata.

Sono sicura che ricordate bene il cartone animato “The Real Ghostbusters”, quello realizzato dalla DIC Entertainment del 1986, da noi trasmesso e abbondantemente replicato sulle reti Mediaset per tutti gli anni ’90 e anche oltre.
Quello che espande l’universo del film di Ivan Reitman del 1984, con protagonisti Harold Ramis, Dan Aykroyd, Ernie Hudson e Bill Murray.

Ora, sembra che a un certo punto della produzione proprio Ernie Hudson, l’interprete di Winston Zeddemore nella pellicola originale, sia stato in lizza per doppiare il personaggio anche nel cartone. Ma che sia stato rifiutato perché non abbastanza somigliante a… sé stesso.

Stando a quanto dichiarato dall’attore in alcune interviste, dopo aver mostrato interesse e disponibilità per il progetto, la cosa gli era stata venduta come praticamente fatta. Hudson racconta solo di una formalità da sbrigare: non un provino vero e proprio ma un incontro con il regista del cartone animato per leggergli qualche battuta.
Un incontro che a quanto pare andò malissimo, con quest’uomo (di cui non è stato fatto il nome) che continuava a interrompere animatamente l’attore sostenendo che, cito parafrasando un minimo: “Ernie Hudson, nel film, lo interpretava in modo diverso”.
E forse (ma qui si tratta di speculazione) ignorando che aveva di fronte proprio lo stesso Ernie Hudson, non si capisce. Cioè, boh.

Comunque alla fine, nonostante tutte le garanzie ricevute, nessuno richiamò Hudson per offrirgli il ruolo e a dare la voce a Winston nel cartone animato furono Arsenio Hall, nelle prime stagioni, e Buster Jones nelle ultime.
Una scelta che mi lascia un po’ perplessa, ma ormai sono passati tanti anni e sappiamo che il mondo del business può essere… complesso.

Lo stesso Hudson dichiara di esserci rimasto molto male all’epoca, anche comprensibilmente, ma di essere poi semplicemente andato oltre. E con il senno di poi sappiamo che ha ripreso il ruolo di Winston più di una volta, nel corso degli anni.

Prima di urlare allo scandalo e indignarsi, per completezza, devo però anche aggiungere che i produttori del cartone animato, in particolar modo il character designer Jim McDermott, cercarono fin dall’inizio di distanziarsi un pochino dal film originale e dare al prodotto un’identità più sua, adatta all’animazione, per esempio cambiando dettagli dell’aspetto fisico e il colore delle tute dei personaggi principali.
Non a caso, in termini di canonicità dei Ghostbusters, l’universo cinematografico e quello della serie animata sono considerati separati, pur utilizzando come punto di partenza gli eventi raccontati nel primo film.

Chiarito questo, aggiungo però che mi dispiace per Ernie Hudson. Sono convinta che avrebbe fatto un ottimo lavoro!

OGGI HA ANCORA SENSO PARLARE DI POST-APOCALITTICO?

 

Oggi, al martedì dello… AH NO.

Dopo l’ennesimo messaggio: “con tutto quello che capita nel mondo, bisogna proprio parlare di post-apocalittico?” ho deciso di replicare in un unico post pubblico “non proprio senza impegno”.

OGGI HA SENSO PARLARE DI POST-APOCALITTICO? O SE NE PARLI “NON SEI SENSIBILE”?

È un dibattito che riemerge sempre: ha senso scrivere storie sul “collasso” proprio mentre viviamo crisi geopolitiche, climatiche e sanitarie REALI?
Per alcuni, il genere post-apocalittico è solo un elemento di stress aggiuntivo. Ma per chi scrive e analizza la narrativa, la prospettiva è opposta.

Per diverse ragioni, secondo me.

1. L’arte canalizza ma non anestetizza
Il compito dell’arte non è mai stato quello di rassicurare o fare da sedativo. Se l’arte si limitasse a confermare il nostro senso di sicurezza, perderebbe la sua funzione critica.
Le storie post-apocalittiche smuovono emozioni forti: paura, tristezza, speranza, esattamente per evitare l’apatia e l’alienazione dalla realtà.
Quante persone stanno dicendo, in questo periodo: “oh mio Dio, siamo finiti come in Idiocracy”?

2. In realtà il genere post-apocalittico nasce proprio da un periodo di cacca pupù
Siamo negli anni ’50 e ’60: il boom della narrativa post-nucleare che tenta di contrastare il terrore atomico della Guerra Fredda.
Siamo negli anni ’70 quando Mad Max ci diceva: “attenzione: se non facciamo i bravi, finiamo così”.

