THE TRUMAN SHOW

 

Realizzato nel 1998 da Peter Weir con protagonista Jim Carrey.

The Truman Show racconta della curiosa vita di Truman Burbank, un uomo qualunque, che vive nella pittoresca città di Seahaven.
Truman non sa che la sua vita, da trent’anni, è costantemente ripresa, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, da un infinito numero di telecamere. La sua esistenza è l’intrattenimento per l’intero pianeta, che si sintonizza, tramite la televisione, per guardare lo show più seguito di tutto i tempi: The Truman Show.

Ho raccolto qualche curiosità:

– Dietro a ogni nome di The Truman Show c’è sempre un significato: Seahaven, la città artificiale, potrebbe essere tradotta come “Rifugio di mare” o “Posto sicuro”. Anche piazze e strade portano il nome di attori.
Meryl e Marlon, rispettivamente la moglie e il miglior amico di Truman all’interno del reality, sono così chiamati in riferimento a Meryl Streep e Marlon Brando, per sottolineare la finzione.
Christof, il creatore dello show, è un evidente riferimento a Cristo.
Lo stesso Truman Burbank nasce da un gioco di parole fra True (vero) e Man (uomo).

– Sul set era proibito citare le frasi caratteristiche dei personaggi comici interpretati da Carrey nei suoi precedenti film.

– Dennis Hopper fu originariamente scelto per il ruolo di Christof, ma lasciò il film il primo giorno di riprese per divergenze creative. Ed Harris lo sostituì.

– Ed Harris e Jim Carrey non si incontrarono mai durante le riprese. Esattamente come accade nel film.

– Questo è il primo film in cui Carrey recita in un ruolo drammatico. Ne fu subito entusiasta, tanto che, per partecipare si ridusse l’ingaggio da 20 milioni di dollari a 12.
Parlando del film affermò: “È stato uno dei migliori copioni che abbia mai letto”.

– Nella scena in cui Truman – davanti allo specchio – disegna sul vetro una tuta spaziale, è frutto dell’improvvisazione dell’attore.

Fonte: lascimmiapensa

FALLEN ASTRONAUT

 

Fallen Astronaut (“Astronauta Caduto”) è una scultura in alluminio alta 8,5 centimetri che rappresenta la figura stilizzata di un astronauta in tuta spaziale.

Fu posata sulla superficie della Luna durante la missione Apollo 15 e, al momento, è l’unico manufatto artistico che l’uomo abbia mai lasciato su suolo extraterrestre.

La statuetta fu creata dallo scultore belga Paul Van Hoeydonck su commissione dall’astronauta David Scott, con il duplice scopo di commemorare gli astronauti deceduti e celebrare il progresso dell’esplorazione spaziale.
Costruita in alluminio per far fronte a precise esigenze tecniche, la figura non avrebbe dovuto essere identificabile in un sesso preciso né in una precisa etnia. Inoltre, per evitare ogni speculazione commerciale del progetto artistico, sia l’artista che il committente concordarono che l’opera non avrebbe dovuto riportare alcuna firma e che lo stesso nome dello scultore non sarebbe dovuto essere divulgato al pubblico.

Il Fallen Astronaut fu portato sulla Luna nel 1971 dagli astronauti della missione Apollo 15 e venne lasciato sul suolo lunare durante l’ultima delle tre attività extra-veicolari compiute da David Scott e James Irwin.
Prima di abbandonare il rover nella sua sede definitiva, Scott lasciò anche una piccola Bibbia.

Il Fallen Astronaut venne posato circa 6 metri a nord rispetto a dove il rover era stato “parcheggiato”, in un piccolo cratere meteoritico situato nella parte sud occidentale del Mare Imbrium.
Sul suolo, accanto alla scultura, venne posata anche una piccola targa metallica con incisi, in ordine alfabetico, i nomi di 14 astronauti (otto statunitensi e sei sovietici) deceduti in varie missioni spaziali.
Il centro di controllo missione di Houston era all’oscuro delle intenzioni dell’equipaggio dell’Apollo 15.

La breve commemorazione, del tutto informale, era priva di qualsiasi intento politico ma, essendo nel pieno della Guerra Fredda e della corsa allo spazio, assunse rilievo quale gesto di deferenza nei confronti dei colleghi sovietici.

Il pubblico venne a conoscenza della deposizione della statuetta solo dopo il rientro sulla Terra degli astronauti, durante la conferenza stampa post-volo.

