BLACK EASTER

 

Buona Pasqua a tutti!

Spero di non rovinarvela raccontandovi di un film che ho scoperto di recente: Black Easter (letteralmente “Pasqua Nera”), noto anche con il titolo “Assassin 33 A.D.”, un B-movie per la regia di Jason Carroll uscito in varie versioni tra il 2020 e il 2021.

La trama – a dirla tutta piuttosto confusa – ruota attorno ad alcuni giovani scienziati che vengono ingaggiati da un ricco e misterioso magnate per lavorare a un dispositivo che teletrasporti la materia.
Quello che non sanno è che il loro finanziatore è in realtà un cattivone che vuole usare la macchina per teletrasportare bombe. Ma questo passa rapidamente in secondo piano quando, risolte giusto un paio di equazioni complicatissime, il dispositivo viene riconvertito per il viaggio nel tempo e l’obiettivo diventa tornare indietro fino all’anno 33 per uccidere Gesù, impedirne la resurrezione e cancellare così l’esistenza del cristianesimo.

Un piano che gli scienziati cercano ovviamente di fermare con tutte le loro forze, dando via a una sequela di eventi e situazioni che generano diverse linee temporali (e conseguenti scene trash) per tutti i gusti: da quella post-apocalittica a quella in cui Gesù viene clonato per creare artificialmente l’Anticristo.
Per non parlare poi dei curiosi momenti di “sovrapposizione” con scene descritte nella Bibbia, o del vedere militari high-tech contemporanei falciare legionari romani a colpi di mitragliatore.
Insomma, avete capito il genere.

Non vi svelo come va a finire, né vi invito a guardarlo con troppa veemenza.
In realtà volevo solo in qualche modo lasciare una testimonianza della sua esistenza, visto che ho fatto molta, molta fatica a trovare informazioni su questo film (nonostante sia stato disponibile, per un certo periodo, persino su Amazon Prime Video).
Chissà poi che non possa comparire in un Serpentrash, in futuro!

Chiudo con una recensione bellissima che ho trovato online e mi ha molto fatta ridere:

“Un miscuglio di Ritorno al Futuro Parte II, Loki, Terminator e Rosencrantz e Guildenstern sono morti con Gesù, che su carta non dovrebbe funzionare. E infatti non funziona. Ma una cosa è certa: non è mai noioso.”

MARTEDÌ DELLO XENO – TALEC

 

Per il MARTEDÌ DELLO XENO di oggi torniamo ancora una volta nel favoloso mondo dei B-Movie per approfondire l’antagonista del film “Arma Non Convenzionale” (1990, regia di Craig R. Baxley).

Interpretato da Matthias Hues senza nemmeno troppo trucco addosso, si tratta di un alieno di cui non sappiamo il nome perché nel film non viene mai pronunciato. Persino nei titoli di coda viene chiamato semplicemente “Bad Alien” (“Alieno Cattivo”), anche se alcune fonti riportano che nel materiale di pre-produzione è indicato come “Talec”, quindi per questo articolo userò quello.

In ogni caso, Talec è un vero e proprio narcotrafficante spaziale, giunto sulla Terra con uno scopo ben preciso: rifornirsi della sostanza stupefacente chiamata “barsi” e poi riportarla sul suo pianeta (anch’esso dal nome sconosciuto) per rivenderla.

Per farlo, prima ha sottratto un grande carico di eroina ad alcuni criminali terrestri, poi ha iniziato a somministrargliela in dosi elevatissime, così da poter poi prelevare le endorfine prodotte dai loro cervelli e, infine, raffinarle in barsi purissimo.
Il tutto grazie alla tecnologia superiore di cui è in possesso, tra cui una specie di frusta meccanica che culmina in un iniettore (con cui somministra l’eroina alle sue vittime) e una lama retrattile cava (utilizzata per prelevare le endorfine), entrambe integrate in ognuno dei suoi bracciali.
Come equipaggiamento seguono poi una potentissima pistola aliena e, soprattutto, la sua arma più iconica: un disco rotante in grado di tagliare tutto, dall’aspetto vagamente simile a un CD e utilizzato in inquadrature e rimbalzi che non hanno nulla da invidiare a quelli del chakram di Xena la Principessa Guerriera.

