LE BOLLE DI MELVIN SOKOLSKY

 

Melvin Sokolsky muove i primi passi nel mondo della fotografia fashion entrando all’età di 21 anni nello staff di Harpers’ Bazaar.
Negli anni ’60 collabora con prestigiosi magazine – Esquire, Newsweek, New York Times Magazine -, affinando la propria tecnica fotografica sperimentale.

Uno dei risultati più evidenti è la serie Bubble, realizzata nel 1963.
L’idea è surreale e sfida le convenzioni estetiche della fotografia di moda classica.
La protagonista è una modella – Simone d’Ailleincourt – chiusa in una bolla trasparente che volteggia leggera nel cielo di Parigi.
“Un sottile cavo aereo tiene la bolla. La quantità di ritocco è molto, molto piccola” – aggiunge – “la composizione, il concetto e la ragazza è ciò che è importante. L’unica cosa che può aiutarti è una buona idea”.

Sokolsky attribuisce le sue idee surrealiste a Dalì – che una volta incontrò Melvin nel suo studio –
“Se guardi il suo dipinto ti imbatterai in una coppia nuda in una bolla. Quell’immagine è rimasta con me fin dall’infanzia”.

L’ARTE SECONDO L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

 

Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

Non lo so.
Ma questa – e molte altre – sono le opere “impressioniste” realizzate dall’intelligenza artificiale di Google.
Una specie di rappresentazione visiva di ciò che viene analizzato dal software di Big G.

Google mostra al software milioni di immagini modificando man mano i parametri fino a quando l’intelligenza artificiale riesce a fornire la classificazione richiesta.

Le opere vengono generate attraverso un processo definito “Inceptionism”: in pratica, una fotografia viene inserita nel sistema ed elaborata.
Durante questa procedura il computer genera un’idea di quelli che secondo lui sono gli oggetti contenuti all’interno di una scena, dando vita alle immagini oniriche che caratterizzano i “sogni” dell’IA di Google.

fonte: tech fanpage

PROMETEO LIBERATO

 

Thomas Feuerstein (nato nel 1968, Innsbruck) è un artista contemporaneo molto particolare.

I suoi progetti includono sculture, installazioni, disegni e BioArt.

Al confine tra natura, arte e scienza, le opere di Feuerstein mettono in moto processi digitali e biochimici.

L’artista stesso parla di “patachemistry” e “patabiology”.

Uno su tutti: il “Prometheus Delivered (“Prometeo liberato”, un abile gioco di parole con liver, “fegato”: “Prometeo privato di fegato”).
Una scultura di marmo raffigurante Prometeo incatenato che viene lentamente decomposto da batteri mangia-pietra.

“Per punizione ogni giorno un’aquila mangiava il fegato di Prometeo – ricorda Feuerstein -, e il fegato era il simbolo del futuro. Ho chiesto agli scienziati dell’Università di medicina in Austria di creare un nuovo fegato per il mio Prometeo. Ci sono riusciti e hanno realizzato una speciale scultura 3D ricavata da cellule epatiche umane”.

LA CADUTA DEI DANNATI

 

“La caduta dei dannati” 1620 di Peter Paul Rubens.

Un quadro che ritroviamo spesso nella serie televisiva “Dark” e un’opera dai mille significati.

Conservato alla “Alte Pinakothek di Monaco”, l’opera misura 286 per 224 centimetri.

Scelto come emblema esoterico della fiction, ci rimanda subito all’Apocalisse ma per apprezzarne davvero il senso occorre analizzarlo.

Ci troviamo di fronte a una storia violenta. Come segnala la stessa pinacoteca: “non ci sono i beati, gli intercessori, Maria e Giovanni”.
A differenza del Giudizio Universale di Michelangelo, qui, è narrata solo la dannazione.

Nella parte superiore vediamo l’Arcangelo Michele che emana un bagliore accecante mentre i corpi dei dannati, spinti da angeli caduti, cadono nell’abisso.
Al centro figure distorte vengono lacerate dalle bestie e punzecchiate dai diavoli. In basso, altri mostri si riuniscono per divorare quel turbine di carne.
I personaggi sono allegoria dei peccati sia per la loro anatomia sia per le loro posizioni: il leone per l’ira, il serpente che rappresenta orgoglio e invidia e il lupo l’avarizia.

Il British Museum conserva un disegno preparatorio di The Fall of the Damned – così il titolo dell’opera per gli anglofoni – dove la fusione tra umani e demoni è ancora più chiara, implacabile.

Un quadro che non trasmette speranze né redenzione.

Fonte: l’intellettuale dissidente.

DOVE L’ARTE RICOSTRUISCE IL TEMPO

 

È un ologramma?

No, è l’opera straordinaria di Edoardo Tresoldi, uno scultore italiano.

Specializzato nella creazione di installazioni ambientali in rete metallica ha raggiunto notorietà internazionale grazie alla sua opera di ricostruzione della Basilica paleocristiana di Siponto.
Nel 2017 è stato inserito da Forbes nella lista dei più importanti artisti under-30 europei.

Le sue prime opere sono figure umane realizzate in rete metallica, tecnica che l’artista ha imparato durante l’attività come scenografo.

Nel 2013, in occasione della seconda edizione del Mura Mura Festival di Pizzo Calabro, ha realizzato una delle sue prime sculture nella piazza principale della città, un uomo su un piccolo promontorio osserva e contempla il mare, soprannominato il “Collezionista di Venti”.

Nel 2014, in occasione del Festival Oltre il Muro di Sapri realizza la scultura Site-Specific Pensieri (Thinkings).

Nel 2016 la Soprintendenza archeologica della Puglia gli affida un progetto di valorizzazione e conservazione della Basilica paleocristiana di Siponto.
Tresoldi realizza una ricostruzione dell’antica basilica paleocristiana utilizzando 500 metri quadrati di rete elettrosaldata zincata alta 14 metri e pesante 7 tonnellate.
L’opera, intitolata “Dove l’arte ricostruisce il tempo”, ha avuto ampio risalto internazionale incrementando notevolmente l’afflusso di turisti nel Parco Archeologico e ricevendo diversi riconoscimenti a livello nazionale.

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