MARTEDÌ DELLO XENO – IL BATTERIO DI “IRON INVADER”

 

Oggi, per il MARTEDÌ DELLO XENO, rimaniamo sul tema dei B-movie come la scorsa settimana, ma ci spostiamo su scala microscopica.

Il nostro protagonista è infatti un batterio alieno di origine sconosciuta, apparso nel film “Iron Invader” (2011, regia di Paul Ziller), conosciuto anche come “Iron Golem” e da noi in Italia arrivato con il titolo “Metal Shifters”, tra l’altro solo sottotitolato.

Stando alla trama, questo microrganismo è giunto sulla sulla Terra assieme ai resti di un satellite precipitato dopo essere stato colpito da un asteroide. E sfortuna vuole che sia molto pericoloso per gli esseri viventi, compresi gli umani: anche solo un semplice contatto è sufficiente per drenarli di tutto il ferro presente nel loro corpo, cosa che li stronca in pochi secondi.

Al contrario, quando il batterio “infetta” un oggetto metallico, riesce ad animarlo. Non è proprio chiarissimo come, ma in fondo stiamo parlando di un film horror per la televisione, non andiamo a cercare il pelo nell’uovo. Non è quello l’importante.
Anche perché vi lascio immaginare che casino succede quando ad essere animata in questo modo è una scultura di oltre sei metri fatta con scarti di metallo riciclati.

Avete indovinato: il bestione, chiamato semplicemente “il Golem di Ferro”, inizia a dare la caccia alle persone così da permettere al batterio di nutrirsi del ferro contenuto nel loro sangue. Che, suppongo, sia molto più buono di quello di cui è composto il golem stesso, altrimenti non si spiega.

Comunque sia, anche se il Golem in sé è chiaramente un avversario temibile, forte e resistente, il suo microscopico pilota ha lo stesso punto debole di molti altri suoi simili, cioè l’alcool.
Nel film basta addirittura rovesciargli addosso della banale birra per “ripulire” un oggetto metallico infettato dal batterio alieno, facendolo tornare un semplice rottame.
Direi quindi che possiamo continuare a dormire sonni abbastanza tranquilli!

MARTEDÌ DELLO XENO – I FACEBURSTERS

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO una specie extraterrestre che vorrebbe provenire dall’universo di Alien ma non ci ha creduto abbastanza.

Si tratta infatti delle creature antagoniste in “Alien 2 – Sulla Terra”, film a basso budget del 1980 per la regia di Ciro Ippolito (sotto lo pseudonimo di Sam Cromwell). E ovviamente concepito come sequel non ufficiale di quello di Ridley Scott, uscito nei cinema appena l’anno prima.

Ora, descrivere questi alieni non è semplice per diversi motivi: innanzitutto, sullo schermo si vedono pochissimo, in inquadrature molto veloci e sempre in mezzo a secchiate di sangue finto ed effetti speciali scadenti.
Poi non è che nello svilupparsi della trama si stia proprio lì ad analizzarli e descriverli con cura, anzi si limitano semplicemente a fare mattanza e fungere da minaccia contro i protagonisti.
Infine, la loro forma adulta ha la (conveniente) capacità di mutare forma, qualità che rispetto a uno xenomorfo li avvicina quasi più a “La Cosa” dell’omonimo film, che però sarebbe uscito due anni più tardi, nel 1982.

Nonostante ciò, il richiamo ad “Alien” resta comunque molto forte: queste creature arrivano infatti sulla Terra sotto forma di uova dalle quali esce un parassita che va a infestare l’ospite e cresce nutrendosi dal suo interno.
Lasciamo poi stare che qui le uova sono di colore blu e simili a rocce. Però si aprono comunque dalla punta, se non altro.

