REBOOT

 

Ma voi vi ricordate di ReBoot?

Fu una delle prime serie animate interamente realizzate in computer grafica, famosa soprattutto per essere proprio la prima a raggiungere la durata del classico episodio da mezz’ora (pubblicità inclusa, in realtà erano da circa 23 minuti l’uno).

Prodotta da Mainframe Entertainment, Alliance Entertainment e BLT Productions, tutte compagnie con sede in Canada, andò in onda dal 1994 al 2001, per un totale di 48 episodi suddivisi in 4 stagioni.
Da noi in Italia però è arrivata solo la prima, 13 episodi, inserita all’interno del contenitore per ragazzi di Rai 1 “Solletico”, nel 1999.

Ma di cosa parla ReBoot?

Trattandosi comunque di un cartone per bambini, la trama è elementare: tutto si svolge all’interno della “città” di Mainframe, una idealistica rappresentazione dell’interno di un computer.
Qui il protagonista di nome Bob, di professione Guardiano, lotta ogni giorno assieme agli amici Dot ed Enzo per difendere Mainframe da ciò che la minaccia, come mail di spam, errori di sistema e, soprattutto, virus. In particolare Megabyte ed Hexadecimal, due fratelli virus particolarmente ostinati e maligni.
La trama degli episodi porta poi spesso i personaggi all’interno di videogiochi e altri programmi, quando l’essere mistico superiore (la sto un po’ esagerando, lo ammetto, ma il concetto è quello) chiamato “l’Utente” ne avvia uno.

Insomma, agli occhi di uno spettatore adulto, niente di che. Tranne forse qualche riferimento “computeroso” nei nomi di personaggi, luoghi o oggetti.

Il vero pregio di ReBoot è che è stato pionieristico nello sviluppare questo genere di animazione digitale, dimostrando che la CGI poteva anche essere usata per produrre cartoni animati per la televisione.
Non a caso, alcuni degli autori e degli studi di produzione poi furono coinvolti nella realizzazione di altri prodotti simili di molto maggior successo, per esempio la serie “Beast Wars: Transformers”, del 1996. Che da noi arrivò con il (comodissimo) titolo “Rombi di tuono e cieli di fuoco per i Biocombat”, su reti Mediaset, e paradossalmente prima di ReBoot, nel 1997.

A dirla tutta, l’idea di base per ReBoot risale addirittura al 1984, da parte dei britannici John Grace, Ian Pearson, Gavin Blair e Phil Mitchell, il cui collettivo si faceva chiamare “The Hub”.
In particolare, Pearson e Blair avevano già lavorato con la CGI, realizzando per esempio il videoclip musicale per il brano “Money for Nothing” dei Dire Straits.
Da qui a tirarne fuori un intero cartone animato, però, ne passava. E infatti dovettero aspettare quasi un decennio (trasferendosi nel frattempo a Vancouver) perché la tecnologia progredisse abbastanza.
I primi veri lavori su ReBoot iniziarono infatti nel 1990, servendosi di software che allora nessuno sapeva bene come usare. Non a caso l’intera produzione fu lenta e massacrante, con vari problemi risolti in corsa, anche dopo la prima messa in onda (tra cui alcune censure assurde imposte dalla rete televisiva).

E la cosa triste è che la serie non sfondò mai davvero. Come vi accennavo prima, ReBoot servì inizialmente da apripista per altre produzioni simili, ma non divenne mai un franchise di successo.
Certo, negli anni sono usciti alcuni prodotti accessori, come i web-comics o la serie sequel “ReBoot: The Guardian Code” prodotta da Netflix nel 2018. Ma altrettanti altri, come film o serie spin-off, sono stati messi in cantiere e poi inevitabilmente cancellati.
In seguito al rilascio di un documentario per celebrare il trentesimo anniversario, nel 2024, la serie originale è però stata completamente rimasterizzata e messa a disposizione del pubblico, gratis, su YouTube. Se volete vederla, la trovate sul canale di Mainframe Studios!

GOBOTS, I CUGINI MENO FORTUNATI DEI TRANSFORMERS

 

Vi ricordate dei GoBots, i cugini meno fortunati dei Transformers?

La loro è una storia strana. Al primo impatto verrebbe da etichettarli come una semplice scopiazzatura, la classica “versione tarocca”, ma in realtà la questione è più complessa.

