OGGI HA ANCORA SENSO PARLARE DI POST-APOCALITTICO?

 

Oggi, al martedì dello… AH NO.

Dopo l’ennesimo messaggio: “con tutto quello che capita nel mondo, bisogna proprio parlare di post-apocalittico?” ho deciso di replicare in un unico post pubblico “non proprio senza impegno”.

OGGI HA SENSO PARLARE DI POST-APOCALITTICO? O SE NE PARLI “NON SEI SENSIBILE”?

È un dibattito che riemerge sempre: ha senso scrivere storie sul “collasso” proprio mentre viviamo crisi geopolitiche, climatiche e sanitarie REALI?
Per alcuni, il genere post-apocalittico è solo un elemento di stress aggiuntivo. Ma per chi scrive e analizza la narrativa, la prospettiva è opposta.

Per diverse ragioni, secondo me.

1. L’arte canalizza ma non anestetizza
Il compito dell’arte non è mai stato quello di rassicurare o fare da sedativo. Se l’arte si limitasse a confermare il nostro senso di sicurezza, perderebbe la sua funzione critica.
Le storie post-apocalittiche smuovono emozioni forti: paura, tristezza, speranza, esattamente per evitare l’apatia e l’alienazione dalla realtà.
Quante persone stanno dicendo, in questo periodo: “oh mio Dio, siamo finiti come in Idiocracy”?

2. In realtà il genere post-apocalittico nasce proprio da un periodo di cacca pupù
Siamo negli anni ’50 e ’60: il boom della narrativa post-nucleare che tenta di contrastare il terrore atomico della Guerra Fredda.
Siamo negli anni ’70 quando Mad Max ci diceva: “attenzione: se non facciamo i bravi, finiamo così”.

Quindi possiamo dire che il compito dell’autore post-apocalittico è quello di estremizzare tensioni attuali (o del passato), riscriverle nella sua ambientazione e renderle comprensibili perché inserite in un contesto “finto”. Che poi è quello che fanno le storie, da sempre: “Pinocchio, ascolta Geppetto” è la trasposizione fantastica della dinamica “bambino, ascolta i tuoi genitori”.

3. Il post-apocalittico ci mostra chi siamo davvero
Chi o cosa possiamo diventare quando collassa la società?
C’è speranza per l’uomo o siamo destinati a diventare un ammasso di predoni che si inseguono e fanno del male a vicenda? Delle specie di Babbuini 3.0?

MARTEDÌ DELLO XENO – I FIORI-FAUCE

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO una creatura floreale che potrebbe essere imparentata almeno alla lontana con Audrey II de “La piccola bottega degli orrori” o con la pianta piranha di Super Mario.

Questo gigantesco fiore carnivoro, originario del pianeta Malvie, non ha un nome vero e proprio ma viene chiamato semplicemente “Fiore-Fauce”.

Il motivo è presto detto: sorretta da un gambo spesso e tozzo, ricoperta da una corteccia grigio-verde che ricorda vagamente la buccia di una zucca, si trova una “testa” fatta di petali rossi irti di spine sottilissime. E che, aprendosi come vere e proprie labbra, rivelano una bocca piena di denti aguzzi, bagnata da una “bava” rossastra.
Da varie parti del fusto poi partono alcuni viticci, anch’essi spinati, che la creatura usa per afferrare e tirare a sé le prede.

Qualcuno ha descritto i Fiori-Fauce come “un incrocio tra un’orchidea e la bocca di uno squalo”. E lo trovo molto calzante, soprattutto perché parliamo di piante alte diversi metri e che tipicamente crescono vicino all’acqua!

I Fiori-Fauce così come ve li ho descritti sono nati dalla penna della scrittrice francese Éliane Taïeb (nota anche con gli pseudonimi di Gilles Thomas e Julia Verlanger). Compaiono nel romanzo “L’Ange aux Ailes de Lumière” (letteralmente “L’angelo dalle ali di luce”), pubblicato nel 1978 per la collana “Anticipation” e – per quanto sono riuscita a scoprire – inedito in Italia.

L’illustrazione che ho messo è presa proprio dalla copertina del libro, anche se a dirla tutta non la trovo proprio-proprio fedelissima alla descrizione che viene fatta tra le pagine.

Ultima curiosità: il regista e scrittore Harry Bozino ha recentemente riadattato alcuni romanzi della Verlanger, compreso quello citato prima, sotto forma di fumetti, illustrati dall’artista Carlos Magno.

C.O.P.S. – Squadra Anticrimine

 

Qualcuno ricorda C.O.P.S. – Squadra Anticrimine?