Sempre come i cugini xenomorfi, poi, una volta maturo il parassita emerge dal corpo ospite sbrindellandolo. Solo che, non si sa perché, lo fa dalla faccia. Cosa che tra gli appassionati di B-Movie horror gli è valsa il soprannome di “Faceburster”, in contrapposizione all’ufficiale “Chestburster”, che come sappiamo bene preferisce uscire dal torace.
In questa fase della sua vita, tra l’altro, l’aspetto dell’alieno ricorda abbastanza la sua controparte ufficiale, solo molto più lungo e con una forza tale da poter tagliare la testa a un uomo stringendosi attorno al suo collo.

Una volta adulto, come accennavo prima, diventa invece in grado di cambiare forma a piacimento (assumendo all’occorrenza anche quella di altre persone) e ha come unico scopo quello di moltiplicarsi, cercando altri ospiti da infestare.
In questo caso, comunque, il processo non riparte più dalla fase dell’uovo, mi sembra di aver capito. Anche se come di fatto avvenga l’aumento di numero non mi è chiarissimo.
Sarò sincera: resto sul vago perché tanto arrivati a questo punto il film è ormai partito con la mattanza ed è concentrato praticamente solo su quella e sul senso di angoscia dei protagonisti braccati.

Non vi svelo come va a finire, aggiungo solo che quanto vi ho descritto – dalla schiusa del primo uovo agli adulti che trucidano e infestano tutto ciò che trovano – sembra avvenire in pochissime ore.

E sappiate che, concentrandomi solo sul descrivere la specie aliena, ho lasciato da parte molti dettagli sulla trama, dalla speleologia ai poteri psichici, per non parlare dei vaghi, vaghissimi pseudo-collegamenti che, se letti in un certo modo e ignorando grosse incoerenze, potrebbero, forse, legare queste vicende al film di Scott.
Se vi interessano fatemelo sapere nei commenti, che magari posso scriverci un altro post.

Infine, chiudo con una curiosità off-game: la 20th Century Fox, proprietaria del franchise di Alien, tentò invano di bloccare la distribuzione di “Alien 2 – Sulla Terra” in vari modi, incluse diverse cause legali.
Posso solo immaginare quanto deve infastidirli (o, passati tanti anni, divertirli) sapere che il film, seppur etichettato come non canonico, viene comunque ancora citato in tantissime wiki dedicate all’argomento!

THE FINAL CUT – INSTAGRAMMABILI POST-MORTEM

 

La Ghigliottina… sei come un becchino, o un prete, un imbalsamatore. O forse tutti insieme. Il tuo lavoro è vedere una vita dopo l’altra. La gente normale ne vede solo una. Com’è la vita delle persone? Ci trovi un senso? Sembra tutto possibile e così casuale.
– Sei mai stata a un Rememory?
– No.
[L’uomo le mostra alcune sequenze della vita di uno sconosciuto sullo schermo della Ghigliottina, suscitando una forte risposta emotiva nella donna.]
– È incredibile. Che fine fanno le parti tagliate?
– È una sintesi: concisa, simmetrica. Il mondo come mi appare. Come lo vedo io.
– Come mai questa scelta?
– Era nel mio destino.
– Lo era anche vivere la tua vita.

Dialogo tra Delila (Mira Sorvino) e Alan Hakman (Robin Williams), dal film “The Final Cut” (2004, regia di Omar Naim).

Basato su un soggetto originale dello stesso regista, la pellicola propone un’ambientazione interessantissima: un futuro non troppo lontano in cui i più abbienti possono far impiantare nel cervello dei propri figli un dispositivo che ne registra in soggettiva (e a loro insaputa) l’intera vita.
Quando poi questa termina, un Montatore esperto confeziona, utilizzando un super-computer chiamato Ghigliottina, il cosiddetto “Rememory”. In pratica, un film riassuntivo dell’esistenza di quella persona, quasi sempre infiocchettato e privo delle parti più torbide (“quelle che non è il caso di ricordare”), che resterà come una sorta di suo archivio storico ufficiale.

