CORRIDOR 7

 

Nonostante ci siano stati alcuni esempi prima, è innegabile che il periodo di massimo splendore degli sparatutto in prima persona siano gli anni ’90.
Tutti ricordano Wolfenstein 3D (1992) e l’immortale DOOM (1993), entrambi della id Software, i cui motori di gioco vennero usati come base di partenza da tantissime altre compagnie (e, successivamente, modder) per realizzare decine di altri giochi del genere. I cosiddetti “doom-cloni”.

Tra questi ce n’è uno che ho scoperto di recente e mi ha incuriosita: Corridor 7.
Sottotitolato “Alien Invasion” è un gioco del 1994 sviluppato da Capstone Software a partire dal motore di Wolfenstein 3D.

In breve, la base scientifica militare Corridor 7 (da cui, ovviamente, il titolo) viene presa d’assalto da alcune forze aliene, arrivate lì attraverso un artefatto marziano che stava venendo studiato.
Nei panni di un singolo soldato delle Forze Speciali, il giocatore verrà quindi inviato a ripulire la zona dalla minaccia aliena e chiudere il varco prima che sia troppo tardi.

Vi ricorda qualcosa? 😅
Si, è un clone spudorato di DOOM. Di quelli che proprio non guardano in faccia a nessuno e si limitano a sostituire i demoni con gli alieni.
Infatti non ebbe un grandissimo successo, finendo col perdersi tra le centinaia di doom-cloni usciti in quel periodo. Eppure è comunque arrivato ai giorni nostri, perché volendo lo trovate per pochi euro su Steam anche adesso.

La cosa che più mi ha divertita di questa storia però è che quando Capstone Software fu costretta a dichiarare bancarotta, era in corso lo sviluppo di un secondo capitolo: Corridor 8 – Alien War.
E senza l’ombra degli altri sei capitoli precedenti, ovviamente!

Ultima cosa, e so che ultimamente lo scrivo spesso, ma anche questa volta è un pensiero che non riesco a togliermi dalla testa: il soldato in copertina al gioco non ricorda, come look, un fante della Guardia Imperiale come venivano rappresentati ai tempi della prima edizione del 40k?
Sul retro dell’elmetto si intravede persino il logo di un’aquila simile a quello Imperiale!

MARTEDÌ DELLO XENO – GLI Z’VALI

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO una specie extraterrestre apparsa nel videogioco Endless Space 2, sviluppato da Amplitude Studios e pubblicato da SEGA nel 2017.

Gli Z’vali sono nomadi spaziali provenienti da un mondo di cui non si conosce più nemmeno il nome.

Ciò che si sa è che un tempo il loro pianeta era ricco di risorse naturali e prospero, cosa che permise agli abitanti – dotati di grande intelligenza – di sviluppare in poco tempo tecnologie avanzatissime, soprattutto nel campo dell’informatica.
In particolare, si specializzarono nella creazione di simulazioni virtuali iper-realistiche così perfette da poter, attraverso di esse, provvedere a ogni fabbisogno del singolo individuo. Col risultato che, poiché tutti preferivano trascorrere il proprio tempo in mondi fittizi, quello vero finì con l’andare in malora.

Stando al mito, fu solo grazie allo sforzo eroico di pochi individui che la specie riuscì a spingersi nello spazio prima che il loro mondo morisse del tutto. E ancora oggi gli Z’vali si spostano per la galassia in piccole comunità, spesso offrendo i loro servigi e le loro tecnologie ad altre civiltà in cambio di risorse per continuare le loro ricerche scientifiche e progredire ancora.

A livello estetico sono alti e aggraziati, di forma antropomorfa ma con il collo allungato. La pelle è grigiastra, priva di pelo, mentre il volto appare protetto da una sorta di calotta naturale. Gli occhi sono distanti tra loro, il naso quasi inesistente o incorporato nella calotta e la bocca, in proprozione, piuttosto grossa.
Spesso poi sfoggiano innesti cibertnetici high-tech, differenti da individuo a individuo.

La cosa buffa, nonché quella che mi ha spinta a sceglierli per l’articolo di oggi, però è un’altra. E cioè che alcuni Z’vali, nonostante la storia della loro civiltà sia ben nota e spesso usata come monito sui pericoli dello sviluppo tecnologico incontrollato, sono convinti di vivere tuttora in una delle loro simulazioni iper-realistiche!