Quindi possiamo dire che il compito dell’autore post-apocalittico è quello di estremizzare tensioni attuali (o del passato), riscriverle nella sua ambientazione e renderle comprensibili perché inserite in un contesto “finto”. Che poi è quello che fanno le storie, da sempre: “Pinocchio, ascolta Geppetto” è la trasposizione fantastica della dinamica “bambino, ascolta i tuoi genitori”.

3. Il post-apocalittico ci mostra chi siamo davvero
Chi o cosa possiamo diventare quando collassa la società?
C’è speranza per l’uomo o siamo destinati a diventare un ammasso di predoni che si inseguono e fanno del male a vicenda? Delle specie di Babbuini 3.0?

MARTEDÌ DELLO XENO – I FIORI-FAUCE

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO una creatura floreale che potrebbe essere imparentata almeno alla lontana con Audrey II de “La piccola bottega degli orrori” o con la pianta piranha di Super Mario.

Questo gigantesco fiore carnivoro, originario del pianeta Malvie, non ha un nome vero e proprio ma viene chiamato semplicemente “Fiore-Fauce”.

Il motivo è presto detto: sorretta da un gambo spesso e tozzo, ricoperta da una corteccia grigio-verde che ricorda vagamente la buccia di una zucca, si trova una “testa” fatta di petali rossi irti di spine sottilissime. E che, aprendosi come vere e proprie labbra, rivelano una bocca piena di denti aguzzi, bagnata da una “bava” rossastra.
Da varie parti del fusto poi partono alcuni viticci, anch’essi spinati, che la creatura usa per afferrare e tirare a sé le prede.

Qualcuno ha descritto i Fiori-Fauce come “un incrocio tra un’orchidea e la bocca di uno squalo”. E lo trovo molto calzante, soprattutto perché parliamo di piante alte diversi metri e che tipicamente crescono vicino all’acqua!

I Fiori-Fauce così come ve li ho descritti sono nati dalla penna della scrittrice francese Éliane Taïeb (nota anche con gli pseudonimi di Gilles Thomas e Julia Verlanger). Compaiono nel romanzo “L’Ange aux Ailes de Lumière” (letteralmente “L’angelo dalle ali di luce”), pubblicato nel 1978 per la collana “Anticipation” e – per quanto sono riuscita a scoprire – inedito in Italia.

L’illustrazione che ho messo è presa proprio dalla copertina del libro, anche se a dirla tutta non la trovo proprio-proprio fedelissima alla descrizione che viene fatta tra le pagine.

Ultima curiosità: il regista e scrittore Harry Bozino ha recentemente riadattato alcuni romanzi della Verlanger, compreso quello citato prima, sotto forma di fumetti, illustrati dall’artista Carlos Magno.

C.O.P.S. – Squadra Anticrimine

 

Qualcuno ricorda C.O.P.S. – Squadra Anticrimine?

È un cartone animato prodotto dalla DIC Entertainment nel 1988, su commissione della Hasbro, per promuovere la loro corrispondente linea di giocattoli.

Originariamente pensati per essere gli eredi dei G.I. Joe (tanto che le due serie sono ambientate nello stesso universo, visto che un personaggio è il figlio di uno dei famosi soldati), i C.O.P.S. non riscossero purtroppo lo stesso successo ed ebbero una vita molto breve.

Ed è un peccato, perché – nei limiti di una produzione di quel genere – c’era dietro un bel potenziale.

La serie è infatti ambientata circa trent’anni nel futuro, per la precisione nel 2020, a Empire City, una metropoli piagata da un elevato tasso di criminalità.
Per riportare l’ordine in città viene quindi istituita la Squadra Speciale C.O.P.S. (acronimo di “Central Organization of Police Specialists”), composta dai migliori elementi presi dai corpi di Polizia di tutto il paese ed equipaggiati con tecnologia sperimentale all’avanguardia e nomi in codice tamarri.
Guidati dall’Agente Federale cyborg Baldwin P. Vess (nome in codice “Bulletproof”), questi eroi si scontreranno con i molti membri dell’organizzazione criminale CROOKS, alla cui testa si trova il cattivissimo “Big Boss” Brandon Babel.

Un setting semplice ma chiaro, con un tocco di cyberpunk ad aggiungere un po’ di carattere.
Elemento che permise ai creativi dietro ai giocattoli di creare personaggi variegati, pieni di gadget, e agli autori del cartone (tra cui Kevin Altieri e Bruce Timm, che qualche anno dopo avrebbero firmato la leggendaria serie animata di Batman) di svilupparli in storie interessanti, scritte piuttosto bene.