A livello estetico, almeno superficialmente, Talec (e in generale quelli della sua specie) non è dissimile da un essere umano. Alto, grosso, con lunghi capelli biondo platino, la pelle abbronzata e gli occhi velati di bianco.
E bianco è anche il suo sangue, come scopriamo nelle ultime scene d’azione.
Inoltre, anche se non sono chiarissimi i dettagli, sembra che questa sia una specie di “forma materiale” e che in realtà l’alieno sia composto di energia (o comunque abbia una relazione di qualche tipo con essa).

In qualunque caso, a fermarlo ci penseranno il Detective della narcotici di Houston Jack Caine (interpretato da un giovanissimo Dolph Lundgren) e l’Agente Speciale dell’FBI Arwood Smith (Brian Benben), impedendo così che altri della sua specie vengano sulla Terra in forze, aprendo una rotta interspaziale per il traffico di sostanze.

Ultima curiosità: il titolo originale del film è “I Come in Peace”, “Vengo in Pace”, una frase che Talec (che essendo alieno parla pochissimo l’inglese) ripete spesso alle sue vittime prima di aggredirle.

STARCHASER – LA LEGGENDA DI ORIN

 

Conoscete “Starchaser – La leggenda di Orin”?

È un film d’animazione del 1985 per la regia di Steven Hahn, diventato famoso principalmente per due cose:
1) essere uno dei primi lungometraggi a mescolare tecniche di animazione tradizionale con quelle di computer grafica.
2) aver attinto a piene mani e senza vergogna da Guerre Stellari, al punto da esserne considerato quasi un plagio.

La storia ruota infatti attorno a Orin, un giovane schiavo impiegato nelle miniere di cristallo del pianeta Trinia, dove trova una strana spada incastonata nella roccia.
Poco dopo, questa proietta l’immagine di un misterioso uomo barbuto che rivela ai presenti come gli uomini non siano originari di quel posto ma anzi che al di fuori delle gallerie c’è un vasto universo a cui è giusto che tornino.
Egli incarica poi il possessore della spada di cercarne la lama, che proprio in quell’istante scompare come d’incanto, e con essa ritrovare la libertà.

Comincia così l’avventura di Orin e la sua ribellione all’armata di androidi schiavisti capeggiata dal malvagio tiranno Zygon.
Un’odissea che porterà il ragazzo a lasciare il pianeta e, assieme al contrabbandiere Dagg Dibrimi, alla principessa Aviana e alla robottina Silica, dopo svariate peripezie, a trovare la “forza” con cui liberare la sua gente dalla schiavitù.

Originariamente rilasciato come film in 3D stereoscopico e nonostante dal lato tecnico potesse contare su un’animazione molto ben fatta (quasi avanguardistica), Starchaser si rivelò un clamoroso flop al botteghino e non riuscì a recuperare nemmeno la metà dei suoi costi di produzione.
Il motivo fu proprio la trama, considerata sia dalla critica che dal pubblico troppo banale e scarna. Oltre che, come dicevo all’inizio dell’articolo, scopiazzata malamente da Guerre Stellari, Heavy Metal, He-Man e altri franchise di ben diverso successo usciti qualche anno prima.

Ciò nonostante col tempo divenne un piccolo cult movie, apprezzato almeno da una piccola cerchia di fan che lo ricordano soprattutto come un bel film della loro infanzia e ne apprezzano, se non altro, l’estetica.

In Italia arrivò nel 1987, direttamente in televisione, ed ebbe una limitata distribuzione come VHS, prima, e come DVD, molti anni dopo.

Visto a così tanti anni di distanza dalla sua uscita, devo però dire che è un peccato sia ormai stato quasi del tutto dimenticato.
Non è un capolavoro ma, se guardato in compagnia di qualche amico e con la giusta ironia nell’aria, può regalare un paio d’ore di buon divertimento!

MARTEDÌ DELLO XENO – I DAVANIANI

 

Oggi sono particolarmente contenta perché con il MARTEDÌ DELLO XENO riusciamo a coprire ben tre epoche del cinema horror-fantascientifico: gli anni Cinquanta, gli Ottanta e i Novanta!

