Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO andiamo a ripescare una vecchia perla d’animazione science-fantasy francese ormai quasi dimenticata.
Vi racconto infatti degli Uomini di Metallo, l’esercito di automi creati dal terribile Metamorphis, una sorta di cervello gigante che fa da principale antagonista nel film “Gandahar” (1988, regia di René Laloux), a sua volta basato sul romanzo di Jean-Pierre Andrevon “Gli uomini-macchina contro Gandahar”, pubblicato nel 1969.
Questi “minion” hanno l’aspetto di automi di metallo completamente neri, con la sola eccezione di un oblò (passatemi il termine) nella pancia e due sottili fessure al posto degli occhi, dai quali si può intravedere una luce rossastra.
Per certi versi, ricordano un po’ la Iron Legion del Marvel Cinematic Universe, ma in nero e disegnata con tratti molto più semplici.
In realtà non si tratta di robot in senso stretto. Sono più dei costrutti: gusci di metallo vuoti all’interno, animati dall’energia – apparentemente magica – di particolari cristalli posti al loro interno (da cui la luce rossastra di cui vi parlavo prima).
Comunque sia, come tradisce il loro aspetto, sono soldati implacabili. E poiché mancano di una vera e propria volontà, perseguono gli ordini a loro affidati senza batter ciglio o esitare, anche quando si tratta di azioni crudeli o pericolose.
L’unico modo per fermarli è, semplicemente, distruggerli.
Stando alla trama del film, il Metamorphis del futuro, più che millenario, anziano e ormai non più in grado di rigenerare le proprie cellule, li ha creati come suo esercito privato.
Il processo non è ben chiarito, in realtà, ma la teoria più comune vede i cristalli rosa che animano gli Uomini di Metallo come vere e proprie parti di Metamorphis solidificate. Cosa che, con tutta probabilità, è anche legata al loro controllo.
In ogni caso, la loro missione è tornare indietro nel tempo e catturare quanti più Gandahriani (gli abitanti di Gandahar, il pianeta dove è ambientata la pellicola) possibili, in modo da poterli “processare” per estrarne le cellule necessarie a prolungare la vita del loro padrone. Un processo che, ovviamente, risulta mortale per i prigionieri.
Per farlo, gli Uomini di Metallo li trasformano temporaneamente in pietra sparando raggi laser dagli indici e poi li imbozzolano dentro delle specie di uova (sempre di pietra) per trasportarli via con comodità.
E questo, in realtà, è più o meno tutto ciò che c’è da dire su di loro.
Non si tratta di personaggi particolarmente approfonditi, anzi sono proprio lì al servizio della trama, che a dirla tutta è un po’ inutilmente arrovellata.
In qualche modo però “Gandahar” come opera mi ha comunque colpita, soprattutto a livello visivo e per gli spunti sull’uso incontrollato dell’ingegneria genetica. Quindi volevo parlarvene un po’!