Dopo che l’esistenza del Fallen Astronaut divenne pubblica, il National Air and Space Museum di Washington richiese di poterne realizzare una copia da esporre al pubblico.
L’equipaggio fu d’accordo, ma pose la condizione che l’esposizione avvenisse rispettando il buon gusto e senza pubblicità. Nell’aprile 1972 Van Hoeydonck diede quindi al museo una replica della scultura, ancora oggi esposta assieme alla copia della placca con i nomi dei 14 astronauti deceduti.

Sempre nel 1972, a maggio, Scott venne a sapere che l’artista belga stava progettando di realizzare diverse repliche della statuetta per commercializzarle. Ritenendo che questa iniziativa sarebbe stata una violazione dello spirito del loro accordo, l’astronauta contattò lo scultore tentando di persuaderlo a rinunciare.
Delle cinquanta copie realizzate della statua, una sola venne venduta dalla galleria Richard Foncke di Gand, in Belgio. Una seconda venne invece prestata al palazzo del Parlamento fiammingo.
Ad oggi, assieme a quella del National Air and Space Museum, queste sono le uniche copie in circolazione, dato che Van Hoeydonck tenne le altre per sé.

L’UOMO MECCANICO

 

L’uomo meccanico è un film muto del 1921 scritto, diretto e interpretato dal comico francese André Deed, noto in Italia con il nome d’arte di Cretinetti.

Poiché Il mostro di Frankenstein del 1920 è andato perduto, L’uomo meccanico è il primo film di fantascienza prodotto in Italia ancora esistente.

La trama è semplice ma – per i tempi – davvero innovativa:

Uno scienziato riesce a costruire un meccanismo a forma di un uomo che può essere comandato a distanza da una macchina.
L’uomo meccanico possiede velocità e forza superiori a quelle umane. Lo scienziato è però ucciso da una banda di criminali, guidata da Margherita Donadieff (Mado), che vuole ottenere le istruzioni per la costruzione dell’uomo meccanico.
I criminali vengono catturati prima che essi siano in grado di riceverle e sono giudicati e condannati.
Con uno stratagemma, Mado riesce a sfuggire dal carcere e rapisce Elena D’Ara, la nipote dello scienziato per costringerla a darle le istruzioni per costruire un altro automa meccanico.

«Il film, praticamente sconosciuto […], nel contrapporre in una lotta senza quartiere un mostro buono ad un mostro cattivo anticipa alcuni dei temi più ricorrenti nella produzione dell’horror e della fantascienza cinematografica: la sequenza in cui l’uomo meccanico sfonda una porta corazzata e attraverso lo squarcio protende la mano per sbloccare il paletto che la chiude dall’interno riapparirà, sostanzialmente identica, oltre 60 anni più tardi in Terminator.»

IL SIMBOLO DEL CAOS

 

Il Simbolo del Caos ha origine dalle storie del Campione Eterno dello scrittore britannico Michael Moorcock e dal suo multiverso, caratterizzato da una forte dicotomia proprio tra Legge e Caos.

In esse, il Simbolo del Caos è rappresentato da otto frecce disposte a raggiera. Al contrario, il simbolo della Legge è una singola freccia verticale.

Moorcock ha dichiarato di aver concepito questo simbolo negli anni ’60, mentre scriveva le prime storie di Elric di Melniboné.
Successivamente, il logo è stato adottato nel mainstream della cultura pop, comparendo in altri campi come le moderne tradizioni occulte, i giochi di ruolo, cinema e persino i videogiochi.
È anche chiamato le Armi del Caos, le Frecce del Caos, la Stella del Caos, la Croce del Caos, la Stella della Discordia, la Caosfera (quando raffigurata come una sfera tridimensionale) o Simbolo dell’Otto.

“L’origine del simbolo del Caos sono io, seduto al tavolo della cucina, che scarabocchiavo domandandomi come descrivere a Jim Cawthorn (un illustratore con cui l’autore ha collaborato spesso) l’aspetto delle braccia del Caos.” dichiara Moorcock. “Ho disegnato le frecce di un quadrante geografico stilizzato, Nord, Sud, Ovest, Est e poi ho aggiunto altre quattro direzioni. Ed eccolo lì: otto frecce che rappresentano tutte le possibilità, contrapposte ad una freccia singola, che rappresenta la strada della legge. Da allora mi è stato detto che è un antico simbolo del Caos e se è così conferma molte teorie sull’inconscio collettivo. Ma fin dove ricordo io questo simbolo, disegnato da Jim Cawthorn, è apparso per la prima volta su una copertina di Science Fantasy del 1962.”

Curiosità:

– La prima apparizione del simbolo in un gioco di ruolo commerciale fu nel supplemento di Dungeons & Dragons “Dei e Semidei”, che includeva divinità, mostri ed eroi presi dalla saga di Elric creata da Moorcock.

