QUELLA PROIEZIONE PRIVATA CHE CONVINSE DICK SU BLADE RUNNER

 

Una delle cose che mi intristiscono di più riguardo a Blade Runner (1982, regia di Ridley Scott) è che Philip K. Dick, autore del romanzo da cui è tratta l’opera, non ha mai potuto vederla ultimata perché morì pochi mesi prima che il film uscisse al cinema.

Sappiamo però per certo che assistette a una proiezione privata organizzata apposta per lui negli studi della Entertainment Effects Group, l’azienda che curò gli effetti speciali della pellicola.
Un incontro che viene raccontato nel dettaglio da Paul Sammon nel libro “Future Noir: the making of Blade Runner”, attraverso le voci di più componenti dello staff tecnico dietro al film, tra cui lo stesso Ridley Scott e David Dryer, supervisore agli effetti speciali.

Una scena che riesco quasi a visualizzare:

Dick arriva agli studi a bordo di una limousine che la produzione ha mandato a prenderlo. Con lui c’è Maer Wilson, altra autrice di fantascienza e sua grande amica.
Sarà lei in primis a confermare quanto Philip K. Dick ai tempi fosse poco convinto, insoddisfatto, forse persino contrariato, da quello che aveva saputo su Blade Runner fino ad allora. Il copione non gli piaceva, Harrison Ford nemmeno, la regia di Ridley Scott… mah.
E non ne faceva affatto un mistero.
Anzi, chi era lì quel giorno ricorda come fosse di cattivo umore e trovò da ridire su praticamente tutto, “rimbalzando” qualsiasi cosa che gli veniva mostrata dai tecnici nel tentativo di compiacerlo e convincerlo dell’effettiva validità del progetto.
Bozzetti preparatori, costumi e attrezzi di scena, persino i modellini usati per realizzare certe inquadrature. Non va bene niente.
Dick tiene fede alla sua fama di tipo difficile, in un certo senso.

Poi arriva il momento della proiezione privata.
Le luci si spengono nella piccola saletta e sullo schermo cominciano a comparire circa 20 minuti di montaggio con le migliori sequenze già pronte. Non sappiamo nel dettaglio quali, ma di sicuro ci sono le inquadrature iniziali del film, quelle tra i vari palazzi, fiammate, maxischermi pubblicitari e piramidi retrofuturistiche.
In sottofondo, musica di Vangelis. Purtroppo, non il tema principale che oggi noi tutti conosciamo (non era ancora stato consegnato dall’artista) ma comunque qualcosa di simile, per entrare nel mood giusto.

Dick assiste in silenzio, concentrato su ciò che sta vedendo. Maer, accanto a lui, ricorda di aver notato il suo linguaggio del corpo cambiare nel corso della proiezione.
Finalmente, quando le luci si riaccendono, l’uomo dice qualcosa. Si rivolge a Ridley Scott e ai tecnici presenti. Chiede una cosa sola, molto precisa:
– “Potete farlo ripartire da capo?”

Certo, certo che si può.
Così le luci si spengono di nuovo, e tutto viene riproiettato una seconda volta. Dick rimane di nuovo in silenzio per tutto il tempo, ma quando alla fine le luci si riaccendono ancora, si dimostra genuinamente affascinato ed entusiasta. E non può fare a meno di rivolgersi ai membri dello staff presenti lì con loro:
– “Com’è possibile? Come può essere? Queste non sono le immagini esatte, ma la consistenza e il tono delle immagini che ho visualizzato nella mia testa quando stavo scrivendo il libro originale! L’ambientazione è esattamente come l’avevo immaginata! Come ci siete riusciti, ragazzi? Come sapevate quello che provavo e pensavo?”

Maer ancora oggi ricorda scherzosamente come, dopo quella proiezione, fosse diventato (cito letteralmente) “un fanboy di Ridley Scott”.

Ora, per chiarezza, vi specifico che in questo post io ovviamente ho parafrasato e descritto la scena come io me la sono immaginata ascoltando i racconti e leggendo le interviste. E vi confesso che mi sono emozionata, nel farlo.
Sono convinta che Dick avrebbe adorato l’opera finita, anche.