HAMLET, L’HORROR GIAPPONESE CON I MECHA

 

Conoscete “Hamlet”?

È un videogioco per NEC PC-9801 di cui ho da poco scoperto l’esistenza, sviluppato da Panther Software nel 1993, esclusivamente per il mercato giapponese.

Si tratta di un’avventura horror-fantascientifica in prima persona con forti elementi da GDR, in cui bisogna esplorare una grossa e intricata base lunare a bordo di un mecha.

Lo scopo? Capire perché il complesso (chiamato proprio “Hamlet”, da cui il titolo del gioco) che nella seconda metà del XXI secolo è divenuto il più grosso e importante polo manifatturiero di qualsiasi bene, dal cibo alla tecnologia, ha improvvisamente cessato qualunque comunicazione con la Terra.
E per farlo viene inviata una squadra di sei specialisti a bordo di altrettanti robot da battaglia, incluso il protagonista di cui siamo chiamati a vestire i panni: il più giovane del gruppo.
Inutile dire che, come potete vedere dall’immagine, in qualche modo sono invischiati degli alieni ostili e la situazione si farà complicata piuttosto in fretta.

Per certi versi, Hamlet mi ricorda un po’ Space Hulk: pesanti armature corazzate che si muovono in un groviglio di corridoi spaziali claustrofobici, sapendo che dall’oscurità potrebbe emergere qualcosa deciso a farti fuori senza passare dal via.

Sarei veramente curiosa di provarlo, ma il gioco non ha mai lasciato il Giappone. Quindi sto cercando di capire se magari ne esista, dopo tanto tempo, una versione emulata tradotta in inglese dai fan.
Per ora ho scoperto che la stessa Panther Software ha realizzato una versione “potenziata” (quasi un remake) per PlayStation, uscita nel 1995, completamente in 3D e con tanto di doppiaggio inglese, distribuita sul mercato americano con il titolo di “Space Griffon VF-9”.
Nel 1999, poi, una versione ulteriormente potenziata di quella PlayStation è stata portata su Dreamcast, ma ancora una volta solo per il mercato giapponese.
In Europa, invece, non è mai arrivata ufficialmente nessuna delle tre incarnazioni. Peccato!

Voi ne avevate mai sentito parlare o, per caso, lo avete mai provato? Nel caso, vi è piaciuto?

MARTEDÌ DELLO XENO – I FLORAN

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO [eccezionalmente spostato al mercoledì per questiono logistiche] una specie giocabile di “Starbound”, un videogioco di avventura ed esplorazione con grafica in pixel art pubblicato da Chucklefish Ltd. nel 2014.

I Floran sono creature umanoidi evolutesi dalle piante, ormai diffusi un po’ in tutto l’universo sotto forma di vari clan e tribù autonomi, privi di un vero e proprio governo o struttura sociale centralizzata.

Alti all’incirca quanto un essere umano, hanno evidenti tratti vegetali sul corpo come foglie, petali o pelle simile a corteccia, diversi in forma e colore a seconda dell’individuo o del clan di appartenenza. In generale però sono privi del naso, hanno gli occhi molto grossi e pieni, oltre che una bocca molto larga e talvolta irta di spine esterne. Probabilmente per questo motivo, quando parlano tendono a sibilare molto le S.
Il loro vestiario è poi quasi sempre primitivo, fatto di abiti rozzi pieni di pellicce, denti e altri trofei ricavati dalle loro prede.

Questo perché, in barba allo stereotipo fantascientifico che vede le specie vegetali come calme, pacifiche e persino sagge, i Floran sono invece aggressivi, crudeli, dei veri e propri predatori, quasi ossessionati da concetti come la forza, l’abilità marziale e la caccia.
E poi sono carnivori: consumano con piacere le carni dei loro nemici e delle loro prede, pur se una parte (minima) del loro sostentamento avviene comunque attraverso la fotosintesi.

A livello biologico sappiamo inoltre che sono una specie priva di genere definito, anche se poi i singoli individui potrebbero adottarne uno in base alla loro personalità, sviluppando tratti maschili o femminili a seconda dei casi.