Nonostante tutto però, soprattutto a causa di alcune scelte di marketing sbagliate, alla concorrenza feroce di altre linee di enorme successo come le Tartarughe Ninja, RoboCop e gli stessi G.I. Joe, ma anche a poco chiari “problemi di comunicazione” che portarono alcuni dei personaggi più amati del cartone a non avere un corrispettivo in giocattolo, alla fine C.O.P.S. non riuscì a sfondare e il progetto si arenò nel giro di un paio d’anni.

In Italia arrivarono solo nel 1992 e praticamente già nella bara, con il cartone trasmesso sulle reti Mediaset in pieno agosto e (stranamente, anche se le fonti riportano così) senza essere accompagnato dal rilascio della linea di giocattoli.

Finirono quindi ben presto nel dimenticatoio, e tuttora sono ricordati solo da una ristretta cerchia di appassionati.

MARTEDÌ DELLO XENO – I LAMP-EFT

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO torniamo a parlare dei Miti di Cthulhu, nati dalla penna di H.P. Lovecraft e poi espansi da tanti altri autori nel corso degli anni.
In particolare, oggi vi racconto di alcune creature inventate da Sandy Petersen per la versione gioco di ruolo dei Miti, edita da Chaosium all’inizio degli anni ’80.

I Lamp-eft (vagamente traducibile come “tritoni-lanterna”) sono simpatiche lucertoline lunghe poco meno di un metro, capaci di fluttuare nell’aria e con il corpo bioluminescente.
Hanno anche quattro zampette palmate, ma buona parte della loro lunghezza è costituita dalla coda, schiacciata ai lati e che usano per coordinare i propri movimenti in volo.
La loro caratteristica più peculiare però sono gli occhi, molto grossi, che proiettano fasci di luce come se fossero delle torce elettriche.
Non hanno, invece, alcun tipo di bocca.

Questo perché si nutrono dell’energia delle creature viventi, che assimiliano semplicemente stando in loro presenza. Non preoccupatevi però: gliene basta molto poca, quindi non sono pericolosi per gli esseri umani.
Al massimo può capitare che qualche piccolo animale (magari un topino, o un insetto) perda momentaneamente i sensi per l’energia che gli è stata sottratta, ma si tratta di casi molto rari.

I Lamp-eft sono creature originarie dei Reami del Sogno, in particolare della zona vicina alla Terra. Normalmente si trovano nella parte alta dell’atmosfera, di giorno, per poi scendere fin giù sulla superficie solo di notte.

Di natura per niente aggressiva, sono in realtà piuttosto socievoli. Motivo per cui molti occultisti ne adottano uno o più come veri e propri animaletti da compagnia, sfruttandone anche la luminosità per proteggersi da altre creature pericolose che potrebbero annidarsi nelle tenebre.

BLACK EASTER

 

Buona Pasqua a tutti!

Spero di non rovinarvela raccontandovi di un film che ho scoperto di recente: Black Easter (letteralmente “Pasqua Nera”), noto anche con il titolo “Assassin 33 A.D.”, un B-movie per la regia di Jason Carroll uscito in varie versioni tra il 2020 e il 2021.

La trama – a dirla tutta piuttosto confusa – ruota attorno ad alcuni giovani scienziati che vengono ingaggiati da un ricco e misterioso magnate per lavorare a un dispositivo che teletrasporti la materia.
Quello che non sanno è che il loro finanziatore è in realtà un cattivone che vuole usare la macchina per teletrasportare bombe. Ma questo passa rapidamente in secondo piano quando, risolte giusto un paio di equazioni complicatissime, il dispositivo viene riconvertito per il viaggio nel tempo e l’obiettivo diventa tornare indietro fino all’anno 33 per uccidere Gesù, impedirne la resurrezione e cancellare così l’esistenza del cristianesimo.

Un piano che gli scienziati cercano ovviamente di fermare con tutte le loro forze, dando via a una sequela di eventi e situazioni che generano diverse linee temporali (e conseguenti scene trash) per tutti i gusti: da quella post-apocalittica a quella in cui Gesù viene clonato per creare artificialmente l’Anticristo.
Per non parlare poi dei curiosi momenti di “sovrapposizione” con scene descritte nella Bibbia, o del vedere militari high-tech contemporanei falciare legionari romani a colpi di mitragliatore.
Insomma, avete capito il genere.