– Il naturale step successivo fu vederla nel gioco di ruolo Stormbringer, edito negli Stati Uniti da Chaosium e ambientato proprio nell’universo di Elric di Melniboné. Nel 1987, il gioco venne distribuito nel Regno Unito dalla Games Workshop.

– Da allora, il simbolo del Caos di Moorcock venne utilizzato con frequenza nella linea di giochi Warhammer e Warhammer 40.000 di Games Workshop, diventandone parte integrante. Questa versione spesso incorpora un anello nel design del logo, molto simile al dharmachakra ad otto raggi.

THE MOON MUSEUM

 

The Moon Museum (letteralmente: Il museo della Luna) è un piccolo wafer di ceramica placcato in iridio sui cui sono stati impressi i disegni miniaturizzati di sei artisti americani.

Andy Warhol disegnò un pene, Robert Rauschenberg una linea retta, Claes Oldenburg una versione stilizzata del viso di Topolino mentre John Chamberlain, Forrest Myers e David Novros rappresentarono delle figure geometriche.

L’opera, di grandezza simile a un microchip (19,05 mm x 12,70 mm x 0,635 mm) fu creata nel 1969 e portata nello spazio a bordo dell’Apollo 12.

CURIOSITÀ SU LO SQUALO

 

Lo Squalo, regia di Steven Spielberg, ha davvero bisogno di presentazioni?

Ho raccolto qualche curiosità:

– Il film è costato 9 milioni di dollari e ne ha incassati 471.

– Tratto dall’omonimo romanzo di Peter Benchley, è ispirato a una storia vera (gli attacchi di squali del Jersey Shore del 1916). L’effetto che il film fece sulle persone, generando una psicosi collettiva verso gli squali, non gli piacque. Benchley decise, quindi, di dedicare il resto della sua vita a proteggerli.
Nei primi anni 2000 scrisse un altro libro sugli squali questa volta, per difenderli.
In un’intervista a National Geographic disse che il più grande equivoco che li riguarda è «la teoria che gli squali prendano di mira gli esseri umani e che siano mangiatori di uomini. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Ogni volta che vediamo la gente in televisione circondata da squali, è sicuro al 99 per cento che gli squali sono stati attirati con un’esca. E si dà una falsa impressione, perché per natura gli squali preferiscono stare lontano dalla gente». Lo scrittore concludeva anche che «se avessi conosciuto allora la vera natura di squali, non avrei scritto il libro».

– Lo Squalo è il primo blockbuster del cinema contemporaneo ed è anche il primo film campione d’incassi estivo: prima era impensabile che un film nuovo uscisse in concomitanza con la stagione delle vacanze.

– Ma gli squali sono davvero così pericolosi? Sul sito dell’Università della Florida che monitora gli attacchi di squali all’uomo in tutto il mondo si legge che dei “presunti” 130 episodi di interazione tra uomo e squalo che si sono verificati in tutto il mondo nel 2014, solo 72 sono attacchi “non provocati”, ovvero incidenti in cui lo squalo attacca le persone senza che venga provocato nel suo habitat. Degli altri 58, 33 attacchi sono stati “provocati”, e gli altri sono attacchi a barche e vari incidenti marini. E solo 10 sono stati mortali.

– L’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura ha condotto studi sugli squali e ha scoperto che il 30% delle specie sono sotto minaccia o a rischio estinzione. Il Pew Environment Group lavora per creare santuari per lo squalo, dove non possa essere pescato a Palau, alle Maldive, alle Bahamas e in Honduras. Ogni anno si calcola che vengano uccisi 100 milioni di squali, anche a causa della crescente popolarità culinaria della zuppa di pinne di squalo.

– Uno degli elementi che contribuì al successo del film fu la colonna sonora di John Williams: un motivetto composto dall’alternanza di due sole note, mi e fa.

– Gli effetti speciali costavano troppo: questo spiega perché lo squalo, nella prima ora e venti di film, non si vede mai interamente: i tre squali meccanici del film non funzionavano alla perfezione. Uno si era addirittura inabissato.

Fonte: Focus

L’INFLUENZA DI HUGH KEAYS-BYRNE SUL POST APOCALITTICO

 

A qualche mese sua scomparsa, sento sia arrivato il momento di parlarne.
Non si tratta di un post “informativo” con una lista dei suoi molteplici successi e traguardi (per quello c’è già la Wiki).

Voglio parlarne in confidenza, raccontarvi di quanto la sua influenza sia stata importante per me.