È un cartone animato prodotto dalla DIC Entertainment nel 1988, su commissione della Hasbro, per promuovere la loro corrispondente linea di giocattoli.

Originariamente pensati per essere gli eredi dei G.I. Joe (tanto che le due serie sono ambientate nello stesso universo, visto che un personaggio è il figlio di uno dei famosi soldati), i C.O.P.S. non riscossero purtroppo lo stesso successo ed ebbero una vita molto breve.

Ed è un peccato, perché – nei limiti di una produzione di quel genere – c’era dietro un bel potenziale.

La serie è infatti ambientata circa trent’anni nel futuro, per la precisione nel 2020, a Empire City, una metropoli piagata da un elevato tasso di criminalità.
Per riportare l’ordine in città viene quindi istituita la Squadra Speciale C.O.P.S. (acronimo di “Central Organization of Police Specialists”), composta dai migliori elementi presi dai corpi di Polizia di tutto il paese ed equipaggiati con tecnologia sperimentale all’avanguardia e nomi in codice tamarri.
Guidati dall’Agente Federale cyborg Baldwin P. Vess (nome in codice “Bulletproof”), questi eroi si scontreranno con i molti membri dell’organizzazione criminale CROOKS, alla cui testa si trova il cattivissimo “Big Boss” Brandon Babel.

Un setting semplice ma chiaro, con un tocco di cyberpunk ad aggiungere un po’ di carattere.
Elemento che permise ai creativi dietro ai giocattoli di creare personaggi variegati, pieni di gadget, e agli autori del cartone (tra cui Kevin Altieri e Bruce Timm, che qualche anno dopo avrebbero firmato la leggendaria serie animata di Batman) di svilupparli in storie interessanti, scritte piuttosto bene.

Nonostante tutto però, soprattutto a causa di alcune scelte di marketing sbagliate, alla concorrenza feroce di altre linee di enorme successo come le Tartarughe Ninja, RoboCop e gli stessi G.I. Joe, ma anche a poco chiari “problemi di comunicazione” che portarono alcuni dei personaggi più amati del cartone a non avere un corrispettivo in giocattolo, alla fine C.O.P.S. non riuscì a sfondare e il progetto si arenò nel giro di un paio d’anni.

In Italia arrivarono solo nel 1992 e praticamente già nella bara, con il cartone trasmesso sulle reti Mediaset in pieno agosto e (stranamente, anche se le fonti riportano così) senza essere accompagnato dal rilascio della linea di giocattoli.

Finirono quindi ben presto nel dimenticatoio, e tuttora sono ricordati solo da una ristretta cerchia di appassionati.

MARTEDÌ DELLO XENO – I LAMP-EFT

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO torniamo a parlare dei Miti di Cthulhu, nati dalla penna di H.P. Lovecraft e poi espansi da tanti altri autori nel corso degli anni.
In particolare, oggi vi racconto di alcune creature inventate da Sandy Petersen per la versione gioco di ruolo dei Miti, edita da Chaosium all’inizio degli anni ’80.

I Lamp-eft (vagamente traducibile come “tritoni-lanterna”) sono simpatiche lucertoline lunghe poco meno di un metro, capaci di fluttuare nell’aria e con il corpo bioluminescente.
Hanno anche quattro zampette palmate, ma buona parte della loro lunghezza è costituita dalla coda, schiacciata ai lati e che usano per coordinare i propri movimenti in volo.
La loro caratteristica più peculiare però sono gli occhi, molto grossi, che proiettano fasci di luce come se fossero delle torce elettriche.
Non hanno, invece, alcun tipo di bocca.

Questo perché si nutrono dell’energia delle creature viventi, che assimiliano semplicemente stando in loro presenza. Non preoccupatevi però: gliene basta molto poca, quindi non sono pericolosi per gli esseri umani.
Al massimo può capitare che qualche piccolo animale (magari un topino, o un insetto) perda momentaneamente i sensi per l’energia che gli è stata sottratta, ma si tratta di casi molto rari.

I Lamp-eft sono creature originarie dei Reami del Sogno, in particolare della zona vicina alla Terra. Normalmente si trovano nella parte alta dell’atmosfera, di giorno, per poi scendere fin giù sulla superficie solo di notte.

Di natura per niente aggressiva, sono in realtà piuttosto socievoli. Motivo per cui molti occultisti ne adottano uno o più come veri e propri animaletti da compagnia, sfruttandone anche la luminosità per proteggersi da altre creature pericolose che potrebbero annidarsi nelle tenebre.

BLACK EASTER

 

Buona Pasqua a tutti!

