LE PREVISIONI DE “IL RISVEGLIO DEL DORMIENTE”

 

Conoscete “Il risveglio del dormiente”?

Si tratta di un romanzo di H. G. Wells, inizialmente pubblicato a episodi, su alcune riviste, nel 1899.

Anche se in seguito, nel 1910, l’autore disse di non esserne pienamente soddisfatto e ci rimise mano per far uscire una versione revisionata, per gli appassionati di fantascienza distopica questo testo è una vera e propria miniera di “previsioni tecnologiche”.
Roba che, letta con il senno di poi, oltre un secolo dopo, può tranquillamente rivaleggiare con la famosa capacità di preveggenza de “I Simpson”, per intenderci. Ed è testimonianza della grande fantasia di Wells nell’immaginare il futuro.

In brevissimo, la sinossi parla di un uomo di nome Graham che, dopo aver avuto gravi problemi di insonnia, si addormenta nel 1897 per risvegliarsi nell’anno 2100.
Qui si ritroverà non solo l’uomo più ricco del pianeta, grazie agli interessi maturati sui suoi risparmi in oltre un secolo, ma anche invischiato in un regime plutocratico basato sulla sua figura (“Il Dormiente”, per l’appunto), ormai misticizzata. In più, attorno a lui si compiranno vari complotti e, non ultima, una rivoluzione per tentare di rovesciare il regime.

Come accennavo prima però la cosa davvero interessante è il modo in cui l’autore descrive il futuro con dovizia di dettagli, anticipando di decenni lo sviluppo o l’evoluzione di alcune tecnologie che oggi diamo per scontate, ma soprattutto il modo in cui sono concatenate tra loro e all’interno della società.
Ce ne sono davvero moltissime, alcune più azzeccate di altre. Oggi ve ne elenco cinque tra le mie preferite. Poi se vedo dai commenti che il discorso vi piace, magari in futuro ci sarà spazio anche per altri episodi.

Cominciamo dalle più famose: le porte automatiche, che ho visto riprese in tanti articoli sull’argomento, forse anche un po’ esagerati, perché in realtà il romanzo resta piuttosto vago e non ne spiega il funzionamento in maniera così accurata.
Nella Londra del 2100 vengono descritte vere e proprie frazioni di muro che si aprono, sollevano o ripiegano per consentire il passaggio delle persone e poi si richiudono alle loro spalle, certo, ma non si accenna mai davvero a fotocellule o sensori di movimento.
Quindi quello con le porte automatiche è un paragone che va un po’ immaginato, diciamo: la loro invenzione viene fatta risalire attorno agli anni ’30 (trent’anni dopo la prima stesura del romanzo di Wells) ma poi si sono evolute fino ad arrivare ai giorni nostri, per esempio quando andiamo al supermercato.

Comunque, in generale, nello scritto è molto presente il tema dell’automazione dei processi, sia quelli quotidiani per le faccende di casa che quelli industriali.

Il che ci porta alla prossima invenzione: i marciapiedi mobili, anche questi molto ripresi quando si parla de “Il risveglio del dormiente” e delle sue previsioni.
Si tratta di veri e propri nastri trasportatori che le persone usano per spostarsi da una parte all’altra della città, riducendo drasticamente il numero di passi necessari.
Qui, in realtà, Wells applica su scala larghissima una tecnologia già esistente (un prototipo funzionante di marciapiede mobile fu presentato all’Esposizione Universale di Chicago del 1893), creando una vera e propria infrastruttura ramificata per il trasporto “a piedi”. Il tutto, presumibilmente, alimentato a energia elettrica.
Oggi simili strutture sono relegate principalmente ad aeroporti, centri commerciali e poli fieristici (chi è stato al PLAY di Bologna, per esempio, le avrà sicuramente presenti). E ai ristoranti di sushi all you-can-eat a nastro, ovviamente in piccolo.

Riprendendo il discorso energia elettrica, nella sua visione del 2100 Wells descrive anche una Londra piena zeppa di pale eoliche, evidenziando come quelle siano fondamentali come fonte di energia della città super-automatizzata.
Anche qui, a ben guardare, non si inventa nulla: le prime pale eoliche per la produzione di energia elettrica risalgono infatti al 1880-90 circa, ma è interessante vedere come questo elemento vada a integrarsi in una rete elettrica complessa e capillare che permea l’intera città, le sue luci, i suoi servizi, quasi a donarle vita. E come quando questa viene meno, con un blackout, tutto si paralizzi.