L’universo post-apocalittico (o post-atomico) fa ancora parte di quel genere poco conosciuto e apprezzato dal grande pubblico.
Poche persone riescono a sporcarsi di sabbia e ruggine. In effetti, questo, è un genere “sporco”, crudele.
Ma anche gli anni bui del Medioevo e quelli delle Guerre Mondiali. Molto altro ancora, a dire la verità. In genere, quando si deve compiere qualche turpe nefandezza, l’uomo si trova sempre in prima linea.

E allora perché il post apocalittico viene discusso meno? Perché viene valutato sempre con sufficienza?

Perché spaventa.
Perché non è ciò che siamo stati ma è l’idea di ciò che potremmo essere in futuro.
Il post apocalittico ci sbatte le conseguenze delle nostre azioni dritte in faccia. Mostra il volto di un mondo in dis-equilibrio. Palese.
E mostra solitudine, violenza e bestialità.

Penso che ci siano due persone che, più di chiunque altro, hanno saputo rappresentare queste emozioni al cinema.

George Miller: la mente.
E Hugh Keays-Byrne: l’esecutore.

Perché se Miller l’ha pensato, Hugh l’ha fatto.
Attraverso i suoi personaggi sopra le righe, disturbanti, intensi, ho potuto sfiorare un assaggio di quel futuro.
E averne paura.

SUPERHUMAN SAMURAI SYBER-SQUAD

 

Superhuman Samurai Syber Squad (spesso abbreviato con l’acronimo SSSS) è una serie televisiva statunitense prodotta da Tsuburaya Productions, Ultracom Inc. e DIC Entertainment nel 1994. Distribuita da All American Television, arrivò in Italia l’anno successivo, su rete Mediaset, seguendo la scia del successo dei ben più famosi Power Rangers.

La serie racconta le avventure di Sam Collins, uno studente delle scuole superiori che, assieme ai suoi amici Sydney, Tanker e Amp Ere, entra nella rete per combattere i mega-virus sguinzagliati dalla malvagia intelligenza artificiale Kilokahn e impedire che affliggano il mondo reale.
Come usava molto allora, si tratta di un adattamento “occidentalizzato” di una serie super sentai giapponese, in questo caso Denkō chōjin Gridman. Tutte le scene ambientate fuori dal cyberspazio sono state infatti rigirate con attori americani e in set che rappresentassero un ambiente occidentale, così da rendere più facile l’immedesimazione del (giovanissimo) pubblico nei vari personaggi.

Tutto ha inizio con un sovraccarico della rete elettrica grazie al quale Kilokahn (abbreviazione di “Kilometric Knowledge-base Animate Human Nullity”), una intelligenza artificiale sviluppata a scopo militare, guadagna la libertà e si disperde nel cyberspazio.
Pregno di odio per la razza umana, alla quale si riferisce come “polpette” (in originale “meat-things”), Kilokhan, auto-elettosi signore del mondo digitale, mette a punto un piano per espandere il suo dominio e infettare i più importanti sistemi informatici con dei mega-virus, portando così il caos nel mondo materiale.
Per la creazione di questi mega-virus (che nonostante siano dei veri e propri mostri digitali sono impersonati da attori in costume), Kilokahn decide di dare vita ai disegni di Malcolm Frink, compagno di scuola e (invidioso) rivale in amore di Sam.
Quello che i due non sanno è che, mentre sta provando con il suo gruppo, anche Sam viene raggiunto dal già menzionato sovraccarico attraverso il jack della sua chitarra elettrica e risucchiato nel cyberspazio. Dopo pochi istanti, il ragazzo torna però nel mondo reale, portando con sé un misterioso dispositivo legato al polso. Ed è proprio grazie a quello che lui, e il resto della sua band, acquisiscono la capacità di entrare a piacere nella rete per contrastare i piani di Kilokahn.

Essendo una serie pensata per i più piccoli, i toni restano sempre leggeri e la caratterizzazione dei personaggi è poco approfondita, al servizio della trama. Abbondano, poi, sketch comici e vari elementi stereotipici degli anni ’90.
In particolare, colpisce il fatto che gli scontri si svolgano in una non meglio approfondita realtà virtuale (che include perlopiù la rete telefonica e internet, ma talvolta anche elettrodomestici di uso comune) in grado di influenzare il mondo reale anche in maniera grave (ad esempio creando il caos nel traffico aereo, cancellando file nei terminali della polizia, interrompendo telecomunicazioni, etc.).

Qualche curiosità:

– Nella versione originale, a dare voce al cattivissimo Kilokahn è niente meno che Tim Curry.