Tanto per cominciare, parlando di giocattoli, i GoBots vennero lanciati sul mercato americano nel 1983, ben un anno prima dei rivali Transformers. E già questo basta a smontare la tesi.
Tra l’altro, complice il fatto di essere un prodotto di fascia economica, riscossero anche un buon successo, almeno inizialmente.

Quando però nel 1984 arrivarono sugli scaffali dei negozi anche i Transformers, più costosi ma anche meglio progettati, con accessori e trasformazioni più complesse, il discorso cambiò e tra le due linee iniziò una vera e propria guerra commerciale.

Entrambe le aziende che c’erano dietro ai giocattoli, la Tonka per i GoBots e la Hasbro per i Transformers, avevano poi commissionato un cartone animato promozionale. Ed entrambi iniziarono ad andare in onda praticamente insieme, nel settembre del 1984.

La somiglianza è nettissima: i GoBots sono infatti presentati come robot trasformabili provenienti dal pianeta GoBotron, suddivisi in due fazioni in costante lotta tra loro a seguito di una guerra civile. Da un lato i Guardiani, guidati dal saggio Leader-One, dall’altro i Rinnegati, comandati dal cattivissimo Cy-Kill.
Per i Transformers invece la storia – se ridotta ai minimi termini – è praticamente identica. Con giusto la differenza che il pianeta si chiama Cybertron e le fazioni in conflitto sono gli Autorobot e i Decepticon, guidate rispettivamente da Optimus Prime e Megatron.
In entrambe le serie animate, poi, in qualche modo il conflitto raggiunge anche la Terra, che diventa uno dei teatri di scontro.

A rendere le cose più complicate per il pubblico italiano c’è però da dire che da noi arrivò prima il cartone dei Transformers, nell’ottobre del 1985. Quello dei GoBots venne invece trasmesso ben due anni più tardi, nel 1987, alimentando l’idea che questi ultimi fossero “i tarocchi” e generando non poca confusione.

E, come se non bastasse, anche sul piano dei giocattoli tutto era molto lasco. In Europa i giocattoli dei GoBots vennero perlopiù distribuiti con il nome di Robo Machines, rifacendosi a quello originale giapponese, Machine Robo.
Insomma, un casino. Ma in fondo si era a cavallo tra gli anni ’80 e i primi ’90, non c’era tutta questa attenzione ai dettagli: alle aziende importava perlopiù di mettere sul mercato robot trasformabili, che in quel periodo erano all’apice della loro potenza commerciale.

A voler proprio essere puntigliosi – e poi la smetto, perché capisco che l’articolo si sta avvicinando alla soglia del mal di testa – la “guerra” fra i Transformers e i GoBots in occidente può essere inquadrata come il riflesso di quella in corso dall’inizio degli anni ’80 in Giappone tra la Bandai e la Takara, aziende produttrici di giocattoli e maggiori esportatirici di robot trasformabili all’estero.
La Takara, in particolare, è considerata l’inventrice del concetto stesso di robot trasformabile, con la sua linea “Diaclone” del 1980.

Ora, per mettere un punto alla questione, alla fine la “guerra” di questi giocattoli fu vinta dai Transformers. Del resto, ancora oggi, più di quarant’anni dopo, è questo il termine che tutti associano a questo specifico tipo di giocattolo, nonché un franchise multimediale ancora bello forte e attivo.
E vi dico che l’esito dello scontro fu piuttosto chiaro fin da subito, anche se i GoBots si difesero egregiamente per qualche anno, sia sugli scaffali che in televisione.
Quando però nel 1991 la Hasbro comprò direttamente la Tonka, fu il colpo decisivo. Perché con l’azienda acquisì anche tutte le licenze relative ai GoBots, tranne quelle sui giocattoli e il loro aspetto, che rimasero invece in mano alla Bandai.

Il risultato? I GoBots piombarono in una sorta di “limbo burocratico” e da allora del loro franchise non si fece più quasi nulla (so giusto di qualche fumetto e poco altro). Con buona pace dei Transformers, che senza i loro concorrenti tra le scatole poterono conquistare il mercato indisturbati.

Ma volete sapere una curiosità divertente? Con l’acquisizione e un po’ di magheggi fatti nel tempo, ora i GoBots sono parte del multiverso ufficiale dei Transformers, inquadrati come una realtà alternativa!
Lo possiamo considerare un lieto fine?

“WINSTON, NON ASSOMIGLI A WINSTON”

 

Di recente ho scoperto qualcosa che mi ha piuttosto scioccata.