Spero di non rovinarvela raccontandovi di un film che ho scoperto di recente: Black Easter (letteralmente “Pasqua Nera”), noto anche con il titolo “Assassin 33 A.D.”, un B-movie per la regia di Jason Carroll uscito in varie versioni tra il 2020 e il 2021.

La trama – a dirla tutta piuttosto confusa – ruota attorno ad alcuni giovani scienziati che vengono ingaggiati da un ricco e misterioso magnate per lavorare a un dispositivo che teletrasporti la materia.
Quello che non sanno è che il loro finanziatore è in realtà un cattivone che vuole usare la macchina per teletrasportare bombe. Ma questo passa rapidamente in secondo piano quando, risolte giusto un paio di equazioni complicatissime, il dispositivo viene riconvertito per il viaggio nel tempo e l’obiettivo diventa tornare indietro fino all’anno 33 per uccidere Gesù, impedirne la resurrezione e cancellare così l’esistenza del cristianesimo.

Un piano che gli scienziati cercano ovviamente di fermare con tutte le loro forze, dando via a una sequela di eventi e situazioni che generano diverse linee temporali (e conseguenti scene trash) per tutti i gusti: da quella post-apocalittica a quella in cui Gesù viene clonato per creare artificialmente l’Anticristo.
Per non parlare poi dei curiosi momenti di “sovrapposizione” con scene descritte nella Bibbia, o del vedere militari high-tech contemporanei falciare legionari romani a colpi di mitragliatore.
Insomma, avete capito il genere.

Non vi svelo come va a finire, né vi invito a guardarlo con troppa veemenza.
In realtà volevo solo in qualche modo lasciare una testimonianza della sua esistenza, visto che ho fatto molta, molta fatica a trovare informazioni su questo film (nonostante sia stato disponibile, per un certo periodo, persino su Amazon Prime Video).
Chissà poi che non possa comparire in un Serpentrash, in futuro!

Chiudo con una recensione bellissima che ho trovato online e mi ha molto fatta ridere:

“Un miscuglio di Ritorno al Futuro Parte II, Loki, Terminator e Rosencrantz e Guildenstern sono morti con Gesù, che su carta non dovrebbe funzionare. E infatti non funziona. Ma una cosa è certa: non è mai noioso.”

MARTEDÌ DELLO XENO – GLI YEDDA

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO una specie che aveva trasformato l’ingegneria genetica in una vera e propria religione, presa dal videogioco strategico in tempo reale del 1998 “WarBreeds”.

Gli Yedda erano una specie anfibia originaria del pianeta Eolia, in una galassia molto lontana dalla nostra Terra.

Alti circa due metri, con la pelle verde-giallastra e quattro dita per mano, avevano il volto “tagliato” in quattro da creste ossee, con quella inferiore che si ingrandiva a formare una grossa bocca allungata irta di dentini aguzzi.
Erano poi privi di naso e qualsivoglia peluria, anche se ai lati del volto, in corrispondenza delle guance, avevano delle escrescenze vagamente simili a branchie.
Gli occhi, invece, erano color rosa pallido e privi di sclera.

Gli Yedda sono stati la prima specie a evolversi su Eolia, crescendo prospera fino a sviluppare una tecnologia molto avanzata basata sull’ingegneria genetica, da loro però vista con gli occhi del culto religioso.
Per questo come civiltà si erano cementati in un Impero, suddiviso in un rigido sistema di caste sociali con al vertice gli Sciamani, maestri indiscussi nelle pratiche del “culto dei geni”.
A un certo punto, considerandosi una razza superiore, sfruttarono le loro conoscenze per crearne altre tre a loro sottoposte, pper non dire schiavizzate: i Tanu (veloci rettiliani che abitano i deserti), i Kelika (possenti cetacei abitatori di paludi e zone costiere) e i Sen-Soth (scaltri insettoidi che popolano il sottosuolo).

Ma perché sto scrivendo di loro al passato?

Perché la visione religiosa che tanto li aveva condotti allo sviluppo, fu anche ciò che li portò alla caduta.
Una setta segreta chiamata Magha Dhuerenya, ossessionata da un’antica profezia che prevedeva la fine dell’Impero Yedda per mano di nuove creature giunte da chissà dove, si adoperò infatti a creare una quarta razza di schiavi che potesse proteggerli: i Magha.
Ironia della sorte, nel perfetto stile delle profezie auto-avveranti, questi si rivoltarono fin da subito contro i loro creatori, portando a una sanguinosa guerra civile che li condusse praticamente all’estinzione.

Nel momento storico in cui è ambientato il gioco, infatti, le quattro specie rimaste su Eolia si sono adattate al nuovo status quo e combattono tra loro per il predominio del pianeta.

