MARTEDÌ DELLO XENO – I FILENI

 

Come chiedeva qualcuno nei commenti qualche settimana fa, nel MARTEDÌ DELLO XENO di oggi parliamo degli extraterrestri apparsi in “Memole dolce Memole”, il cartone animato prodotto da Toei Animation nel 1984!

I Fileni (così come vengono chiamati nel doppiaggio italiano e che nulla hanno a che fare con le cotolette di pollo) sono una specie aliena originaria del pianeta Filofilo.

Alti tra i 16 e i 20 centimetri, cappello a punta escluso, hanno l’aspetto di piccoli omini paffutelli con gli occhi grandi e i capelli di colori strani e sgargianti. Per questo, nella rara eventualità che un essere umano ne veda qualcuno, di solito vengono scambiati per veri e propri folletti.
Il fatto poi che vivano in mezzo alla natura, in perfetta comunione con essa, e possano persino comunicare (non è ben chiaro come) con gli animali, va sicuramente a supportare questa credenza.

Oltre a ciò, di loro sappiamo ben poco: la vita media di un Fileno sembra essere molto più lunga rispetto a quella di un essere umano, indicativamente attorno ai quattrocento anni, motivo per cui anche il loro sviluppo fisico e mentale è più lento. Non a caso, nella serie, Memole si comporta come una bambina di cinque-sei anni, quando in realtà ne ha quasi venticinque!

Un altro elemento importante per la loro società è poi il cappello a punta: per non meglio specificate questioni di tradizione, difatti, un Fileno non si vorrebbe MAI mostrare a capo scoperto.
A parte quanto vi ho elencato finora però non hanno poteri magici o altre capacità strane ben specificate. Piuttosto, come spesso mi è capitato di dover scrivere in questa rubrica, cose necessarie allo sviluppo (o alla risoluzione) della trama dell’episodio.

In compenso sono di natura gentili ma piuttosto schivi, soprattutto quelli che si sono ritrovati per caso sul nostro pianeta.

Secondo la trama del cartone animato, infatti, la comunità di cui fa parte Memole è composta da 245 (o 246, secondo alcune fonti ufficiali giapponesi. Non che faccia una gran differenza) Fileni che sono atterrati sulla Terra in seguito a un guasto tecnico della loro astronave.
Qui, su una piccola isola circondata da un fitto bosco che può celare la loro esistenza a occhi indiscreti, fondano il villaggio di Lil e vi si stabiliscono per il tempo necessario a riparare il loro mezzo.
L’idea è quella di ripartire quanto prima, ma le cose si riveleranno più complesse del previsto e richiederanno molto tempo.
Intanto, la curiosa e sconsiderata Memole si spinge fino a un vicino cottage, facendo la conoscenza di una ragazza di nome Mariel, cagionevole di salute e pertanto costretta a passare molto tempo da sola a casa, con cui stringe una deliziosa amicizia.

MARTEDÌ DELLO XENO – GLI OSSERVATORI (da Rick & Morty)

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO delle creature provenienti dal multiverso di Rick & Morty che, forse, ci stanno spiando anche in questo preciso momento.

Gli Osservatori, da non confondere con quelli della Marvel o con quelli apparsi in altre mille produzioni fantascientifiche (ammettiamolo: è un nome piuttosto inflazionato) sono creature aliene fatte di cristallo.
Il loro aspetto è infatti simile a quello di una sezione di agata fluttuante, grande all’incirca quanto una persona e che emette un bagliore quando parlano.

Si tratta comunque di esseri dai poteri cosmici, visto che hanno la capacità di vedere (e, volendo, mostrare agli altri proiettando sul proprio corpo) tutto ciò che è mai accaduto e accadrà negli infiniti universi.
Sono, di fatto, onniscenti.
E anche se si predicano indifferenti alle sorti e alle vicende che riguardano altre specie, a dirla tutta persino con una certa spocchia, la realtà è che questo “distacco” è molto meno marcato di quanto vogliano ammettere.
Anzi, molti Osservatori sfruttano le proprie capacità per fare soldi, per esempio mostrando momenti specifici su richiesta, magari come prova in tribunale, o al falò di Temptation Island (quest’ultima non è vera, ma non ho resistito al paragone, scusate!) oppure facendo leak di film molto attesi prima che escano al cinema.
Stando alle voci, alcuni di loro a volte causano addirittura guerre o conflitti tra altre specie solo per godersi lo spettacolo!