Mettendo per un attimo da parte gli aspetti thriller del film, sono abbastanza disturbata da questo scenario, anche se non lo collocherei subito con sicurezza nel distopico come farei con altri.
Forse è perché la cosa viene raccontata in modo molto delicato, o forse perché è un po’ l’estremizzazione del classico concetto stereotipato secondo cui “dei morti si ricorda solo il bello”.
Ma questo solleva tantissimi dilemmi etici e morali: chi decide cosa è degno di essere ricordato e cosa no? Lasciar sprofondare nell’oblio i difetti di qualcuno non ne snatura l’essenza? Non è mostruoso entrare così tanto nell’intimo di una persona solo per fare un po’ di taglia e cuci e renderla “instagrammabile post-mortem”?

Poi la personalità di Alan, che invece di vivere la propria vita preferisce concentrarsi sul “ripulire” quelle dei defunti, risultando così distaccato, freddo e manipolatore, mi ha intrigata tantissimo. Un solitario (e soprattutto solo) “mangiapeccati”, come definisce sé stesso. Custode di segreti che non gli appartengono davvero.

MARTEDÌ DELLO XENO – GLI ANELLIDI

 

Per il MARTEDÌ DELLO XENO di oggi sono andata a ripescare dei buffi alieni del cinema nostrano, apparsi nel film “Totò nella Luna” (1958, regia di Steno), parodia delle classiche pellicole di fantascienza tanto in voga in quel periodo.

Gli Anellidi sono creature extraterrestri e potenzialmente extradimensionali la cui origine è avvolta nel mistero.
La loro voce è artificiale, quasi robotica, e quando si manifestano hanno l’aspetto di sfere fluttuanti metalliche, sorrette da un anello che vortica subito al di sotto e – presumo – da cui deriva il loro nome.
A completare questa “testa” troviamo poi due occhi luminosi e un’antennina girevole, posta proprio sulla sommità.

Le loro capacità sono avanzatissime ma anche molto generiche, essenzialmente al servizio della trama del film come deus ex machina spiccio per giustificare le varie stranezze che accadono.
Giusto per fare qualche esempio, li si vede rendersi invisibili all’occorrenza e “fare cose” emettendo diversi raggi e onde dalle loro antenne.

In particolare va però segnalato che possono creare i Cosoni, delle vere e proprie copie di specifici esseri umani, indistinguibili dagli originali, anche se un po’ meno svegli.
Questi nascono da enormi baccelli di pisello, chiaro riferimento al ben più noto film “L’invasione degli ultracorpi”, uscito negli Stati Uniti nel 1956 e arrivato in Italia nel 1957, l’anno prima di Totò nella Luna.

Ma, di preciso, cosa vogliono gli Anellidi dagli esseri umani?
La risposta è così semplice da risultare quasi disarmante: che falliscano nella corsa allo spazio e se ne restino confinati sulla Terra, così da non turbare il pacifico equilibrio che si è creato fra tutte le altre civiltà aliene.
Non sono quindi invasori in senso stretto, più dei goffi sabotatori.

Difficile dargli torto, comunque!

“WINSTON, NON ASSOMIGLI A WINSTON”

 

Di recente ho scoperto qualcosa che mi ha piuttosto scioccata.

Sono sicura che ricordate bene il cartone animato “The Real Ghostbusters”, quello realizzato dalla DIC Entertainment del 1986, da noi trasmesso e abbondantemente replicato sulle reti Mediaset per tutti gli anni ’90 e anche oltre.
Quello che espande l’universo del film di Ivan Reitman del 1984, con protagonisti Harold Ramis, Dan Aykroyd, Ernie Hudson e Bill Murray.

Ora, sembra che a un certo punto della produzione proprio Ernie Hudson, l’interprete di Winston Zeddemore nella pellicola originale, sia stato in lizza per doppiare il personaggio anche nel cartone. Ma che sia stato rifiutato perché non abbastanza somigliante a… sé stesso.