Comunque, non so perché, ma gli Yedda mi ricordano un pochino i glukkon di Oddworld, come volto. Sono la sola?

MARTEDÌ DELLO XENO – I TAMAGODORI

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO un piccolo animale alieno che mi ha colpita per il suo aspetto buffo, delicato e strano allo stesso tempo.

I Tamagodori sono piccole creature originarie del pianeta Koyakoya, situato in una galassia molto lontana dalla Terra.

Come potete vedere dall’immagine, hanno l’aspetto (e le dimensioni) di uova alate e un’indole mansueta. A loro piace semplicemente svolazzare qua e là senza troppi pensieri. Non sono infatti una specie particolarmente intelligente o con una società complessa, quanto più equiparabili ad animali selvatici anche un po’ ingenui.

Tra l’altro, l’uovo con le ali è la loro forma adulta e nessuno ha idea di come siano fatti all’interno, perché il loro guscio è praticamente infrangibile. Anche se viene incrinato o rotto, infatti, si rigenera all’istante lasciando cadere i frammenti di quello vecchio!

I Tamagodori compaiono nel film d’animazione “Doraemon esplora lo spazio” del 1981 e nel suo remake del 2009.
Sarò sincera: quando li ho visti per la prima volta ho pensato che avessero un design un po’ pigro, ma quando poi ho approfondito un minimo la loro storia hanno finito con lo starmi simpatici!

MARTEDÌ DELLO XENO – TALEC

 

Per il MARTEDÌ DELLO XENO di oggi torniamo ancora una volta nel favoloso mondo dei B-Movie per approfondire l’antagonista del film “Arma Non Convenzionale” (1990, regia di Craig R. Baxley).

Interpretato da Matthias Hues senza nemmeno troppo trucco addosso, si tratta di un alieno di cui non sappiamo il nome perché nel film non viene mai pronunciato. Persino nei titoli di coda viene chiamato semplicemente “Bad Alien” (“Alieno Cattivo”), anche se alcune fonti riportano che nel materiale di pre-produzione è indicato come “Talec”, quindi per questo articolo userò quello.

In ogni caso, Talec è un vero e proprio narcotrafficante spaziale, giunto sulla Terra con uno scopo ben preciso: rifornirsi della sostanza stupefacente chiamata “barsi” e poi riportarla sul suo pianeta (anch’esso dal nome sconosciuto) per rivenderla.

Per farlo, prima ha sottratto un grande carico di eroina ad alcuni criminali terrestri, poi ha iniziato a somministrargliela in dosi elevatissime, così da poter poi prelevare le endorfine prodotte dai loro cervelli e, infine, raffinarle in barsi purissimo.
Il tutto grazie alla tecnologia superiore di cui è in possesso, tra cui una specie di frusta meccanica che culmina in un iniettore (con cui somministra l’eroina alle sue vittime) e una lama retrattile cava (utilizzata per prelevare le endorfine), entrambe integrate in ognuno dei suoi bracciali.
Come equipaggiamento seguono poi una potentissima pistola aliena e, soprattutto, la sua arma più iconica: un disco rotante in grado di tagliare tutto, dall’aspetto vagamente simile a un CD e utilizzato in inquadrature e rimbalzi che non hanno nulla da invidiare a quelli del chakram di Xena la Principessa Guerriera.

A livello estetico, almeno superficialmente, Talec (e in generale quelli della sua specie) non è dissimile da un essere umano. Alto, grosso, con lunghi capelli biondo platino, la pelle abbronzata e gli occhi velati di bianco.
E bianco è anche il suo sangue, come scopriamo nelle ultime scene d’azione.
Inoltre, anche se non sono chiarissimi i dettagli, sembra che questa sia una specie di “forma materiale” e che in realtà l’alieno sia composto di energia (o comunque abbia una relazione di qualche tipo con essa).

In qualunque caso, a fermarlo ci penseranno il Detective della narcotici di Houston Jack Caine (interpretato da un giovanissimo Dolph Lundgren) e l’Agente Speciale dell’FBI Arwood Smith (Brian Benben), impedendo così che altri della sua specie vengano sulla Terra in forze, aprendo una rotta interspaziale per il traffico di sostanze.

Ultima curiosità: il titolo originale del film è “I Come in Peace”, “Vengo in Pace”, una frase che Talec (che essendo alieno parla pochissimo l’inglese) ripete spesso alle sue vittime prima di aggredirle.

MARTEDÌ DELLO XENO – IL POPOLO DEL SOTTOSUOLO

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO una specie proveniente dall’universo dei Thundercats, il cartone animato del 1985 che ha come protagonisti degli alieni umanoidi con vistosi tratti felini.