Non proprio degli osservatori imparziali e distaccati, insomma.

Come li descrive lo stesso Rick nel cartone animato: “sono praticamente delle body-cam della polizia universali, ma non puoi spegnerle quando picchi una minoranza.”

I miei pensieri su ANGELS OF DEATH

Un viaggio attraverso il tetro e sanguinoso universo di Warhammer 40.000. Spiegazione semplice, da raccontare anche alla nonna.

Oggi condivido con voi i miei pensierisu “Angels of Death”, la serie animata sugli Angeli Sanguinari che Games Workshop usò per lanciare Warhammer TV nel 2021!

Musica di sottofondo: Myuu – Final Boss
Musica del filtro antispam: TrackTribe – A Night Alone

MARTEDÌ DELLO XENO – I SEATURNIANI

 

Per il MARTEDÌ DELLO XENO di oggi andiamo a ripescare (letteralmente) un vecchio cartone animato degli anni ’80 che forse qualcuno ricorderà come la copia sottomarina dei Puffi: gli Snorky!

E prima che mi scriviate nei commenti “ma Villa, gli Snorky sono strani, si, ma terrestri. Tecnicamente non sono xeno!” vi anticipo subito: non voglio parlare direttamente di loro.

Voglio invece raccontarvi dei Seaturniani, degli extraterrestri in tutto e per tutto uguali agli Snorky, con l’eccezione di avere due “boccagli” sulla testa invece che uno.
E in generale una tecnologia molto più avanzata, tanto da consentire loro il viaggio interstellare oltre la velocità della luce.
Sono quindi esserini antropomorfi alti pochi centimetri e di colori variegati, con la testa spropositatamente più grande del corpo e la capacità di respirare sott’acqua. Fondamentale, considerando che sono creature sottomarine.

E questo è più o meno tutto ciò che si sa di loro, poiché in realtà sono apparsi solamente in un singolo episodio della quarta stagione, da noi arrivato con il titolo “Una missione difficile”.
Qui, la Snorky di nome Bollicina aiuta la Seaturniana Molly a recuperare una particolare alga di cui ha bisogno per curare il padre malato, finendo invischiata in un’avventura dai toni fantascientifici a dir poco complicata.
Nulla di imperdibile, comunque.

Il motivo che mi ha convinta a scriverci sopra un martedì dello xeno è infatti il gioco di parole fatto dagli autori con il nome della specie in inglese: “Seaturnians”, provenienti dal pianeta “Seaturn”. Crasi delle parole “Sea” (Mare) e “Saturn” (Saturno). Perfetto per degli alieni sottomarini!
Lo so, è una scemenza, ma nella sua semplicità mi ha fatta morire dal ridere!

Peccato che nell’edizione italiana del cartone questo dettaglio sia andato perduto, visto che Seaturn viene chiamato semplicemente “pianeta Oceanide”.
Però non biasimo chi si è occupato dell’adattamento: purtroppo si trattava di un gioco di parole intraducibile nella nostra lingua. Io stessa, con “Seaturniani”, sento di aver quasi passato il limite, in realtà.

Ultima curiosità: il pianeta Seaturn era già stato nominato in un altro episodio della serie antecedente a questo, ma alla fine dello stesso si scopriva che si trattava di qualcosa di inventato, non realmente esistente.
A quanto pare, dopo, gli autori del cartone animato hanno cambiato idea in merito!

MARTEDÌ DELLO XENO – GLI UOMINI DI METALLO

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO andiamo a ripescare una vecchia perla d’animazione science-fantasy francese ormai quasi dimenticata.

Vi racconto infatti degli Uomini di Metallo, l’esercito di automi creati dal terribile Metamorphis, una sorta di cervello gigante che fa da principale antagonista nel film “Gandahar” (1988, regia di René Laloux), a sua volta basato sul romanzo di Jean-Pierre Andrevon “Gli uomini-macchina contro Gandahar”, pubblicato nel 1969.

Questi “minion” hanno l’aspetto di automi di metallo completamente neri, con la sola eccezione di un oblò (passatemi il termine) nella pancia e due sottili fessure al posto degli occhi, dai quali si può intravedere una luce rossastra.
Per certi versi, ricordano un po’ la Iron Legion del Marvel Cinematic Universe, ma in nero e disegnata con tratti molto più semplici.