Sarei inoltre curiosa di sapere come avrebbe reagito a tutte le pressioni dei produttori per inserire il tanto discusso lieto fine e alle decine di ri-edizioni successive del film, se fosse stato vivo.
Secondo me avrebbe usato la sua influenza per spalleggiare Ridley Scott, ma questa ovviamente è solo una mia congettura. Voi che ne pensate?

UBIK

 

Ubik (in Italia tradotto anche col titolo “Ubik, mio signore”) è un romanzo dello scrittore statunitense Philip K. Dick, pubblicato nel 1969.

Glen Runciter comunica con la moglie defunta per avere i suoi consigli dall’aldilà.
Joe Chip scompare dal mondo del 1992 e si ritrova nell’America degli anni Trenta.
Una trappola mortale ha annientato i migliori precognitivi del sistema solare ed è in corso una lotta per scrutare il futuro mentre il presente si dissolve, il tempo non ha significato e la vita si scambia con la morte.

Ora proviamo a riordinare le cose:

UN VIZIO FEMMINILE
“Vuoi che ti aiuti a risolvere i tuoi problemi, signor Chip? Sai che posso farlo. Siediti e scrivi il tuo rapporto valutativo su di me. Lascia perdere il test.”
Punto facile da analizzare: stronze, ciniche, intelligenti.
Se poi sono sadiche, ancora meglio.
Mi diverte molto il loro essere disinibite senza mai risultare volgari.
Di solito è la figura femminile a gestire meglio il controllo sugli altri, calibrando le proprie emozioni e usando le sue armi con sapienza e furbizia.
Ogni donna descritta da Dick è unita – bene o male – da queste caratteristiche eppure risulta sempre diversa, mai noiosa o “già vista”.

UBIK
“Io sono Ubik. Prima che l’universo fosse, io ero. Ho creato i soli. Ho creato i mondi. Ho creato le forme di vita e i luoghi che esse abitano; io le muovo nel luogo che più mi aggrada. Vanno dove dico io, fanno ciò che io comando. Io sono il verbo e il mio nome non è mai pronunciato, il nome che nessuno conosce. Mi chiamo Ubik, ma non è il mio nome. Io sono e sarò in eterno”.
Un banale prodotto commerciale? Un Dio? Tutte e due le cose?
La grande critica di Dick è indirizzata sulla merce che ci circonda, sul consumismo che diventa adorazione di tutto ciò che è “materiale”.
Fight Club diceva: “Le cose che possiedi alla fine ti possiedono” e penso che non possa esistere spiegazione migliore.
L’uomo, creatore, si ritrova in una posizione di schiavo che sta poi alla base di molti film – o libri – di fantascienza dove “le macchine” prendono il sopravvento.
In questo caso non sono androidi ma semplici prodotti.
D’altra parte siamo costantemente influenzati da ciò ce ci circonda, finendo poi per adattarci e piegarci alla volontà del commercio, stravolgendo le nostre vite e calibrando le abitudini in base agli oggetti su cui facciamo affidamento.
Un’analisi sociale spietata e inflessibile.

PUNTI DI VISTA
“È tutto diverso” – le disse Joe – “Devi essere tornata indietro nel tempo e ci hai messo su un altro sentiero temporale; non posso dimostrarlo e non posso specificare la natura dei cambiamenti.”
Cos’è la realtà e cosa tiene collegati i miliardi di fili che la compongono? Non è dato saperlo.
E non si capirà nemmeno leggendo con attenzione.
I personaggi di Ubik hanno una propria teoria della realtà che nel corso della trama viene falsificata e sostituita da una nuova teoria a sua volta insidiata da una diversa consapevolezza.
Nulla porta a un’unica spiegazione ma a una pluralità di soluzioni.
Ma alla fine non c’è una o più risposte esatte.
Il testo prende direzioni inaspettate e, se un evento può risultare incomprensibile all’interno di un dato universo di riferimento, può trovare senso in un altro totalmente differente.
Una lettura che invita a lasciarsi trascinare e godere della trama piuttosto che fare congetture.
Solo il Moratorium (centro di riposo per defunti, dove è possibile – pagando una somma di denaro – collegarsi con i propri cari estinti) ci porta a riflettere con più attenzione: dove sono quelle anime? Su un piano astrale? E, quando esauriscono la propria forza spirituale, dove vanno?
Perché sì, in qualche modo, anche i morti hanno paura della solitudine e della fine.
In un clima di suspense e paura, la sensazione è quella di essere intrappolati in un incubo surrealista che non si piega alle regole del romanzo classico.
Seguire il flusso di Ubik è, forse, l’unico modo sensato di capirlo fino in fondo.