Sono sicura che ricordate bene il cartone animato “The Real Ghostbusters”, quello realizzato dalla DIC Entertainment del 1986, da noi trasmesso e abbondantemente replicato sulle reti Mediaset per tutti gli anni ’90 e anche oltre.
Quello che espande l’universo del film di Ivan Reitman del 1984, con protagonisti Harold Ramis, Dan Aykroyd, Ernie Hudson e Bill Murray.

Ora, sembra che a un certo punto della produzione proprio Ernie Hudson, l’interprete di Winston Zeddemore nella pellicola originale, sia stato in lizza per doppiare il personaggio anche nel cartone. Ma che sia stato rifiutato perché non abbastanza somigliante a… sé stesso.

Stando a quanto dichiarato dall’attore in alcune interviste, dopo aver mostrato interesse e disponibilità per il progetto, la cosa gli era stata venduta come praticamente fatta. Hudson racconta solo di una formalità da sbrigare: non un provino vero e proprio ma un incontro con il regista del cartone animato per leggergli qualche battuta.
Un incontro che a quanto pare andò malissimo, con quest’uomo (di cui non è stato fatto il nome) che continuava a interrompere animatamente l’attore sostenendo che, cito parafrasando un minimo: “Ernie Hudson, nel film, lo interpretava in modo diverso”.
E forse (ma qui si tratta di speculazione) ignorando che aveva di fronte proprio lo stesso Ernie Hudson, non si capisce. Cioè, boh.

Comunque alla fine, nonostante tutte le garanzie ricevute, nessuno richiamò Hudson per offrirgli il ruolo e a dare la voce a Winston nel cartone animato furono Arsenio Hall, nelle prime stagioni, e Buster Jones nelle ultime.
Una scelta che mi lascia un po’ perplessa, ma ormai sono passati tanti anni e sappiamo che il mondo del business può essere… complesso.

Lo stesso Hudson dichiara di esserci rimasto molto male all’epoca, anche comprensibilmente, ma di essere poi semplicemente andato oltre. E con il senno di poi sappiamo che ha ripreso il ruolo di Winston più di una volta, nel corso degli anni.

Prima di urlare allo scandalo e indignarsi, per completezza, devo però anche aggiungere che i produttori del cartone animato, in particolar modo il character designer Jim McDermott, cercarono fin dall’inizio di distanziarsi un pochino dal film originale e dare al prodotto un’identità più sua, adatta all’animazione, per esempio cambiando dettagli dell’aspetto fisico e il colore delle tute dei personaggi principali.
Non a caso, in termini di canonicità dei Ghostbusters, l’universo cinematografico e quello della serie animata sono considerati separati, pur utilizzando come punto di partenza gli eventi raccontati nel primo film.

Chiarito questo, aggiungo però che mi dispiace per Ernie Hudson. Sono convinta che avrebbe fatto un ottimo lavoro!

C.O.P.S. – Squadra Anticrimine

 

Qualcuno ricorda C.O.P.S. – Squadra Anticrimine?

È un cartone animato prodotto dalla DIC Entertainment nel 1988, su commissione della Hasbro, per promuovere la loro corrispondente linea di giocattoli.

Originariamente pensati per essere gli eredi dei G.I. Joe (tanto che le due serie sono ambientate nello stesso universo, visto che un personaggio è il figlio di uno dei famosi soldati), i C.O.P.S. non riscossero purtroppo lo stesso successo ed ebbero una vita molto breve.

Ed è un peccato, perché – nei limiti di una produzione di quel genere – c’era dietro un bel potenziale.

La serie è infatti ambientata circa trent’anni nel futuro, per la precisione nel 2020, a Empire City, una metropoli piagata da un elevato tasso di criminalità.
Per riportare l’ordine in città viene quindi istituita la Squadra Speciale C.O.P.S. (acronimo di “Central Organization of Police Specialists”), composta dai migliori elementi presi dai corpi di Polizia di tutto il paese ed equipaggiati con tecnologia sperimentale all’avanguardia e nomi in codice tamarri.
Guidati dall’Agente Federale cyborg Baldwin P. Vess (nome in codice “Bulletproof”), questi eroi si scontreranno con i molti membri dell’organizzazione criminale CROOKS, alla cui testa si trova il cattivissimo “Big Boss” Brandon Babel.