Passando oltre, sono rimasta particolarmente affascinata da come, in un’epoca dove il cinema stava appena-appena muovendo i primi passi, Wells abbia anticipato (per davvero) sia l’invenzione che l’evoluzione della televisione.
E non mi riferisco solo all’apparecchio in sé, i cui primi prototipi reali inizieranno a comparire solo a metà degli anni ’20, ma proprio al mezzo di comunicazione in generale.
Nel romanzo, in risposta al semplice premere un pulsante in casa, l’autore descrive attivarsi una superficie piana su cui compaiono immagini a colori e con il sonoro sincronizzato. Un dispositivo atto a riprodurre contenuti registrati su speciali cilindri, equiparabili ai nostri DVD (o, per i più attempati, VHS), probabilmente ispirati ai veri cilindri fonografici inventati da Edison nel 1877.
Ma Wells non si limita a questo: descrive piuttosto accuratamente anche gli studi televisivi, emittenti diverse (e rivali) e trasmissioni in diretta con tanto di possibile risposta del pubblico, quest’ultima forse più vicina ai moderni live streaming e teleconferenze.
Nella nostra realtà non si chiama, come ipotizzava lui, “cinetotelefotografo”, ma su questa ci ha preso in pieno.
Aggiungo, ha previsto correttamente anche l’insorgere di pubblicità martellanti e invasive, oltre che l’attualissima fase di guerra delle informazioni, con propaganda serrata e fake news. Che occhio, vero?

Un’altra cosa che il romanzo azzecca in pieno è poi, in generale, l’aviazione e tutto ciò a essa collegato.
Pochi anni prima del volo dei fratelli Wright, avvenuto nel 1903, egli immagina già dei veri e propri servizi aerei di linea programmati per il trasporto di persone, inclusi i voli intercontinentali. Il tutto completo di dettagli che oggi noi daremmo per scontati: piattaforme di lancio e d’atterraggio con luci (non si parla di vere e proprie piste perché gli aerei hanno forma un po’ diversa da quelli moderni), previsioni meteo, aeroporti completi di servizio bagagli, terminal con negozi, ristoranti e (qui esagera un po’) persino teatri.
Magari qualcuno potrebbe dire che è bastato “solo” immaginarsi delle stazioni ferroviarie adattate ai mezzi volanti, ma io lo trovo comunque impressionante.
Non pago, Wells prevede anche l’esistenza di aerei privati e, ovviamente, militari, tristemente impegnati in voli di ricognizione e, alla bisogna, bombardamenti. Viene anche chiarita molto bene l’importanza della supremazia aerea a livello strategico.

E questo direi che è tutto, visto che l’articolo è già venuto bello lungo così.

Voi avete mai letto “Il risveglio del dormiente”? Vi è piaciuto e siete rimasti impressionati quanto me dalle previsioni di Wells?

QUELLA PROIEZIONE PRIVATA CHE CONVINSE DICK SU BLADE RUNNER

 

Una delle cose che mi intristiscono di più riguardo a Blade Runner (1982, regia di Ridley Scott) è che Philip K. Dick, autore del romanzo da cui è tratta l’opera, non ha mai potuto vederla ultimata perché morì pochi mesi prima che il film uscisse al cinema.

Sappiamo però per certo che assistette a una proiezione privata organizzata apposta per lui negli studi della Entertainment Effects Group, l’azienda che curò gli effetti speciali della pellicola.
Un incontro che viene raccontato nel dettaglio da Paul Sammon nel libro “Future Noir: the making of Blade Runner”, attraverso le voci di più componenti dello staff tecnico dietro al film, tra cui lo stesso Ridley Scott e David Dryer, supervisore agli effetti speciali.