Il Popolo del Sottosuolo (in originale “Under-Earthmen”, contrapposto a “Over-Earthman”, cioè come chiamano gli abitanti della superficie) sono extraterrestri originari della Terza Terra, il pianeta che ha dato asilo ai Thundercats dopo la distruzione del loro mondo originale, Thundera.

Il loro aspetto fisico tradisce per molti aspetti il loro habitat oscuro: non molto alti, completamente glabri, con la pelle grigio-violacea, gli arti leggermente sproporzionati in lunghezza e i tratti del viso molto marcati, quasi caricaturali.
In particolare hanno gli occhi davvero tanto grandi, con pupille che coprono quasi del tutto la sclera, anche se purtroppo sono quasi completamente ciechi e ipersensibili persino alla più piccola fonte di luce.
Per qualche strano motivo, poi, riescono a dare la scossa con il tocco delle dita.

Quella del Popolo del Sottosuolo è una storia triste: un tempo vivevano in superficie ed erano molto rispettati per la loro grande conoscenza in ogni ambito, conservata in ampie e fornitissime biblioteche.
Ma a un certo punto della storia, dei non meglio specificati e ormai dispersi nel mito “Signori Supremi” iniziarono a temerli e a dar loro la caccia, tentando di distruggerne i libri. Cosa che li spinse a rifugiarsi nelle profonde caverne dove ormai vivono da millenni.

Nel farlo hanno anche portato in salvo (e ancora preservano gelosamente) gran parte di quegli antichi tomi. Ma, ironia della sorte, vivere per generazioni e generazioni al buio ha deteriorato così tanto le loro capacità visive che non sono più in grado di leggerli.

La loro venerazione per la conoscenza però non è venuta meno!
Pensate che nell’episodio in cui compaiono, quando Lion-O (il leader dei Thundercats) li incontra per puro caso, inizialmente vorrebbero farlo prigioniero e costringerlo a leggergli tutti i libri della loro biblioteca, sfruttando la sua ancora ottima vista.

A parte un’iniziale diffidenza e aggressività nei confronti degli estranei, va però specificato che il Popolo del Sottosuolo non è intrinsecamente cattivo.
Anzi, una volta chiarito il malinteso e specificato che non si è stati mandati dai Signori Supremi della leggenda, si rivelano ospitali e benevoli, pur restando riservati.

I MIEI PENSIERI SU FALLOUT STAGIONE 2

 

Come promesso, oggi parliamo della seconda stagione della serie televisiva “Fallout” (che trovate su Prime Video). Otto episodi lunghi che, vi dico la verità, mi hanno soddisfatta (anche con i loro difetti).

[Prima di proseguire specifico che questa NON è una recensione ma l’opinione personale di una che “guarda cose e poi scrive cose”].

Detto ciò: le puntate si dimostrano il contenitore perfetto di un intreccio avvincente, macabro e densissimo di implicazioni. Se la prima stagione mi aveva sorpresa, questa prosegue il suo racconto nel Deserto del Mojave, attingendo a piene mani dall’immaginario di Fallout: New Vegas. La guerra tra fazioni (NCR, Legione, Confraternita) è avvincente ma ho seguito con più interesse la parte dei flashback.
È qui che la serie fa il salto di qualità: il racconto del mondo pre-apocalisse solleva questioni etiche pesantissime sulle derive totalitarie e su “potenti manipolatori” che hanno tra le mani il destino dell’umanità.

Personaggi preferiti:

– Cooper Howard: magnetico, tragico, solitario. La ricerca della famiglia e di una parte perduta di se stesso è il filo conduttore più emozionante. Adoro il suo cinismo, le sue scene e la disperazione che guida ogni sua azione.

– Hank MacLean: un cattivo diabolico e felice di esserlo, un mostro convinto che la superficie sia solo un enorme esperimento. Scritto e interpretato benissimo ammetto di aver pianto durante l’ultima scena con Lucy. È esattamente il rapporto padre/figlia che mi immagino mentre gioco ai videogiochi.

– Robert House: mi piace sempre.

– Diane Welch: la scena della testa. AGGHIACCIANTE. BELLISSIMA.

Cosa non mi è piaciuto?

Norm MacLean: ho trovato la sua sottotrama sconclusionata e debole rispetto al resto. Mentre fuori il mondo brucia e si evolve, i suoi passaggi mi sono sembrati trascinati e poco incisivi.

Nota Bonus: Thaddeus. Ho il forte sospetto che si stia trasformando in un Centauro. Quando gli è caduto il braccio (momento inaspettato e stupendo) ho avuto quasi una conferma… voi che ne pensate?

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