Lo facciamo grazie a una specie extraterrestre originaria del pianeta Davanna, giunta sulla Terra in gran segreto per spiarci e studiare il nostro sangue.
Questo perché, in seguito alla terribile guerra nucleare che ne ha devastato il mondo, si ritrovano piagati da una malattia ematologica che (non è ben chiaro come) fa evaporare il sangue.
E quindi vorrebbero capire se il nostro, all’apparenza compatibile con il loro almeno a livello di trasfusione, possa essere d’aiuto per risolvere il problema… ed eventualmente venire a prenderselo con la forza.

A livello estetico, i Davaniani sono quasi del tutto identici agli esseri umani, con la sola eccezione degli occhi, che appaiono bianchi e privi di iride. Per questo solitamente li nascondono dietro a spessi occhiali da sole, tenuti anche di notte o al chiuso.
Lo sguardo è poi anche veicolo di spaventosi poteri telepatici: attraverso di esso possono infatti sia ipnotizzare qualcuno, soggiogandolo al proprio controllo, che uccidere, bruciando il sistema nervoso della vittima a partire dal nervo ottico.
Cosa che non hanno grossi problemi a fare, dato che si dimostrano freddi, senza pietà e completamente privi di emozioni, molto in modalità “il fine giustifica i mezzi”, pur preferendo agire con discrezione.

In compenso, oltre ad avere bisogno di continue trasfusioni di sangue per rimanere in forze, il loro punto debole è anche avere un udito molto sensibile. Un semplice suono acuto, per esempio una sirena, è sufficiente a causargli un dolore insopportabile.

A parte le vaghe informazioni sulla guerra che li ha devastati, comunque, della loro civiltà non sappiamo praticamente nulla. Possiamo però dedurre che siano tecnologicamente più avanzati di noi, visto che nell’appartamento del Signor Johnson (uno dei loro agenti sulla Terra) c’è un dispositivo di teletrasporto che lo collega a Davanna.

Passando all’off-game, come vi accennavo all’inizio dell’articolo, i Davaniani sono un piccolo classico dei B-Movie.
La loro prima apparizione risale al film del 1957 “Not of this Earth”, diretto niente meno che da Roger Corman e goffamente riadattato in italiano come “Il vampiro del pianeta rosso”, con tanto di Davanna sostituito con un più popolare (e semplice) Marte.
Sono poi stati ripresi anche in un remake omonimo del 1988, stavolta per la regia di Jim Wynorski, che gli conferisce un taglio un po’ più comico e occhi che brillano quando vengono usati i poteri.
Infine, nel 1995, il regista Terence H. Winkless ha realizzato un secondo remake per la TV, come parte del contenitore antologico di film horror “Roger Corman Presenta…”, quindi in un certo senso la loro storia si è conclusa con una sorta di ritorno a casa.

IL FINALE POST-APOCALITTICO DE L’ARMATA DELLE TENEBRE

 

Sapevate che per il film “L’Armata delle Tenebre” (1992, regia di Sam Raimi) è stato girato anche un finale post-apocalittico?

Anzi, in realtà si tratta di quello originale, poiché è venuto per primo rispetto all’altro che tutti conosciamo, in cui Ash beve la pozione magica, torna al suo tempo e riprende a lavorare nel reparto ferramenta del grande magazzino S-Mart, non senza incappare in qualche ulteriore problema con le forze oscure.
Questa versione fu voluta con insistenza dai produttori di Universal, girata appositamente dopo la fine delle riprese, e poi venne confermata come canonica anni dopo, nel 2015, con l’uscita della serie TV sequel “Ash vs. Evil Dead”.

Sam Raimi invece ha più volte dichiarato di preferire il primo finale, quello post-apocalittico.