Un setting semplice ma chiaro, con un tocco di cyberpunk ad aggiungere un po’ di carattere.
Elemento che permise ai creativi dietro ai giocattoli di creare personaggi variegati, pieni di gadget, e agli autori del cartone (tra cui Kevin Altieri e Bruce Timm, che qualche anno dopo avrebbero firmato la leggendaria serie animata di Batman) di svilupparli in storie interessanti, scritte piuttosto bene.

Nonostante tutto però, soprattutto a causa di alcune scelte di marketing sbagliate, alla concorrenza feroce di altre linee di enorme successo come le Tartarughe Ninja, RoboCop e gli stessi G.I. Joe, ma anche a poco chiari “problemi di comunicazione” che portarono alcuni dei personaggi più amati del cartone a non avere un corrispettivo in giocattolo, alla fine C.O.P.S. non riuscì a sfondare e il progetto si arenò nel giro di un paio d’anni.

In Italia arrivarono solo nel 1992 e praticamente già nella bara, con il cartone trasmesso sulle reti Mediaset in pieno agosto e (stranamente, anche se le fonti riportano così) senza essere accompagnato dal rilascio della linea di giocattoli.

Finirono quindi ben presto nel dimenticatoio, e tuttora sono ricordati solo da una ristretta cerchia di appassionati.

MARTEDÌ DELLO XENO – I TAMAGODORI

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO un piccolo animale alieno che mi ha colpita per il suo aspetto buffo, delicato e strano allo stesso tempo.

I Tamagodori sono piccole creature originarie del pianeta Koyakoya, situato in una galassia molto lontana dalla Terra.

Come potete vedere dall’immagine, hanno l’aspetto (e le dimensioni) di uova alate e un’indole mansueta. A loro piace semplicemente svolazzare qua e là senza troppi pensieri. Non sono infatti una specie particolarmente intelligente o con una società complessa, quanto più equiparabili ad animali selvatici anche un po’ ingenui.

Tra l’altro, l’uovo con le ali è la loro forma adulta e nessuno ha idea di come siano fatti all’interno, perché il loro guscio è praticamente infrangibile. Anche se viene incrinato o rotto, infatti, si rigenera all’istante lasciando cadere i frammenti di quello vecchio!

I Tamagodori compaiono nel film d’animazione “Doraemon esplora lo spazio” del 1981 e nel suo remake del 2009.
Sarò sincera: quando li ho visti per la prima volta ho pensato che avessero un design un po’ pigro, ma quando poi ho approfondito un minimo la loro storia hanno finito con lo starmi simpatici!

MARTEDÌ DELLO XENO – IL POPOLO DEL SOTTOSUOLO

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO una specie proveniente dall’universo dei Thundercats, il cartone animato del 1985 che ha come protagonisti degli alieni umanoidi con vistosi tratti felini.

Il Popolo del Sottosuolo (in originale “Under-Earthmen”, contrapposto a “Over-Earthman”, cioè come chiamano gli abitanti della superficie) sono extraterrestri originari della Terza Terra, il pianeta che ha dato asilo ai Thundercats dopo la distruzione del loro mondo originale, Thundera.

Il loro aspetto fisico tradisce per molti aspetti il loro habitat oscuro: non molto alti, completamente glabri, con la pelle grigio-violacea, gli arti leggermente sproporzionati in lunghezza e i tratti del viso molto marcati, quasi caricaturali.
In particolare hanno gli occhi davvero tanto grandi, con pupille che coprono quasi del tutto la sclera, anche se purtroppo sono quasi completamente ciechi e ipersensibili persino alla più piccola fonte di luce.
Per qualche strano motivo, poi, riescono a dare la scossa con il tocco delle dita.

Quella del Popolo del Sottosuolo è una storia triste: un tempo vivevano in superficie ed erano molto rispettati per la loro grande conoscenza in ogni ambito, conservata in ampie e fornitissime biblioteche.
Ma a un certo punto della storia, dei non meglio specificati e ormai dispersi nel mito “Signori Supremi” iniziarono a temerli e a dar loro la caccia, tentando di distruggerne i libri. Cosa che li spinse a rifugiarsi nelle profonde caverne dove ormai vivono da millenni.

Nel farlo hanno anche portato in salvo (e ancora preservano gelosamente) gran parte di quegli antichi tomi. Ma, ironia della sorte, vivere per generazioni e generazioni al buio ha deteriorato così tanto le loro capacità visive che non sono più in grado di leggerli.