In realtà non si tratta di robot in senso stretto. Sono più dei costrutti: gusci di metallo vuoti all’interno, animati dall’energia – apparentemente magica – di particolari cristalli posti al loro interno (da cui la luce rossastra di cui vi parlavo prima).

Comunque sia, come tradisce il loro aspetto, sono soldati implacabili. E poiché mancano di una vera e propria volontà, perseguono gli ordini a loro affidati senza batter ciglio o esitare, anche quando si tratta di azioni crudeli o pericolose.
L’unico modo per fermarli è, semplicemente, distruggerli.

Stando alla trama del film, il Metamorphis del futuro, più che millenario, anziano e ormai non più in grado di rigenerare le proprie cellule, li ha creati come suo esercito privato.
Il processo non è ben chiarito, in realtà, ma la teoria più comune vede i cristalli rosa che animano gli Uomini di Metallo come vere e proprie parti di Metamorphis solidificate. Cosa che, con tutta probabilità, è anche legata al loro controllo.

In ogni caso, la loro missione è tornare indietro nel tempo e catturare quanti più Gandahriani (gli abitanti di Gandahar, il pianeta dove è ambientata la pellicola) possibili, in modo da poterli “processare” per estrarne le cellule necessarie a prolungare la vita del loro padrone. Un processo che, ovviamente, risulta mortale per i prigionieri.
Per farlo, gli Uomini di Metallo li trasformano temporaneamente in pietra sparando raggi laser dagli indici e poi li imbozzolano dentro delle specie di uova (sempre di pietra) per trasportarli via con comodità.

E questo, in realtà, è più o meno tutto ciò che c’è da dire su di loro.
Non si tratta di personaggi particolarmente approfonditi, anzi sono proprio lì al servizio della trama, che a dirla tutta è un po’ inutilmente arrovellata.
In qualche modo però “Gandahar” come opera mi ha comunque colpita, soprattutto a livello visivo e per gli spunti sull’uso incontrollato dell’ingegneria genetica. Quindi volevo parlarvene un po’!

REBOOT

 

Ma voi vi ricordate di ReBoot?

Fu una delle prime serie animate interamente realizzate in computer grafica, famosa soprattutto per essere proprio la prima a raggiungere la durata del classico episodio da mezz’ora (pubblicità inclusa, in realtà erano da circa 23 minuti l’uno).

Prodotta da Mainframe Entertainment, Alliance Entertainment e BLT Productions, tutte compagnie con sede in Canada, andò in onda dal 1994 al 2001, per un totale di 48 episodi suddivisi in 4 stagioni.
Da noi in Italia però è arrivata solo la prima, 13 episodi, inserita all’interno del contenitore per ragazzi di Rai 1 “Solletico”, nel 1999.

Ma di cosa parla ReBoot?

Trattandosi comunque di un cartone per bambini, la trama è elementare: tutto si svolge all’interno della “città” di Mainframe, una idealistica rappresentazione dell’interno di un computer.
Qui il protagonista di nome Bob, di professione Guardiano, lotta ogni giorno assieme agli amici Dot ed Enzo per difendere Mainframe da ciò che la minaccia, come mail di spam, errori di sistema e, soprattutto, virus. In particolare Megabyte ed Hexadecimal, due fratelli virus particolarmente ostinati e maligni.
La trama degli episodi porta poi spesso i personaggi all’interno di videogiochi e altri programmi, quando l’essere mistico superiore (la sto un po’ esagerando, lo ammetto, ma il concetto è quello) chiamato “l’Utente” ne avvia uno.

Insomma, agli occhi di uno spettatore adulto, niente di che. Tranne forse qualche riferimento “computeroso” nei nomi di personaggi, luoghi o oggetti.

Il vero pregio di ReBoot è che è stato pionieristico nello sviluppare questo genere di animazione digitale, dimostrando che la CGI poteva anche essere usata per produrre cartoni animati per la televisione.
Non a caso, alcuni degli autori e degli studi di produzione poi furono coinvolti nella realizzazione di altri prodotti simili di molto maggior successo, per esempio la serie “Beast Wars: Transformers”, del 1996. Che da noi arrivò con il (comodissimo) titolo “Rombi di tuono e cieli di fuoco per i Biocombat”, su reti Mediaset, e paradossalmente prima di ReBoot, nel 1997.