In questa versione, Ash riceve comunque una pozione magica e gli viene raccomandato di berne esattamente sei gocce, poiché ognuna corrisponderà a cento anni di sonno.
Dopo essersi rinchiuso assieme alla sua macchina in una grotta viene però distratto da un piccolo crollo proprio mentre sta contando, col risultato che si sbaglia e ne prende una in più.
Il poverino si risveglia quindi un secolo in ritardo, coperto di polvere e ragnatele, con i vestiti logorati dal tempo e capelli e barba lunghissimi. E uscendo dalla grotta si trova di fronte un paesaggio devastato da chissà quale cataclisma, tra palazzi crollati e rottami arrugginiti.
Una visione che lo fa crollare a terra, urlando disperato “I’ve slept too long!” (“Ho dormito troppo!”) poco prima che la scena sfumi nel nero, accompagnata da una risata folle.

A seguito di ricerche, ho scoperto che l’intento di Raimi era quello di lasciarsi la porta aperta per un eventuale film successivo, in cui Ash avrebbe combattuto le forze del male in un’ambientazione post-apocalittica, per l’appunto.
Il tutto seguendo l’idea che ogni capitolo della saga dovesse virare verso un genere diverso (horror il primo, horror-commedia il secondo, horror-fantasy il terzo, horror-post-apocalittico il quarto e via dicendo).
Ma alla fine questa cosa rimase solo un concetto mai realizzato. Peccato!

MARTEDÌ DELLO XENO – I RAKKA

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO voglio raccontarvi degli alieni cattivi che fanno da antagonisti nel cortometraggio indipendente “Rakka”, pubblicato nel 2017 dagli Oat Studios di Neill Blomkamp (regista, tra le altre cose, di “District 9” ed “Elysium”).

I Klum (pronunciato “Klumi”) sono una specie extraterrestre di cui non si conosce l’origine ma solo la crudeltà.

Hanno l’aspetto di rettili antropomorfi alti poco meno di tre metri, interamente ricoperti di scaglie scure, dotati di due gambe e ben quattro braccia: due “principali” e due “secondarie”, più piccole, poste all’altezza di metà busto. Le loro mani, inoltre, hanno quattro dita.
Il volto invece è allungato e culmina in vere e proprie fauci che ricordano quelle di un coccodrillo, dalle quali però emerge una lingua biforcuta come quella dei serpenti.
Gli occhi poi sono tanti, piccoli e completamente neri, distribuiti ai lati del viso.

A livello tecnologico, per quanto la cosa non sia molto approfondita, sembrano particolarmente evoluti. Possono infatti controllare una sostanza fluida di colore nero chiamata “Swax”, facendole assumere la forma e le caratteristiche che desiderano.
È attraverso quella che creano tutto ciò di cui hanno bisogno: armi, armature, veicoli e persino edifici.

La loro capacità più pericolosa però è sicuramente quella di controllare la mente delle altre creature con lo sguardo, costringendole ad agire come vogliono loro.
Per questo la Resistenza umana è stata costretta a dotarsi di uno speciale dispositivo (simile a una fascia/elmetto da indossare sulla testa) capace di bloccare la loro influenza.

Ma perché parlo di “Resistenza Umana”?

Perché, nell’universo il cui si svolge il cortometraggio, i Klum hanno invaso la Terra, sterminato buona parte della popolazione e reso schiavi quasi tutti i superstiti.
Non solo, hanno anche iniziato una vera e propria terraformazione del pianeta, creando gigantesche torri di swax che stanno riempiendo l’atmosfera di metano, cosa che rende sempre più difficile agli umani anche solo respirare.

E il motivo dietro alle loro azioni sembra essere, pensate… l’invidia.
A quanto pare, infatti, altre creature aliene simili ad Angeli che loro prima veneravano come divinità, ora li hanno in qualche modo rinnegati, preferendo dedicare le loro attenzioni ai terrestri.
Per questo, i Klum non si lesinano in torture e sadici esperimenti sui loro prigionieri, cercando ossessivamente di capire cos’abbiamo noi che loro non hanno.

Ultima nota: se vi ho incuriositi e volete vedere il cortometraggio, lo trovate disponibile gratuitamente su YouTube, a questo link. Dura “solo” una ventina di minuti, ma a me è piaciuto tantissimo!

SHOKTIR LORAI, IL ROBOCOP BANGLADESE

 

Qualche mese fa vi ho parlato di Lady Battle Cop, la versione giapponese e femminile di RoboCop.
Come mi aveva fatto notare qualcuno nei commenti, però, non è certo quella la scopiazzatura più imbarazzante e trash del cyborg di Verhoeven.