Stando a quanto dichiarato dall’attore in alcune interviste, dopo aver mostrato interesse e disponibilità per il progetto, la cosa gli era stata venduta come praticamente fatta. Hudson racconta solo di una formalità da sbrigare: non un provino vero e proprio ma un incontro con il regista del cartone animato per leggergli qualche battuta.
Un incontro che a quanto pare andò malissimo, con quest’uomo (di cui non è stato fatto il nome) che continuava a interrompere animatamente l’attore sostenendo che, cito parafrasando un minimo: “Ernie Hudson, nel film, lo interpretava in modo diverso”.
E forse (ma qui si tratta di speculazione) ignorando che aveva di fronte proprio lo stesso Ernie Hudson, non si capisce. Cioè, boh.

Comunque alla fine, nonostante tutte le garanzie ricevute, nessuno richiamò Hudson per offrirgli il ruolo e a dare la voce a Winston nel cartone animato furono Arsenio Hall, nelle prime stagioni, e Buster Jones nelle ultime.
Una scelta che mi lascia un po’ perplessa, ma ormai sono passati tanti anni e sappiamo che il mondo del business può essere… complesso.

Lo stesso Hudson dichiara di esserci rimasto molto male all’epoca, anche comprensibilmente, ma di essere poi semplicemente andato oltre. E con il senno di poi sappiamo che ha ripreso il ruolo di Winston più di una volta, nel corso degli anni.

Prima di urlare allo scandalo e indignarsi, per completezza, devo però anche aggiungere che i produttori del cartone animato, in particolar modo il character designer Jim McDermott, cercarono fin dall’inizio di distanziarsi un pochino dal film originale e dare al prodotto un’identità più sua, adatta all’animazione, per esempio cambiando dettagli dell’aspetto fisico e il colore delle tute dei personaggi principali.
Non a caso, in termini di canonicità dei Ghostbusters, l’universo cinematografico e quello della serie animata sono considerati separati, pur utilizzando come punto di partenza gli eventi raccontati nel primo film.

Chiarito questo, aggiungo però che mi dispiace per Ernie Hudson. Sono convinta che avrebbe fatto un ottimo lavoro!

BLACK EASTER

 

Buona Pasqua a tutti!

Spero di non rovinarvela raccontandovi di un film che ho scoperto di recente: Black Easter (letteralmente “Pasqua Nera”), noto anche con il titolo “Assassin 33 A.D.”, un B-movie per la regia di Jason Carroll uscito in varie versioni tra il 2020 e il 2021.

La trama – a dirla tutta piuttosto confusa – ruota attorno ad alcuni giovani scienziati che vengono ingaggiati da un ricco e misterioso magnate per lavorare a un dispositivo che teletrasporti la materia.
Quello che non sanno è che il loro finanziatore è in realtà un cattivone che vuole usare la macchina per teletrasportare bombe. Ma questo passa rapidamente in secondo piano quando, risolte giusto un paio di equazioni complicatissime, il dispositivo viene riconvertito per il viaggio nel tempo e l’obiettivo diventa tornare indietro fino all’anno 33 per uccidere Gesù, impedirne la resurrezione e cancellare così l’esistenza del cristianesimo.

Un piano che gli scienziati cercano ovviamente di fermare con tutte le loro forze, dando via a una sequela di eventi e situazioni che generano diverse linee temporali (e conseguenti scene trash) per tutti i gusti: da quella post-apocalittica a quella in cui Gesù viene clonato per creare artificialmente l’Anticristo.
Per non parlare poi dei curiosi momenti di “sovrapposizione” con scene descritte nella Bibbia, o del vedere militari high-tech contemporanei falciare legionari romani a colpi di mitragliatore.
Insomma, avete capito il genere.

Non vi svelo come va a finire, né vi invito a guardarlo con troppa veemenza.
In realtà volevo solo in qualche modo lasciare una testimonianza della sua esistenza, visto che ho fatto molta, molta fatica a trovare informazioni su questo film (nonostante sia stato disponibile, per un certo periodo, persino su Amazon Prime Video).
Chissà poi che non possa comparire in un Serpentrash, in futuro!