Non vi svelo come va a finire, né vi invito a guardarlo con troppa veemenza.
In realtà volevo solo in qualche modo lasciare una testimonianza della sua esistenza, visto che ho fatto molta, molta fatica a trovare informazioni su questo film (nonostante sia stato disponibile, per un certo periodo, persino su Amazon Prime Video).
Chissà poi che non possa comparire in un Serpentrash, in futuro!

Chiudo con una recensione bellissima che ho trovato online e mi ha molto fatta ridere:

“Un miscuglio di Ritorno al Futuro Parte II, Loki, Terminator e Rosencrantz e Guildenstern sono morti con Gesù, che su carta non dovrebbe funzionare. E infatti non funziona. Ma una cosa è certa: non è mai noioso.”

MARTEDÌ DELLO XENO – GLI YEDDA

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO una specie che aveva trasformato l’ingegneria genetica in una vera e propria religione, presa dal videogioco strategico in tempo reale del 1998 “WarBreeds”.

Gli Yedda erano una specie anfibia originaria del pianeta Eolia, in una galassia molto lontana dalla nostra Terra.

Alti circa due metri, con la pelle verde-giallastra e quattro dita per mano, avevano il volto “tagliato” in quattro da creste ossee, con quella inferiore che si ingrandiva a formare una grossa bocca allungata irta di dentini aguzzi.
Erano poi privi di naso e qualsivoglia peluria, anche se ai lati del volto, in corrispondenza delle guance, avevano delle escrescenze vagamente simili a branchie.
Gli occhi, invece, erano color rosa pallido e privi di sclera.

Gli Yedda sono stati la prima specie a evolversi su Eolia, crescendo prospera fino a sviluppare una tecnologia molto avanzata basata sull’ingegneria genetica, da loro però vista con gli occhi del culto religioso.
Per questo come civiltà si erano cementati in un Impero, suddiviso in un rigido sistema di caste sociali con al vertice gli Sciamani, maestri indiscussi nelle pratiche del “culto dei geni”.
A un certo punto, considerandosi una razza superiore, sfruttarono le loro conoscenze per crearne altre tre a loro sottoposte, pper non dire schiavizzate: i Tanu (veloci rettiliani che abitano i deserti), i Kelika (possenti cetacei abitatori di paludi e zone costiere) e i Sen-Soth (scaltri insettoidi che popolano il sottosuolo).

Ma perché sto scrivendo di loro al passato?

Perché la visione religiosa che tanto li aveva condotti allo sviluppo, fu anche ciò che li portò alla caduta.
Una setta segreta chiamata Magha Dhuerenya, ossessionata da un’antica profezia che prevedeva la fine dell’Impero Yedda per mano di nuove creature giunte da chissà dove, si adoperò infatti a creare una quarta razza di schiavi che potesse proteggerli: i Magha.
Ironia della sorte, nel perfetto stile delle profezie auto-avveranti, questi si rivoltarono fin da subito contro i loro creatori, portando a una sanguinosa guerra civile che li condusse praticamente all’estinzione.

Nel momento storico in cui è ambientato il gioco, infatti, le quattro specie rimaste su Eolia si sono adattate al nuovo status quo e combattono tra loro per il predominio del pianeta.

Comunque, non so perché, ma gli Yedda mi ricordano un pochino i glukkon di Oddworld, come volto. Sono la sola?

MARTEDÌ DELLO XENO – I TAMAGODORI

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO un piccolo animale alieno che mi ha colpita per il suo aspetto buffo, delicato e strano allo stesso tempo.

I Tamagodori sono piccole creature originarie del pianeta Koyakoya, situato in una galassia molto lontana dalla Terra.

Come potete vedere dall’immagine, hanno l’aspetto (e le dimensioni) di uova alate e un’indole mansueta. A loro piace semplicemente svolazzare qua e là senza troppi pensieri. Non sono infatti una specie particolarmente intelligente o con una società complessa, quanto più equiparabili ad animali selvatici anche un po’ ingenui.

Tra l’altro, l’uovo con le ali è la loro forma adulta e nessuno ha idea di come siano fatti all’interno, perché il loro guscio è praticamente infrangibile. Anche se viene incrinato o rotto, infatti, si rigenera all’istante lasciando cadere i frammenti di quello vecchio!

I Tamagodori compaiono nel film d’animazione “Doraemon esplora lo spazio” del 1981 e nel suo remake del 2009.
Sarò sincera: quando li ho visti per la prima volta ho pensato che avessero un design un po’ pigro, ma quando poi ho approfondito un minimo la loro storia hanno finito con lo starmi simpatici!

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