Oggi vi racconto quindi di “Shoktir Lorai”, il remake a bass(issim)o costo girato in Bangladesh a metà degli anni ’90 (alcune fonti dicono 1996, altre 1997, altre ancora 1998. Non sono riuscita a capire quale sia corretta).

Il film è esattamente quello che credo stiate immaginando guardando la foto: un adattamento molto semplificato della storia originale, con l’aggiunta di alcuni balletti e altri elementi eccentrici (e più economici da mettere in scena).

A dirla tutta, la prima ora è davvero interminabile, con una lunga introduzione del protagonista, un poliziotto di nome Johan, della sua famiglia felice e vari altri comprimari.
Nel mentre, due scienziati mettono a punto una formula chimica (pare) per il lavaggio del cervello. Scoperta alla quale un Boss criminale della zona è particolarmente interessato.
Facendola breve, a un certo punto le trame si intrecciano, la situazione si complica e sia Johan che sua figlia vengono fatti fuori dai malviventi.

Lui però viene ovviamente “ricostruito” come potente cyborg, anche se non è ben chiaro come, e dotato di un’armatura (rimovibile, sembrerebbe) che è la copia economica e un po’ raffazzonata del suo alter-ego statunitense.
Anche lui, tra l’altro, inizialmente ha perso la memoria. Poi però ricorda ciò che i criminali hanno fatto a sua figlia e parte per la sua personale spedizione punitiva.

Ed è qui che il film comincia a dare il meglio di sé: nel momento in cui Johan entra in scena con l’armatura, infatti, il divertimento si impenna. E da lì in poi seguono continue scene d’azione e scazzottate, in una escalation di nemici che parte dai criminali di strada fino ad arrivare al Boss malavitoso contro cui vuole vendicarsi.
Che nel frattempo ha rapito la figlia di uno dei due scienziati per obbligarlo a trasformare in cyborg una delle sue tirapiedi, così da avere una guardia del corpo in grado di competere con Johan. E, di conseguenza, regalare al pubblico uno scontro finale epico.

Cos’altro dire? Shoktir Lorai è un perfetto esempio dei film a basso costo che venivano prodotti in quei paesi in quell’epoca, cercando cavalcare un minimo il successo delle loro controparti hollywoodiane.
Pensate che a un certo punto, senza motivo apparente, si sente in sottofondo il tema musicale del Superman con Christopher Reeve. In un altro momento, invece, viene utilizzata (spudoratamente) la sequenza di apertura della fondina nascosta nella gamba del RoboCop originale.
Insomma, non si può prenderlo sul serio nemmeno volendo!

Però rivisto oggi come B-Movie ha il suo fascino e, a patto di superare la prima ora, regala moltissimi momenti divertenti anche se non si capisce una parola di quanto viene detto.
A tal proposito, voglio riprendere uno stralcio da una recensione nella quale sono incappata durante le mie ricerche, che riassume tutto perfettamente:
“La versione che ho trovato su YouTube aveva un audio così pessimo che i sottotitoli automatici riuscivano a scrivere solo [musica] e [applausi] (di solito in corrispondenza degli spari). Questo non ha minimamente intaccato il divertimento.”

Io invece non riesco a non pensare che se solo avessero aggiunto al costume una visiera scura che coprisse gli occhi del protagonista, forse sarei riuscita a prendere il film un minimo più sul serio.

In ogni caso, se volete vederlo con i vostri occhi, lo trovate facilmente su YouTube, completo. Poi però fatemi sapere se vi è piaciuto!

IL PRIMO TIMECOP ERA UN FUMETTO

 

Ma voi lo sapevate che prima di diventare un famoso film con Jean-Claude Van Damme, Timecop era un fumetto?

Una proto-storia divisa in tre parti, intitolata “Time Cop: a man out of time” fece la sua comparsa sui numeri 1, 2 e 3 (agosto, settembre e ottobre 1992) della rivista antologica “Dark Horse Comics”, pubblicata dall’omonima casa editrice.