Chiudo con una recensione bellissima che ho trovato online e mi ha molto fatta ridere:

“Un miscuglio di Ritorno al Futuro Parte II, Loki, Terminator e Rosencrantz e Guildenstern sono morti con Gesù, che su carta non dovrebbe funzionare. E infatti non funziona. Ma una cosa è certa: non è mai noioso.”

MARTEDÌ DELLO XENO – TALEC

 

Per il MARTEDÌ DELLO XENO di oggi torniamo ancora una volta nel favoloso mondo dei B-Movie per approfondire l’antagonista del film “Arma Non Convenzionale” (1990, regia di Craig R. Baxley).

Interpretato da Matthias Hues senza nemmeno troppo trucco addosso, si tratta di un alieno di cui non sappiamo il nome perché nel film non viene mai pronunciato. Persino nei titoli di coda viene chiamato semplicemente “Bad Alien” (“Alieno Cattivo”), anche se alcune fonti riportano che nel materiale di pre-produzione è indicato come “Talec”, quindi per questo articolo userò quello.

In ogni caso, Talec è un vero e proprio narcotrafficante spaziale, giunto sulla Terra con uno scopo ben preciso: rifornirsi della sostanza stupefacente chiamata “barsi” e poi riportarla sul suo pianeta (anch’esso dal nome sconosciuto) per rivenderla.

Per farlo, prima ha sottratto un grande carico di eroina ad alcuni criminali terrestri, poi ha iniziato a somministrargliela in dosi elevatissime, così da poter poi prelevare le endorfine prodotte dai loro cervelli e, infine, raffinarle in barsi purissimo.
Il tutto grazie alla tecnologia superiore di cui è in possesso, tra cui una specie di frusta meccanica che culmina in un iniettore (con cui somministra l’eroina alle sue vittime) e una lama retrattile cava (utilizzata per prelevare le endorfine), entrambe integrate in ognuno dei suoi bracciali.
Come equipaggiamento seguono poi una potentissima pistola aliena e, soprattutto, la sua arma più iconica: un disco rotante in grado di tagliare tutto, dall’aspetto vagamente simile a un CD e utilizzato in inquadrature e rimbalzi che non hanno nulla da invidiare a quelli del chakram di Xena la Principessa Guerriera.

A livello estetico, almeno superficialmente, Talec (e in generale quelli della sua specie) non è dissimile da un essere umano. Alto, grosso, con lunghi capelli biondo platino, la pelle abbronzata e gli occhi velati di bianco.
E bianco è anche il suo sangue, come scopriamo nelle ultime scene d’azione.
Inoltre, anche se non sono chiarissimi i dettagli, sembra che questa sia una specie di “forma materiale” e che in realtà l’alieno sia composto di energia (o comunque abbia una relazione di qualche tipo con essa).

In qualunque caso, a fermarlo ci penseranno il Detective della narcotici di Houston Jack Caine (interpretato da un giovanissimo Dolph Lundgren) e l’Agente Speciale dell’FBI Arwood Smith (Brian Benben), impedendo così che altri della sua specie vengano sulla Terra in forze, aprendo una rotta interspaziale per il traffico di sostanze.

Ultima curiosità: il titolo originale del film è “I Come in Peace”, “Vengo in Pace”, una frase che Talec (che essendo alieno parla pochissimo l’inglese) ripete spesso alle sue vittime prima di aggredirle.

STARCHASER – LA LEGGENDA DI ORIN

 

Conoscete “Starchaser – La leggenda di Orin”?

È un film d’animazione del 1985 per la regia di Steven Hahn, diventato famoso principalmente per due cose:
1) essere uno dei primi lungometraggi a mescolare tecniche di animazione tradizionale con quelle di computer grafica.
2) aver attinto a piene mani e senza vergogna da Guerre Stellari, al punto da esserne considerato quasi un plagio.