A dirla tutta, l’idea di base per ReBoot risale addirittura al 1984, da parte dei britannici John Grace, Ian Pearson, Gavin Blair e Phil Mitchell, il cui collettivo si faceva chiamare “The Hub”.
In particolare, Pearson e Blair avevano già lavorato con la CGI, realizzando per esempio il videoclip musicale per il brano “Money for Nothing” dei Dire Straits.
Da qui a tirarne fuori un intero cartone animato, però, ne passava. E infatti dovettero aspettare quasi un decennio (trasferendosi nel frattempo a Vancouver) perché la tecnologia progredisse abbastanza.
I primi veri lavori su ReBoot iniziarono infatti nel 1990, servendosi di software che allora nessuno sapeva bene come usare. Non a caso l’intera produzione fu lenta e massacrante, con vari problemi risolti in corsa, anche dopo la prima messa in onda (tra cui alcune censure assurde imposte dalla rete televisiva).

E la cosa triste è che la serie non sfondò mai davvero. Come vi accennavo prima, ReBoot servì inizialmente da apripista per altre produzioni simili, ma non divenne mai un franchise di successo.
Certo, negli anni sono usciti alcuni prodotti accessori, come i web-comics o la serie sequel “ReBoot: The Guardian Code” prodotta da Netflix nel 2018. Ma altrettanti altri, come film o serie spin-off, sono stati messi in cantiere e poi inevitabilmente cancellati.
In seguito al rilascio di un documentario per celebrare il trentesimo anniversario, nel 2024, la serie originale è però stata completamente rimasterizzata e messa a disposizione del pubblico, gratis, su YouTube. Se volete vederla, la trovate sul canale di Mainframe Studios!

GOBOTS, I CUGINI MENO FORTUNATI DEI TRANSFORMERS

 

Vi ricordate dei GoBots, i cugini meno fortunati dei Transformers?

La loro è una storia strana. Al primo impatto verrebbe da etichettarli come una semplice scopiazzatura, la classica “versione tarocca”, ma in realtà la questione è più complessa.

Tanto per cominciare, parlando di giocattoli, i GoBots vennero lanciati sul mercato americano nel 1983, ben un anno prima dei rivali Transformers. E già questo basta a smontare la tesi.
Tra l’altro, complice il fatto di essere un prodotto di fascia economica, riscossero anche un buon successo, almeno inizialmente.

Quando però nel 1984 arrivarono sugli scaffali dei negozi anche i Transformers, più costosi ma anche meglio progettati, con accessori e trasformazioni più complesse, il discorso cambiò e tra le due linee iniziò una vera e propria guerra commerciale.

Entrambe le aziende che c’erano dietro ai giocattoli, la Tonka per i GoBots e la Hasbro per i Transformers, avevano poi commissionato un cartone animato promozionale. Ed entrambi iniziarono ad andare in onda praticamente insieme, nel settembre del 1984.

La somiglianza è nettissima: i GoBots sono infatti presentati come robot trasformabili provenienti dal pianeta GoBotron, suddivisi in due fazioni in costante lotta tra loro a seguito di una guerra civile. Da un lato i Guardiani, guidati dal saggio Leader-One, dall’altro i Rinnegati, comandati dal cattivissimo Cy-Kill.
Per i Transformers invece la storia – se ridotta ai minimi termini – è praticamente identica. Con giusto la differenza che il pianeta si chiama Cybertron e le fazioni in conflitto sono gli Autorobot e i Decepticon, guidate rispettivamente da Optimus Prime e Megatron.
In entrambe le serie animate, poi, in qualche modo il conflitto raggiunge anche la Terra, che diventa uno dei teatri di scontro.

A rendere le cose più complicate per il pubblico italiano c’è però da dire che da noi arrivò prima il cartone dei Transformers, nell’ottobre del 1985. Quello dei GoBots venne invece trasmesso ben due anni più tardi, nel 1987, alimentando l’idea che questi ultimi fossero “i tarocchi” e generando non poca confusione.

E, come se non bastasse, anche sul piano dei giocattoli tutto era molto lasco. In Europa i giocattoli dei GoBots vennero perlopiù distribuiti con il nome di Robo Machines, rifacendosi a quello originale giapponese, Machine Robo.
Insomma, un casino. Ma in fondo si era a cavallo tra gli anni ’80 e i primi ’90, non c’era tutta questa attenzione ai dettagli: alle aziende importava perlopiù di mettere sul mercato robot trasformabili, che in quel periodo erano all’apice della loro potenza commerciale.