Una scena che riesco quasi a visualizzare:

Dick arriva agli studi a bordo di una limousine che la produzione ha mandato a prenderlo. Con lui c’è Maer Wilson, altra autrice di fantascienza e sua grande amica.
Sarà lei in primis a confermare quanto Philip K. Dick ai tempi fosse poco convinto, insoddisfatto, forse persino contrariato, da quello che aveva saputo su Blade Runner fino ad allora. Il copione non gli piaceva, Harrison Ford nemmeno, la regia di Ridley Scott… mah.
E non ne faceva affatto un mistero.
Anzi, chi era lì quel giorno ricorda come fosse di cattivo umore e trovò da ridire su praticamente tutto, “rimbalzando” qualsiasi cosa che gli veniva mostrata dai tecnici nel tentativo di compiacerlo e convincerlo dell’effettiva validità del progetto.
Bozzetti preparatori, costumi e attrezzi di scena, persino i modellini usati per realizzare certe inquadrature. Non va bene niente.
Dick tiene fede alla sua fama di tipo difficile, in un certo senso.

Poi arriva il momento della proiezione privata.
Le luci si spengono nella piccola saletta e sullo schermo cominciano a comparire circa 20 minuti di montaggio con le migliori sequenze già pronte. Non sappiamo nel dettaglio quali, ma di sicuro ci sono le inquadrature iniziali del film, quelle tra i vari palazzi, fiammate, maxischermi pubblicitari e piramidi retrofuturistiche.
In sottofondo, musica di Vangelis. Purtroppo, non il tema principale che oggi noi tutti conosciamo (non era ancora stato consegnato dall’artista) ma comunque qualcosa di simile, per entrare nel mood giusto.

Dick assiste in silenzio, concentrato su ciò che sta vedendo. Maer, accanto a lui, ricorda di aver notato il suo linguaggio del corpo cambiare nel corso della proiezione.
Finalmente, quando le luci si riaccendono, l’uomo dice qualcosa. Si rivolge a Ridley Scott e ai tecnici presenti. Chiede una cosa sola, molto precisa:
– “Potete farlo ripartire da capo?”

Certo, certo che si può.
Così le luci si spengono di nuovo, e tutto viene riproiettato una seconda volta. Dick rimane di nuovo in silenzio per tutto il tempo, ma quando alla fine le luci si riaccendono ancora, si dimostra genuinamente affascinato ed entusiasta. E non può fare a meno di rivolgersi ai membri dello staff presenti lì con loro:
– “Com’è possibile? Come può essere? Queste non sono le immagini esatte, ma la consistenza e il tono delle immagini che ho visualizzato nella mia testa quando stavo scrivendo il libro originale! L’ambientazione è esattamente come l’avevo immaginata! Come ci siete riusciti, ragazzi? Come sapevate quello che provavo e pensavo?”

Maer ancora oggi ricorda scherzosamente come, dopo quella proiezione, fosse diventato (cito letteralmente) “un fanboy di Ridley Scott”.

Ora, per chiarezza, vi specifico che in questo post io ovviamente ho parafrasato e descritto la scena come io me la sono immaginata ascoltando i racconti e leggendo le interviste. E vi confesso che mi sono emozionata, nel farlo.
Sono convinta che Dick avrebbe adorato l’opera finita, anche.

Sarei inoltre curiosa di sapere come avrebbe reagito a tutte le pressioni dei produttori per inserire il tanto discusso lieto fine e alle decine di ri-edizioni successive del film, se fosse stato vivo.
Secondo me avrebbe usato la sua influenza per spalleggiare Ridley Scott, ma questa ovviamente è solo una mia congettura. Voi che ne pensate?

I VIAGGIATORI DELLA SERA

 

Di recente ho visto piuttosto ripresa sui social una scena presa da “I Viaggiatori della Sera”, film del 1979 di (e con) Ugo Tognazzi, dove lo si vede rispondere in maniera sgarbata al petulante nipotino Antonluca.

Quello scambio di battute che sembra provenire da una qualsiasi commedia all’italiana, però, è decontestualizzato: la pellicola riprende infatti abbastanza fedelmente l’omonimo romanzo di Umberto Simonetta, uscito nel 1976, che ha toni ben più distopici e angoscianti.

In quello che allora era un prossimo futuro, l’autore descriveva un’umanità (o quantomeno l’Italia) piagata da un grave problema di sovrappopolazione.
E per risolverlo, un non meglio precisato governo autoritario ha istituito una legge che impone ai cittadini di trasferirsi in specifici “Villaggi Vacanze” una volta compiuti i 49 anni, abbandonando così le loro case e qualunque altra attività svolgessero prima.