La storia ruota infatti attorno a Orin, un giovane schiavo impiegato nelle miniere di cristallo del pianeta Trinia, dove trova una strana spada incastonata nella roccia.
Poco dopo, questa proietta l’immagine di un misterioso uomo barbuto che rivela ai presenti come gli uomini non siano originari di quel posto ma anzi che al di fuori delle gallerie c’è un vasto universo a cui è giusto che tornino.
Egli incarica poi il possessore della spada di cercarne la lama, che proprio in quell’istante scompare come d’incanto, e con essa ritrovare la libertà.

Comincia così l’avventura di Orin e la sua ribellione all’armata di androidi schiavisti capeggiata dal malvagio tiranno Zygon.
Un’odissea che porterà il ragazzo a lasciare il pianeta e, assieme al contrabbandiere Dagg Dibrimi, alla principessa Aviana e alla robottina Silica, dopo svariate peripezie, a trovare la “forza” con cui liberare la sua gente dalla schiavitù.

Originariamente rilasciato come film in 3D stereoscopico e nonostante dal lato tecnico potesse contare su un’animazione molto ben fatta (quasi avanguardistica), Starchaser si rivelò un clamoroso flop al botteghino e non riuscì a recuperare nemmeno la metà dei suoi costi di produzione.
Il motivo fu proprio la trama, considerata sia dalla critica che dal pubblico troppo banale e scarna. Oltre che, come dicevo all’inizio dell’articolo, scopiazzata malamente da Guerre Stellari, Heavy Metal, He-Man e altri franchise di ben diverso successo usciti qualche anno prima.

Ciò nonostante col tempo divenne un piccolo cult movie, apprezzato almeno da una piccola cerchia di fan che lo ricordano soprattutto come un bel film della loro infanzia e ne apprezzano, se non altro, l’estetica.

In Italia arrivò nel 1987, direttamente in televisione, ed ebbe una limitata distribuzione come VHS, prima, e come DVD, molti anni dopo.

Visto a così tanti anni di distanza dalla sua uscita, devo però dire che è un peccato sia ormai stato quasi del tutto dimenticato.
Non è un capolavoro ma, se guardato in compagnia di qualche amico e con la giusta ironia nell’aria, può regalare un paio d’ore di buon divertimento!

MARTEDÌ DELLO XENO – I DAVANIANI

 

Oggi sono particolarmente contenta perché con il MARTEDÌ DELLO XENO riusciamo a coprire ben tre epoche del cinema horror-fantascientifico: gli anni Cinquanta, gli Ottanta e i Novanta!

Lo facciamo grazie a una specie extraterrestre originaria del pianeta Davanna, giunta sulla Terra in gran segreto per spiarci e studiare il nostro sangue.
Questo perché, in seguito alla terribile guerra nucleare che ne ha devastato il mondo, si ritrovano piagati da una malattia ematologica che (non è ben chiaro come) fa evaporare il sangue.
E quindi vorrebbero capire se il nostro, all’apparenza compatibile con il loro almeno a livello di trasfusione, possa essere d’aiuto per risolvere il problema… ed eventualmente venire a prenderselo con la forza.

A livello estetico, i Davaniani sono quasi del tutto identici agli esseri umani, con la sola eccezione degli occhi, che appaiono bianchi e privi di iride. Per questo solitamente li nascondono dietro a spessi occhiali da sole, tenuti anche di notte o al chiuso.
Lo sguardo è poi anche veicolo di spaventosi poteri telepatici: attraverso di esso possono infatti sia ipnotizzare qualcuno, soggiogandolo al proprio controllo, che uccidere, bruciando il sistema nervoso della vittima a partire dal nervo ottico.
Cosa che non hanno grossi problemi a fare, dato che si dimostrano freddi, senza pietà e completamente privi di emozioni, molto in modalità “il fine giustifica i mezzi”, pur preferendo agire con discrezione.