Pur essendo una civiltà giovane e primitiva anche a livello tecnologico, i Floran non sono affatto scemi, anzi. Sono così intelligenti da riuscire a retroingegnerizzare facilmente la tecnologia altrui, incluse le astronavi, cosa che li ha portati a diffondersi per la galassia in pochissimo tempo.
Non a caso i loro vascelli hanno l’aspetto di agglomerati di pezzi vari presi da astronavi di altre specie, tenuti insieme con viticci, liane e altri componenti vegetali. Un’estetica spesso altresì presente nel loro equipaggiamento high-tech, quando ne fanno uso, e nei loro insediamenti planetari. Anche se in quest’ultimo caso hanno comunque più la tendenza a vivere in strutture cave ricavate all’interno di alberi e grotte, pur senza negarsi qualche comfort più avanzato.

Inizialmente considerati una specie ostile e visti con sospetto (per non dire osteggiati) da molte altre civilità, pur restando aggressivi, ultimamente i Floran sembrano aver pian-piano compreso la necessità di integrarsi e di avere relazioni con le altre specie. Insomma, si sono un po’ ammorbiditi.

Secondo alcuni scienziati che li hanno studiati a fondo, la loro fama di aggressività e ferocia derivano perlopiù da un fraintendimento: essendo di origine vegetale, i Floran non considerano le specie “fatte di carne” vive e senzienti nello stesso modo in cui lo sono loro. È un po’ come se non avessero un’anima, ai loro occhi.
Per rendere l’idea, loro ci considerano allo stesso modo in cui noi considereremmo una pianta, o un filo d’erba. Ed è per questo che non provano grande empatia nei nostri confronti.

Ultima curiosità: i Floran sono presenti anche in “WarGroove”, un altro gioco di Chucklefish Ltd.

MARTEDÌ DELLO XENO – GLI YEDDA

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO una specie che aveva trasformato l’ingegneria genetica in una vera e propria religione, presa dal videogioco strategico in tempo reale del 1998 “WarBreeds”.

Gli Yedda erano una specie anfibia originaria del pianeta Eolia, in una galassia molto lontana dalla nostra Terra.

Alti circa due metri, con la pelle verde-giallastra e quattro dita per mano, avevano il volto “tagliato” in quattro da creste ossee, con quella inferiore che si ingrandiva a formare una grossa bocca allungata irta di dentini aguzzi.
Erano poi privi di naso e qualsivoglia peluria, anche se ai lati del volto, in corrispondenza delle guance, avevano delle escrescenze vagamente simili a branchie.
Gli occhi, invece, erano color rosa pallido e privi di sclera.

Gli Yedda sono stati la prima specie a evolversi su Eolia, crescendo prospera fino a sviluppare una tecnologia molto avanzata basata sull’ingegneria genetica, da loro però vista con gli occhi del culto religioso.
Per questo come civiltà si erano cementati in un Impero, suddiviso in un rigido sistema di caste sociali con al vertice gli Sciamani, maestri indiscussi nelle pratiche del “culto dei geni”.
A un certo punto, considerandosi una razza superiore, sfruttarono le loro conoscenze per crearne altre tre a loro sottoposte, pper non dire schiavizzate: i Tanu (veloci rettiliani che abitano i deserti), i Kelika (possenti cetacei abitatori di paludi e zone costiere) e i Sen-Soth (scaltri insettoidi che popolano il sottosuolo).

Ma perché sto scrivendo di loro al passato?

Perché la visione religiosa che tanto li aveva condotti allo sviluppo, fu anche ciò che li portò alla caduta.
Una setta segreta chiamata Magha Dhuerenya, ossessionata da un’antica profezia che prevedeva la fine dell’Impero Yedda per mano di nuove creature giunte da chissà dove, si adoperò infatti a creare una quarta razza di schiavi che potesse proteggerli: i Magha.
Ironia della sorte, nel perfetto stile delle profezie auto-avveranti, questi si rivoltarono fin da subito contro i loro creatori, portando a una sanguinosa guerra civile che li condusse praticamente all’estinzione.

Nel momento storico in cui è ambientato il gioco, infatti, le quattro specie rimaste su Eolia si sono adattate al nuovo status quo e combattono tra loro per il predominio del pianeta.

Comunque, non so perché, ma gli Yedda mi ricordano un pochino i glukkon di Oddworld, come volto. Sono la sola?

SPACE ACE, IL FRATELLO FANTASCIENTIFICO DI DRAGON’S LAIR

 

Tutti ricordano bene Dragon’s Lair, il videogioco a cartoni animati di Don Bluth prodotto dalla Cinematronics nel 1983.
Ma quanti ricordano il suo “fratello” fantascientifico, Space Ace?