La loro venerazione per la conoscenza però non è venuta meno!
Pensate che nell’episodio in cui compaiono, quando Lion-O (il leader dei Thundercats) li incontra per puro caso, inizialmente vorrebbero farlo prigioniero e costringerlo a leggergli tutti i libri della loro biblioteca, sfruttando la sua ancora ottima vista.

A parte un’iniziale diffidenza e aggressività nei confronti degli estranei, va però specificato che il Popolo del Sottosuolo non è intrinsecamente cattivo.
Anzi, una volta chiarito il malinteso e specificato che non si è stati mandati dai Signori Supremi della leggenda, si rivelano ospitali e benevoli, pur restando riservati.

SPACE ACE, IL FRATELLO FANTASCIENTIFICO DI DRAGON’S LAIR

 

Tutti ricordano bene Dragon’s Lair, il videogioco a cartoni animati di Don Bluth prodotto dalla Cinematronics nel 1983.
Ma quanti ricordano il suo “fratello” fantascientifico, Space Ace?

Uscì appena quattro mesi dopo, proponendo più o meno lo stesso gameplay (con giusto qualche piccola innovazione), ma non arrivò mai al successo della sua controparte fantasy.

Anche la trama ricalca quella di Dragon’s Lair: invece che dover liberare la principessa prigioniera del drago, stavolta tocca salvare la fidanzata/collega Kimberly dal Comandante Borf, un alieno che vuole conquistare la Terra.

Il giocatore veste i panni di Dexter, soprannominato “Ace”, stereotipico eroe spaziale alto e possente, trasformato da Borf nella sua versione adolescente, ben più mingherlina, attraverso l’Infanto-Ray (traducibile come “raggio infantilizzante”).
Nonostante l’inconveniente, l’uomo deve darsi da fare per superare varie insidie, dai soldati-robot agli inseguimenti in navicella, raggiungere la base del malvagio extraterrestre e sconfiggerlo.
Per fortuna durante la sua avventura potrà anche ri-trasformarsi temporaneamente in Ace, così da avere vita più facile in certe fasi del gioco.

Seppur meno noto di Dragon’s Lair, anche Space Ace fu un grande successo commerciale e, nel tempo, diede origine a un piccolo franchise. Ne vennero infatti ricavati numerosi porting per computer e console casalinghe (alcuni più completi e fedeli di altri), un seguito, un fumetto e persino una breve serie a cartoni animati!

STARCHASER – LA LEGGENDA DI ORIN

 

Conoscete “Starchaser – La leggenda di Orin”?

È un film d’animazione del 1985 per la regia di Steven Hahn, diventato famoso principalmente per due cose:
1) essere uno dei primi lungometraggi a mescolare tecniche di animazione tradizionale con quelle di computer grafica.
2) aver attinto a piene mani e senza vergogna da Guerre Stellari, al punto da esserne considerato quasi un plagio.

La storia ruota infatti attorno a Orin, un giovane schiavo impiegato nelle miniere di cristallo del pianeta Trinia, dove trova una strana spada incastonata nella roccia.
Poco dopo, questa proietta l’immagine di un misterioso uomo barbuto che rivela ai presenti come gli uomini non siano originari di quel posto ma anzi che al di fuori delle gallerie c’è un vasto universo a cui è giusto che tornino.
Egli incarica poi il possessore della spada di cercarne la lama, che proprio in quell’istante scompare come d’incanto, e con essa ritrovare la libertà.

Comincia così l’avventura di Orin e la sua ribellione all’armata di androidi schiavisti capeggiata dal malvagio tiranno Zygon.
Un’odissea che porterà il ragazzo a lasciare il pianeta e, assieme al contrabbandiere Dagg Dibrimi, alla principessa Aviana e alla robottina Silica, dopo svariate peripezie, a trovare la “forza” con cui liberare la sua gente dalla schiavitù.

Originariamente rilasciato come film in 3D stereoscopico e nonostante dal lato tecnico potesse contare su un’animazione molto ben fatta (quasi avanguardistica), Starchaser si rivelò un clamoroso flop al botteghino e non riuscì a recuperare nemmeno la metà dei suoi costi di produzione.
Il motivo fu proprio la trama, considerata sia dalla critica che dal pubblico troppo banale e scarna. Oltre che, come dicevo all’inizio dell’articolo, scopiazzata malamente da Guerre Stellari, Heavy Metal, He-Man e altri franchise di ben diverso successo usciti qualche anno prima.