Le virgolette non sono messe a caso, perché i cosiddetti Villaggi Vacanze sono in realtà dei lager ricoperti di vernice dorata. Posti dove gli “ospiti”, pur potendosi dare alla pazza gioia, sono costretti a partecipare a un’estrazione mensile i cui vincitori hanno la “fortuna” di partire per una crociera dalla quale non faranno più ritorno.
E per cui prima dell’imbarco ti danno l’estrema unzione, giusto per evitare equivoci.

Non a caso, molti “anziani” scelgono di togliersi la vita prima di essere costretti a partire per uno dei Villaggi.
Altri invece semplicemente si rassegnano al loro destino e stanno al gioco, cercando di godere appieno e senza freni i loro ultimi momenti.

Insomma, il romanzo di Simonetta descrive un quadro che mi ha sinceramente turbata: un futuro dove la disumanizzazione è di casa e comunemente accettata all’interno della società.
Un perfetto esempio di distopia “sottile”, giocata sul filo della morale, senza bisogno di grandi disastri o esplosioni atomiche.

QUALCHE CURIOSITÀ SU 1984

 

Tutti conosciamo 1984, il celebre romanzo distopico di George Orwell ma ecco alcune curiosità che ho scoperto, indagando sul testo:

– David Bowie ha scritto una canzone “1984”, ispirata al romanzo. Pubblicata nel 1974 come singolo tratto dall’album Diamond Dogs, gran parte del progetto era stato pensato per un musical basato sul romanzo stesso. Purtroppo però la moglie di Orwell non concesse i diritti, perciò non si realizzò mai.

– La trasposizione cinematografica “Orwell 1984” (con John Hurt) è molto accurata. È uscita nel 1984, rispettando nelle riprese anche i mesi e i luoghi citati da Orwell.

– Esiste un whisky ispirato al romanzo. Orwell scrisse parte del suo capolavoro sull’isola di Jura, in Scozia. Così, una distilleria scozzese, chiamata appunto Jura, ha ideato e prodotto 1,984 bottiglie di “Jura 1984 Vintage”, un whisky dalle vaghe note di caffè.

– Ne “L’uomo che fuggì dal futuro” (THX 1138 – 1970) di George Lucas, vediamo coniugati gli orrori di 1984 con quelli de “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley.

– “Half-Life 2” è ambientato in una città immaginaria, City 17, che presenta molte chiare analogie con il mondo di 1984. La popolazione indossa tute numerate e vive sotto le leggi e il controllo di un leader carismatico. Wallace Breen, infatti, appare alle masse tramite schermi posizionati nelle abitazioni e nelle piazze.

– Nel video game “Remember Me”, ambientato nel 2084, le memorie degli esseri umani sono digitalizzate, memorizzate e interscambiate da una società privata (Memorize), dalla quale i governi ne sfruttano occultamente la tecnologia Sensen per fini politici e militari. La protagonista è parte del movimento sovversivo, equivalente alla Fratellanza del romanzo. Inoltre, La Bastiglia è una prigione che ospita dissidenti e prigionieri politici allo scopo di cancellarne e riprogrammarne la memoria, in parallelo con quanto avviene nel Ministero dell’Amore.

– V for Vendetta, graphic novel di Alan Moore e David Lloyd, è chiaramente ispirata a 1984. La società distopica è strutturata in modo molto simile a quella del romanzo di Orwell e i cittadini di una Londra sono soggetti a continui condizionamenti audiovisivi da parte dei tiranni che governano.
Nel film omonimo nel 2005, tra l’altro, vediamo John Hurt nel ruolo del dittatore Adam Sutler (l’attore era stato già interprete di Winston Smith, nell’adattamento cinematografico del libro).

– Nel 1984 Apple presentò al pubblico il nuovo “Macintosh” attraverso uno spot pubblicitario, girato dal regista Ridley Scott.
Nel video, veniva sfruttata la metafora di un regime dittatoriale (il riferimento era l’IBM), mentre Apple voleva proporsi come figura anticonformista.
Lo spot diceva: «Il 24 gennaio Apple Computer presenterà il Macintosh. E vedrete perché il 1984 non sarà come 1984.»

fonte: solo libri

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