Uscì appena quattro mesi dopo, proponendo più o meno lo stesso gameplay (con giusto qualche piccola innovazione), ma non arrivò mai al successo della sua controparte fantasy.

Anche la trama ricalca quella di Dragon’s Lair: invece che dover liberare la principessa prigioniera del drago, stavolta tocca salvare la fidanzata/collega Kimberly dal Comandante Borf, un alieno che vuole conquistare la Terra.

Il giocatore veste i panni di Dexter, soprannominato “Ace”, stereotipico eroe spaziale alto e possente, trasformato da Borf nella sua versione adolescente, ben più mingherlina, attraverso l’Infanto-Ray (traducibile come “raggio infantilizzante”).
Nonostante l’inconveniente, l’uomo deve darsi da fare per superare varie insidie, dai soldati-robot agli inseguimenti in navicella, raggiungere la base del malvagio extraterrestre e sconfiggerlo.
Per fortuna durante la sua avventura potrà anche ri-trasformarsi temporaneamente in Ace, così da avere vita più facile in certe fasi del gioco.

Seppur meno noto di Dragon’s Lair, anche Space Ace fu un grande successo commerciale e, nel tempo, diede origine a un piccolo franchise. Ne vennero infatti ricavati numerosi porting per computer e console casalinghe (alcuni più completi e fedeli di altri), un seguito, un fumetto e persino una breve serie a cartoni animati!

MARTEDÌ DELLO XENO – I DAKTAKLAKPAK

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO una specie il cui nome sono contenta di dover solo trascrivere e non pronunciare per qualche video, apparsa nel videogioco “Star Control III” (1996).

I Daktaklakpak sono macchine semi-senzienti create dai Precursori, un’avanzatissima civiltà extraterrestre ormai scomparsa da decine di migliaia di anni, ma che ha lasciato dietro di sé moltissimi segni del proprio passaggio, tra artefatti e tecnologie varie.

Originariamente erano stati ideati come semplici droni per la manutenzione, ma dopo essere stati lasciati da soli per millenni, tra la cache piena, la mancanza di aggiornamenti di sistema e vari errori del clock, si sono “evoluti” in una sorta di specie a sé stante, auto-riprogrammandosi con un’identità e uno scopo ben precisi.

Hanno infatti misinterpretato la natura delle potenti entità extradimensionali chiamate “Gli Eterni” (“Eternal Ones”), registrandole come “Eternal-1-s”.
E partendo da questo presupposto, poiché anche il vero nome dei Daktaklakpak è in realtà un’equazione alfanumerica (una sorta di numero di serie, per intenderci), hanno concluso di essere a loro volta creature superiori. Per la precisione la seconda specie più avanzata dell’universo, superata solo dagli Eterni stessi.

Per questo disprezzano apertamente qualsiasi altra forma di vita, soprattutto se organica, vedendole semplicemente come strumenti da sfruttare per raggiungere il proprio scopo ultimo.
Cioè scoprire il vero nome degli Eterni, decifrando quella che ritengono una compessa equazione, così da raggiungere lo stesso livello di potere semi-divino.

In pratica sono ossessionati dagli Eterni.
Per avere informazioni su di essi sono infatti disposti a tutto, dal mettere le loro grandi competenze tecnologiche al servizio di altre specie o congregazioni malvagie, al macchiarsi di azioni terribili su larga scala, tra l’altro compiendole con la fredda indifferenza delle macchine che – in effetti – sono.
Insomma, per citare Bender di Futurama, “tradirebbero chiunque”.

Ironia della sorte, i Daktaklakpak non potranno mai raggiungere il loro scopo perché i Precursori li hanno creati con un blocco che gli impedisce di diventare completamente senzienti.
Inoltre, se dovessero davvero riuscire a decifrare il codice e scoprire finalmente il vero nome degli Eterni, la complessità dell’informazione sarebbe comunque troppo per i loro processori: li porterebbe a impazzire del tutto e auto-distruggersi!

MARTEDÌ DELLO XENO – GLI SCRAB

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO torniamo nell’universo di Oddworld per scoprire cosa sono gli Scrab oltre a un ingrediente fondamentale per fare deliziose tortine.