A voler proprio essere puntigliosi – e poi la smetto, perché capisco che l’articolo si sta avvicinando alla soglia del mal di testa – la “guerra” fra i Transformers e i GoBots in occidente può essere inquadrata come il riflesso di quella in corso dall’inizio degli anni ’80 in Giappone tra la Bandai e la Takara, aziende produttrici di giocattoli e maggiori esportatirici di robot trasformabili all’estero.
La Takara, in particolare, è considerata l’inventrice del concetto stesso di robot trasformabile, con la sua linea “Diaclone” del 1980.

Ora, per mettere un punto alla questione, alla fine la “guerra” di questi giocattoli fu vinta dai Transformers. Del resto, ancora oggi, più di quarant’anni dopo, è questo il termine che tutti associano a questo specifico tipo di giocattolo, nonché un franchise multimediale ancora bello forte e attivo.
E vi dico che l’esito dello scontro fu piuttosto chiaro fin da subito, anche se i GoBots si difesero egregiamente per qualche anno, sia sugli scaffali che in televisione.
Quando però nel 1991 la Hasbro comprò direttamente la Tonka, fu il colpo decisivo. Perché con l’azienda acquisì anche tutte le licenze relative ai GoBots, tranne quelle sui giocattoli e il loro aspetto, che rimasero invece in mano alla Bandai.

Il risultato? I GoBots piombarono in una sorta di “limbo burocratico” e da allora del loro franchise non si fece più quasi nulla (so giusto di qualche fumetto e poco altro). Con buona pace dei Transformers, che senza i loro concorrenti tra le scatole poterono conquistare il mercato indisturbati.

Ma volete sapere una curiosità divertente? Con l’acquisizione e un po’ di magheggi fatti nel tempo, ora i GoBots sono parte del multiverso ufficiale dei Transformers, inquadrati come una realtà alternativa!
Lo possiamo considerare un lieto fine?

“WINSTON, NON ASSOMIGLI A WINSTON”

 

Di recente ho scoperto qualcosa che mi ha piuttosto scioccata.

Sono sicura che ricordate bene il cartone animato “The Real Ghostbusters”, quello realizzato dalla DIC Entertainment del 1986, da noi trasmesso e abbondantemente replicato sulle reti Mediaset per tutti gli anni ’90 e anche oltre.
Quello che espande l’universo del film di Ivan Reitman del 1984, con protagonisti Harold Ramis, Dan Aykroyd, Ernie Hudson e Bill Murray.

Ora, sembra che a un certo punto della produzione proprio Ernie Hudson, l’interprete di Winston Zeddemore nella pellicola originale, sia stato in lizza per doppiare il personaggio anche nel cartone. Ma che sia stato rifiutato perché non abbastanza somigliante a… sé stesso.

Stando a quanto dichiarato dall’attore in alcune interviste, dopo aver mostrato interesse e disponibilità per il progetto, la cosa gli era stata venduta come praticamente fatta. Hudson racconta solo di una formalità da sbrigare: non un provino vero e proprio ma un incontro con il regista del cartone animato per leggergli qualche battuta.
Un incontro che a quanto pare andò malissimo, con quest’uomo (di cui non è stato fatto il nome) che continuava a interrompere animatamente l’attore sostenendo che, cito parafrasando un minimo: “Ernie Hudson, nel film, lo interpretava in modo diverso”.
E forse (ma qui si tratta di speculazione) ignorando che aveva di fronte proprio lo stesso Ernie Hudson, non si capisce. Cioè, boh.

Comunque alla fine, nonostante tutte le garanzie ricevute, nessuno richiamò Hudson per offrirgli il ruolo e a dare la voce a Winston nel cartone animato furono Arsenio Hall, nelle prime stagioni, e Buster Jones nelle ultime.
Una scelta che mi lascia un po’ perplessa, ma ormai sono passati tanti anni e sappiamo che il mondo del business può essere… complesso.

Lo stesso Hudson dichiara di esserci rimasto molto male all’epoca, anche comprensibilmente, ma di essere poi semplicemente andato oltre. E con il senno di poi sappiamo che ha ripreso il ruolo di Winston più di una volta, nel corso degli anni.

Prima di urlare allo scandalo e indignarsi, per completezza, devo però anche aggiungere che i produttori del cartone animato, in particolar modo il character designer Jim McDermott, cercarono fin dall’inizio di distanziarsi un pochino dal film originale e dare al prodotto un’identità più sua, adatta all’animazione, per esempio cambiando dettagli dell’aspetto fisico e il colore delle tute dei personaggi principali.
Non a caso, in termini di canonicità dei Ghostbusters, l’universo cinematografico e quello della serie animata sono considerati separati, pur utilizzando come punto di partenza gli eventi raccontati nel primo film.