CRONACHE DEL DOPOBOMBA

 

Cronache del dopobomba (Dr. Bloodmoney, or How We Got Along After the Bomb) è un romanzo di fantascienza post-atomica di Philip K. Dick.
Fu terminato verso la fine del 1963, ma pubblicato solo due anni più tardi con un titolo che riprendeva il capolavoro kubrickiano: Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba.
Nel 1966, candidato al Premio Nebula.

La storia inizia in quello che per Dick era un mondo futuro (1981), ma non molto diverso dal 1964.
La principale differenza è un esperimento nucleare fallito che ha causato la nascita di numerosi bambini deformi e una missione spaziale americana in procinto di partire per Marte.
I primi tre capitoli descrivono la vita quotidiana dei personaggi ma tutto cambia all’inizio del quarto capitolo.
Di colpo siamo portati, sette anni nel futuro dopo un’apocalisse nucleare che ha devastato l’America.

Ecco i miei appunti:

RELIGIONE UMANA
Tema ricorrente nelle opere di Dick, stavolta spinto in una direzione di “religiosità laica” che non rispetta l’asse umano-divinità, ma piuttosto la parità tra umano-umano.
La religione trova la sua spiritualità in ogni essere vivente della Terra senza bisogno di ricercare spiegazioni nel sacro.
Un punto di vista interessante ma difficile da cogliere a una prima lettura.
Il messaggio è ben nascosto tra le righe.

GLI ULTIMI
Hoppy Harrington è un focomelico privo di braccia e gambe che si sposta su un piccolo veicolo appositamente progettato da lui. Eccellente meccanico, sostiene di poter vedere nell’aldilà.
Dopo il disastro, risorge come un demone dalle viscere di un magazzino sotterraneo: lì sotto ha pianificato e ragionato a lungo, consapevole di dover usare il suo intelletto (e i suoi poteri psi) per poter sopravvivere.
Deriso per le sue menomazioni che lo rendono fragile e vulnerabile cova un’enorme voglia di riscatto che lo porterà a ottenere il controllo della comunità.
Attraverso l’intimidazione e sfruttando i suoi poteri, compensa quelle che sono delle evidenti limitazioni fisiche, alla costante ricerca di affermazione.
Mi ha ricordato il Mulo – divinità/umana “negativa” –

TRA LE STELLE
Walt Dangerfield è l’astronauta scelto per la spedizione su Marte che a causa delle esplosioni atomiche è costretto a ruotare intorno alla Terra intrappolato nella sua navicella.
Si riprende il tema del divino/umano; un personaggio contrapposto al focomelico che letteralmente vive “in cielo”.
Dallo spazio Walt svolge un fondamentale ruolo di smistamento delle informazioni che gli arrivano dalle comunità di superstiti sulla Terra.
Attraverso la radio trasmette musica e legge i classici della letteratura donando un senso di speranza all’intera umanità.
La controparte ”positiva” di Hoppy e immagine ‘’romantica/malinconica’’ della solitudine.

PARANOIA
Altro grande tema raccontato alla perfezione perché vissuto dall’autore stesso.
Dick si trasferisce nella zona rurale di Point Reyes, a nord di San Francisco che è, a tutti gli effetti, l’ambientazione di diverse opere (tra cui proprio Cronache del dopobomba).
Ritroviamo nel libro le sensazioni vissute dello scrittore, leggiamo la percezione che ha del mondo.
Ma non è semplice vederne tutte le sfumature, capire la grande palette di colori che compone non solo il romanzo ma anche la complessità della psiche umana.

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