Strano infatti a dirsi, ma prima di essere processati per diventare dolcetti gli Scrab sono tra i predatori più feroci del pianeta.
Estremamente territoriali, cacciano tutto ciò che si muove e se ne nutrono dopo averlo eliminato con brutalità, perforandone prima le carni con il becco e poi “danzando” sulla preda per finirla con le proprie zampette appuntite.

Il loro aspetto, in effetti, non è dei più rassicuranti: alti e massicci, con la pelle giallo-rossatra, si reggono su quattro zampe che come forma ricordano quelle dei granchi.
Sono invece privi di braccia, che probabilmente hanno perso nel corso dell’evoluzione, visto che il loro torso ha comunque delle rudimentali spalle a cui si potrebbero attaccare facilmente.
Il collo poi è spesso e allungato e si fonde con una testa che culmina con un becco allungato e aguzzo, dentro al quale si trovano anche alcune file di dentini.
Essendo totalmente privi di occhi si ipotizza che per orientarsi usino una qualche forma di ecolocalizzazione, visto che prima di muoversi emettono sempre piccoli ringhi o suoni striduli.

Un tempo gli Scrab erano molto diffusi in tutta la zona orientale del continente di Mudos, dal clima secco quasi desertico. Oggi però ne sono rimasti solo pochi esempliari, poiché la specie è stata cacciata fin quasi all’estinzione per produrre le famose tortine di cui vi parlavo prima.

Restano comunque uno dei più importanti animali totemici delle tribù Mudokon, in particolare dei Mudanchee, che li veneravano come loro patroni.
Per questo ancora oggi molti Scrab sono presenti tra le rovine della loro civiltà, nella regione nota come Scrabania. E, secondo la leggenda, restano lì a fare da guardia alle catacombe Mudanchee per ricambiare la cura con cui sono stati trattati in passato.

Ultima curiosità – a dirla tutta piuttosto inaspettata – uno dei versi degli Scrab usati nei videogiochi della serie Oddworld è stato poi ripreso e utilizzato anche nel film del 2009 “Daybreakers – L’ultimo vampiro”!

LIVE VIDEOGIOCO – TAILS OF IRON – PARTE 1

Tornano su questi schermi le live videogioco!

Stavolta proviamo insieme “Tails of Iron”, un’avventura d’azione 2D con elementi GDR che vede protagonisti dei topini antropomorfi. Uno in particolare: il Principe Redgi, desideroso di respingere le rane che hanno invaso il suo regno, vendicare l’uccisione del padre e salvare i restanti membri della sua famiglia.

Giochiamo fin dove riusciamo ad arrivare, come sempre “senza impegno”. E da amante degli skaven posso dirvi che sono curiosissima di vedere come andrà!

DAYS GONE

 

Avete giocato Days Gone?

È un videogioco open-world ad ambientazione post-apocalittica del 2019 (anche se ho scoperto che quest’anno è uscita una versione remastered per PS5), sviluppato da Bend Studio.

Il giocatore interpreta il cacciatore di taglie Deacon St. John mentre, in sella alla sua moto, si muove tra i boschi e le montagne di un Oregon infestato dai “furiosi”: esseri umani e animali trasformati in creature mostruose da un terribile virus che ha piagato l’intero pianeta giusto un paio di anni prima.
E intanto che sopravvive alla giornata, come può, l’uomo cerca anche di fare pace con il proprio passato turbolento e superare un grave lutto.

Anche se non ha elementi davvero originali o innovativi (alla fine i furiosi sono i tipici zombie che corrono) e alla lunga soffre della ripetitività tipica di tutti i giochi di questo genere, tutto sommato a me non è dispiaciuto.
La trama è comunque ben scritta, ha qualche colpo di scena e i personaggi sono interessanti. Mi ha colpita in particolare come gli sviluppatori siano riusciti a dare una buona caratterizzazione alle varie comunità di sopravvissuti, alcune rimaste più umane di altre, divenute invece folli in diverse maniere.

Anche i combattimenti sono divertenti (almeno da vedere), soprattutto avanti nel gioco, quando c’è la possibilità di scontrarsi con intere orde di furiosi e attirarli in trappola per “bonificare” certe zone.
Le fasi di esplorazione, invece, sono le mie preferite. Devo dire che muoversi in moto per uno scenario così vasto, tra bellissimi paesaggi naturali e rovine post-apocalittiche mi ha piuttosto emozionata.

Pare che fosse persino in programma un sequel, che però poi è stato cancellato. Peccato!

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