Chiarito questo, aggiungo però che mi dispiace per Ernie Hudson. Sono convinta che avrebbe fatto un ottimo lavoro!

C.O.P.S. – Squadra Anticrimine

 

Qualcuno ricorda C.O.P.S. – Squadra Anticrimine?

È un cartone animato prodotto dalla DIC Entertainment nel 1988, su commissione della Hasbro, per promuovere la loro corrispondente linea di giocattoli.

Originariamente pensati per essere gli eredi dei G.I. Joe (tanto che le due serie sono ambientate nello stesso universo, visto che un personaggio è il figlio di uno dei famosi soldati), i C.O.P.S. non riscossero purtroppo lo stesso successo ed ebbero una vita molto breve.

Ed è un peccato, perché – nei limiti di una produzione di quel genere – c’era dietro un bel potenziale.

La serie è infatti ambientata circa trent’anni nel futuro, per la precisione nel 2020, a Empire City, una metropoli piagata da un elevato tasso di criminalità.
Per riportare l’ordine in città viene quindi istituita la Squadra Speciale C.O.P.S. (acronimo di “Central Organization of Police Specialists”), composta dai migliori elementi presi dai corpi di Polizia di tutto il paese ed equipaggiati con tecnologia sperimentale all’avanguardia e nomi in codice tamarri.
Guidati dall’Agente Federale cyborg Baldwin P. Vess (nome in codice “Bulletproof”), questi eroi si scontreranno con i molti membri dell’organizzazione criminale CROOKS, alla cui testa si trova il cattivissimo “Big Boss” Brandon Babel.

Un setting semplice ma chiaro, con un tocco di cyberpunk ad aggiungere un po’ di carattere.
Elemento che permise ai creativi dietro ai giocattoli di creare personaggi variegati, pieni di gadget, e agli autori del cartone (tra cui Kevin Altieri e Bruce Timm, che qualche anno dopo avrebbero firmato la leggendaria serie animata di Batman) di svilupparli in storie interessanti, scritte piuttosto bene.

Nonostante tutto però, soprattutto a causa di alcune scelte di marketing sbagliate, alla concorrenza feroce di altre linee di enorme successo come le Tartarughe Ninja, RoboCop e gli stessi G.I. Joe, ma anche a poco chiari “problemi di comunicazione” che portarono alcuni dei personaggi più amati del cartone a non avere un corrispettivo in giocattolo, alla fine C.O.P.S. non riuscì a sfondare e il progetto si arenò nel giro di un paio d’anni.

In Italia arrivarono solo nel 1992 e praticamente già nella bara, con il cartone trasmesso sulle reti Mediaset in pieno agosto e (stranamente, anche se le fonti riportano così) senza essere accompagnato dal rilascio della linea di giocattoli.

Finirono quindi ben presto nel dimenticatoio, e tuttora sono ricordati solo da una ristretta cerchia di appassionati.

MARTEDÌ DELLO XENO – I TAMAGODORI

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO un piccolo animale alieno che mi ha colpita per il suo aspetto buffo, delicato e strano allo stesso tempo.

I Tamagodori sono piccole creature originarie del pianeta Koyakoya, situato in una galassia molto lontana dalla Terra.

Come potete vedere dall’immagine, hanno l’aspetto (e le dimensioni) di uova alate e un’indole mansueta. A loro piace semplicemente svolazzare qua e là senza troppi pensieri. Non sono infatti una specie particolarmente intelligente o con una società complessa, quanto più equiparabili ad animali selvatici anche un po’ ingenui.

Tra l’altro, l’uovo con le ali è la loro forma adulta e nessuno ha idea di come siano fatti all’interno, perché il loro guscio è praticamente infrangibile. Anche se viene incrinato o rotto, infatti, si rigenera all’istante lasciando cadere i frammenti di quello vecchio!

I Tamagodori compaiono nel film d’animazione “Doraemon esplora lo spazio” del 1981 e nel suo remake del 2009.
Sarò sincera: quando li ho visti per la prima volta ho pensato che avessero un design un po’ pigro, ma quando poi ho approfondito un minimo la loro storia hanno finito con lo starmi simpatici!

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