Ciò nonostante col tempo divenne un piccolo cult movie, apprezzato almeno da una piccola cerchia di fan che lo ricordano soprattutto come un bel film della loro infanzia e ne apprezzano, se non altro, l’estetica.

In Italia arrivò nel 1987, direttamente in televisione, ed ebbe una limitata distribuzione come VHS, prima, e come DVD, molti anni dopo.

Visto a così tanti anni di distanza dalla sua uscita, devo però dire che è un peccato sia ormai stato quasi del tutto dimenticato.
Non è un capolavoro ma, se guardato in compagnia di qualche amico e con la giusta ironia nell’aria, può regalare un paio d’ore di buon divertimento!

MARTEDÌ DELLO XENO – I MANGIASOGNI DI CASSIOPEA

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO un predatore infido, in grado di manipolare i sogni delle sue vittime.

I Mangia-Sogni Cassiopeani sono una delle tantissime creature extraterrestri apparse nell’universo di Ben 10. Più precisamente nell’episodio “La notte degli incubi viventi” della terza serie, Ultimate Alien.

Il loro mondo di origine è sconosciuto ma, a giudicare dal nome, presumo siano molto diffusi nella zona vicina alla costellazione di Cassiopea. Altrimenti non si spiega!

L’aspetto invece è quello di meduse fluttuanti grosse all’incirca quanto la testa di un essere umano, con lunghi tentacoli blu e un corpo sferico che racchiude al suo interno macchie di varie sfumature comprese tra il rosa e il viola.

Siccome si nutrono delle sostanze chimiche prodotte da un cervello in forte stato di stress, sono solite attaccarsi alla faccia delle loro prede e indurle a un sonno forzato ricco di incubi, grazie ai quali possono banchettare a sazietà.
E ovviamente non si staccano fino alla dipartita della vittima, solo perché a quel punto non è più in grado di sognare e dar loro nutrimento.

Cosa curiosa, quando i Mangia-Sogni si attaccano alla testa di qualcuno, le macchie nel loro corpo si dispongono fino ad assumere la forma di un teschio. Tanto per ricordare anche a chi guarda dall’esterno che non sta accadendo qualcosa di bello, forse.

Tra l’altro, la loro presa sembra essere particolarmente salda: gira voce che se si prova a staccarne uno utilizzando la forza, è molto facile strappare via insieme anche la faccia della preda.
Per fortuna, i medici Galvaniani (un’altra specie aliena, particolarmente evoluta) sanno come rimuoverlo in sicurezza!

MARTEDÌ DELLO XENO – IL PAPA SPAZIALE

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO quella che per me è una delle creature più divertenti dell’universo di Futurama: il Papa Spaziale!

Noto anche con il nome latino di “Crocodylus Pontifex”, è la figura a capo del Cattolicesimo Spaziale. Cioè quello che sembrerebbe essere l’evoluzione al 31^ secolo dell’attuale Cattolicesimo, considerando soprattutto che continua ad avere sede nella Città del Vaticano, a Roma.

Poi sulla specie in sé non si sa molto oltre a quello che si può dedurre osservandolo: è un rettile antropomorfo, alto all’incirca quanto un uomo, con la pelle a scaglie verde acceso e quattro dita per mano.
Viene poi detto che ha più di 200 anni, quindi si tratta con buona probabilità di creature piuttosto longeve.

Un’altra curiosità è che nel futuro, il fatto che il Papa sia un rettiliano è una cosa talmente ovvia e risaputa da essere utilizzata come domanda retorica, da rivolgere a qualcuno quando puntualizza l’ovvio!
Inoltre, siccome i precetti del Cattolicesimo Spaziale si scagliano fortemente contro la robosessualità (l’amore tra robot ed esseri viventi), il Papa Spaziale è uno dei suoi più grandi detrattori pubblici.

Purtroppo non è un personaggio molto ripreso dagli autori del cartone animato, salvo qualche menzione qua e là e veloci apparizioni in pochi episodi. Ed è un peccato, perché secondo me potrebbe dare vita ad archi narrativi interessanti!

In compenso, come potete vedere dall’immagine che ho scelto di allegare all’articolo, il Papa Spaziale ha avuto il privilegio di sposare Fry e Leela (anche se in realtà la situazione è un po’ più complicata, dato che nell’episodio in questione il tempo è fermo e lui non se ne accorge).

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