In compenso, oltre ad avere bisogno di continue trasfusioni di sangue per rimanere in forze, il loro punto debole è anche avere un udito molto sensibile. Un semplice suono acuto, per esempio una sirena, è sufficiente a causargli un dolore insopportabile.

A parte le vaghe informazioni sulla guerra che li ha devastati, comunque, della loro civiltà non sappiamo praticamente nulla. Possiamo però dedurre che siano tecnologicamente più avanzati di noi, visto che nell’appartamento del Signor Johnson (uno dei loro agenti sulla Terra) c’è un dispositivo di teletrasporto che lo collega a Davanna.

Passando all’off-game, come vi accennavo all’inizio dell’articolo, i Davaniani sono un piccolo classico dei B-Movie.
La loro prima apparizione risale al film del 1957 “Not of this Earth”, diretto niente meno che da Roger Corman e goffamente riadattato in italiano come “Il vampiro del pianeta rosso”, con tanto di Davanna sostituito con un più popolare (e semplice) Marte.
Sono poi stati ripresi anche in un remake omonimo del 1988, stavolta per la regia di Jim Wynorski, che gli conferisce un taglio un po’ più comico e occhi che brillano quando vengono usati i poteri.
Infine, nel 1995, il regista Terence H. Winkless ha realizzato un secondo remake per la TV, come parte del contenitore antologico di film horror “Roger Corman Presenta…”, quindi in un certo senso la loro storia si è conclusa con una sorta di ritorno a casa.

IL FINALE POST-APOCALITTICO DE L’ARMATA DELLE TENEBRE

 

Sapevate che per il film “L’Armata delle Tenebre” (1992, regia di Sam Raimi) è stato girato anche un finale post-apocalittico?

Anzi, in realtà si tratta di quello originale, poiché è venuto per primo rispetto all’altro che tutti conosciamo, in cui Ash beve la pozione magica, torna al suo tempo e riprende a lavorare nel reparto ferramenta del grande magazzino S-Mart, non senza incappare in qualche ulteriore problema con le forze oscure.
Questa versione fu voluta con insistenza dai produttori di Universal, girata appositamente dopo la fine delle riprese, e poi venne confermata come canonica anni dopo, nel 2015, con l’uscita della serie TV sequel “Ash vs. Evil Dead”.

Sam Raimi invece ha più volte dichiarato di preferire il primo finale, quello post-apocalittico.

In questa versione, Ash riceve comunque una pozione magica e gli viene raccomandato di berne esattamente sei gocce, poiché ognuna corrisponderà a cento anni di sonno.
Dopo essersi rinchiuso assieme alla sua macchina in una grotta viene però distratto da un piccolo crollo proprio mentre sta contando, col risultato che si sbaglia e ne prende una in più.
Il poverino si risveglia quindi un secolo in ritardo, coperto di polvere e ragnatele, con i vestiti logorati dal tempo e capelli e barba lunghissimi. E uscendo dalla grotta si trova di fronte un paesaggio devastato da chissà quale cataclisma, tra palazzi crollati e rottami arrugginiti.
Una visione che lo fa crollare a terra, urlando disperato “I’ve slept too long!” (“Ho dormito troppo!”) poco prima che la scena sfumi nel nero, accompagnata da una risata folle.

A seguito di ricerche, ho scoperto che l’intento di Raimi era quello di lasciarsi la porta aperta per un eventuale film successivo, in cui Ash avrebbe combattuto le forze del male in un’ambientazione post-apocalittica, per l’appunto.
Il tutto seguendo l’idea che ogni capitolo della saga dovesse virare verso un genere diverso (horror il primo, horror-commedia il secondo, horror-fantasy il terzo, horror-post-apocalittico il quarto e via dicendo).
Ma alla fine questa cosa rimase solo un concetto mai realizzato. Peccato!

Close