Gli autori erano Mike Richardson e Mark Verheiden, gli stessi che poco dopo si occuperanno di scrivere anche la sceneggiatura per il film, poi a sua volta riadattata in forma di fumetto per accompagnarne l’uscita, nel 1994.

Mi spiace solo che, nelle mie ricerche, non sono riuscita a trovare notizie di un’eventuale pubblicazione italiana. Il che mi sembra strano: visto il successo commerciale ottenuto dalla pellicola mi sarei aspettata almeno la pubblicazione del suo adattamento, essendo tra l’altro solo due numeri. E invece nulla.
È un peccato! Se qualcuno dovesse saperne qualcosa mi faccia sapere!

[Nell’immagine, l’agente Max Walker illustrato da Dave Dorman, preso dalla copertina dell’albo con la sua prima apparizione.
I disegni per i fumetti veri e propri, invece, furono entrambi opera di Ron Randall.]

QUELLA VOLTA CHE ROBOCOP PARTECIPÒ AL WRESTLING

 

Non è una cosa che seguo abitualmente, ma so che il wrestling è un grande spettacolo sopra le righe e che, negli anni, è stato teatro di numerosissime “baracconate”.

Credo che nessuna però possa competere con l’evento “Capital Combat” del 19 maggio 1990, in cui RoboCop in persona scese in campo per aiutare il wrestler Sting, liberandolo da una gabbia di ferro in cui era stato imprigionato da alcuni rivali.
Una trovata promozionale per il film “RoboCop 2”, che sarebbe uscito nelle sale il mese successivo.

E… beh, non so cos’altro aggiungere. Ho scoperto questa cosa qualche giorno fa e dovevo assolutamente condividerla!

[Se volete vedere il momento con i vostri occhi, trovate facilmente diversi video su YouTube]

LA MISTERIOSA LOCANDINA DE “IL PIANETA PROIBITO”

 

Mentre cercavo l’immagine della locandina de “Il Pianeta Proibito” per il post della settimana scorsa, mi sono imbattuta in questa strana versione alternativa che mi ha lasciata a dir poco confusa.

Tanto per cominciare, il robot raffigurato non è quello del film, Robbie. Il corpo ne ricorda vagamente le fattezze, ma la testa è proprio completamente diversa!
Strano poi che stia sparando con una pistola laser, ma non voglio essere troppo fiscale.
Il fatto che stia trasportando una ragazza invece è ok: lo fa anche nella locandina originale (nonostante nel film non avvenga nulla del genere). Diciamo che è una posa classica per il cinema di quell’epoca.

Sullo sfondo poi ci sono un po’ di cose a caso di fantascienza generica: varie astronavi a razzo, una sorta di città futuristica, esplosioni… insomma, l’artista sembra voler ribadire il genere dell’opera con una certa insistenza, ma senza entrare troppo nello specifico.

A colpirmi di più è però quella scritta “la forza è con voi” sopra al titolo, un chiaro riferimento a Guerre Stellari (1977), film uscito oltre vent’anni dopo rispetto a Il Pianeta Proibito (1956).
Escludendo la preveggenza, i conti non tornano 🤔🤔

Il mio primo pensiero è che si trattasse di un remake o di un film diverso con lo stesso titolo, ma no: i dati riportati sotto (attori, regista, etc.) sono esattamente gli stessi del film del 1956, quindi stiamo parlando proprio di quello.

Cercando e ricercando su internet, però, l’unico altro dato che sono riuscita a trovare è che, stando a un negozio americano che vende poster d’epoca, questa locandina sarebbe del 1978.
Cosa che tra l’altro combacerebbe con il riferimento a Guerre Stellari, uscito l’anno prima.

Si tratta forse di un’illustrazione rifatta per riproporre al cinema un classico della fantascienza, cavalcando l’onda del successo del film di George Lucas? Magari con la scusa di festeggiare, più o meno, il ventennale dall’uscita?
Mi sembra verosimile, ma non lo so con certezza.

Posso solo dire che questa locandina, e il mistero dietro di essa, mi affascinano tantissimo.
Qualcuno magari ne sa qualcosa di più o sa darmi una spiegazione?

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