– Grazie a un meticoloso riciclo di alcune sequenze vennero realizzati ben 53 episodi di Superhuman Samurai. Questa pratica non era affatto rara, all’epoca. Tant’è che alcuni altri show dello stesso tipo (ad esempio VR Troopers), nell’adattarsi al pubblico occidentale, attingevano le loro sequenze anche da più serie giapponesi diverse tra loro.

– La serie inizialmente doveva intitolarsi “Power Boy”, ma la produzione decise di cambiare il titolo per evitare confusione (ed eventuali problemi legali) con i Power Rangers della Saban Entertainment.

– Alcuni elementi della serie vennero ripresi nell’adattamento anime dell’originale Gridman, intitolato “SSSS.Gridman” e prodotto nel 2018. Le quattro S in testa al titolo, infatti, sono un esplicito riferimento a Superhuman Samurai Syber-Squad.

– Il personaggio di Amp Ere, presentato come il classico “tipo strambo” e chiave di molti sketch basati sulla comicità dell’assurdo (ad esempio girare in muta da sub per il campus scolastico, con tanto di maschera e boccaglio), è in realtà un alieno. La cosa viene scoperta nell’episodio 40, quando il personaggio rivela, attraverso una lettera di addio, di aver lasciato la Terra per far ritorno al suo pianeta natale. Verrà sostituito nella squadra dal surfista Lucky London.

ANNA

 

La miniserie televisiva italiana del 2021 creata da Niccolò Ammaniti è composta da sei puntate ed è basata sull’omonimo romanzo del 2015 dell’autore.

Un’epidemia causata da un virus proveniente dal Belgio, ha provocato la morte di tutti gli adulti. Solo i bambini ne sono immuni, fino al raggiungimento della pubertà.

Anna è una ragazzina tredicenne che, dopo la morte della madre, cerca di proteggere in ogni modo il fratellino Astor.

Ho raccolto qualche curiosità:

– Il cast di Anna – fatta esclusione per Elena Lietti e Roberta Mattei, Nicola Nocella e Sara Ciocca – è composto da esordienti.

– Perché i ragazzi chiamano il virus la: “Rossa”? Perché il contagio si manifesta con un insieme di macchie rosse, prima sul corpo e poi sul viso.

– Sia il romanzo che la serie sono stati concepiti anni, nel primo caso, e mesi prima, nel secondo, rispetto alla paura e alle restrizioni globali causate dalla pandemia da Covid-19. “La gestazione di Anna è iniziata molto tempo prima del Coronavirus. Avevo lavorato molto sulla malattia di Anna dal punto di vista dermatologico, che per fortuna con il Covid non c’entra, quindi ho fatto fatica a vedere delle cose in comune tra i due virus”, dice Ammaniti durante un’intervista.

– La colonna sonora di Anna è stata composta da Rauelsson, musicista spagnolo. Dopo aver iniziato la carriera come cantautore folk, Rauelsson si è dedicato al minimalismo, all’elettronica e alla musica ambient.
Ma in Anna ci sono tantissimi brani d’autore. La canzone della sigla che apre ogni episodio è Settembre, pezzo di Cristina Donà tratto dal disco La quinta stagione del 2007. Nel corso della storia, poi, troviamo brani di Loredana Bertè, Mia Martini, Ornella Vanoni, Frank Sinatra, i Mercury Rev e gli Alphaville.

– La serie è stata girata completamente in Sicilia. Le location includono Bagheria, Palermo, Messina, Porto Empedocle, la valle del Belice e le zone limitrofe di Santa Teresa di Riva, Gibellina, Salemi e Santa Ninfa. Un “tempismo” perfetto: le riprese della serie sono cominciate nel settembre del 2019, sei mesi prima dello scoppio della pandemia, quella vera.

Fonte: popcorntv

FILM ANNI 80/90 IN CHIAVE AFRICANA

Durante gli anni ’80 e ’90, gli artisti africani avevano il compito di rendere i poster dei film di Hollywood il più emozionanti possibile, indipendentemente dalla trama. Lo scopo delle loro opere era creare impatto: se il film era cruento, l’immagine doveva esserlo di più.
La maggior parte di queste locandine, dipinte a mano, sono state prodotte in Ghana.

“Il cinema mondiale è una lingua franca che tutti comprendiamo”, ha detto il mercante d’arte e collezionista Ernie Wolfe di Los Angeles che ha notato per la prima volta questi strani disegni durante un viaggio nel paese. “Questi poster attirano le persone perché invitano a un dialogo davvero incredibile, un confronto tra ciò che sai di un film e come lo immaginava il pittore. I disegni sono davvero fantastici.”

Durante le dittature militari degli anni ’70 e ’80, leggi restrittive hanno escluso l’importazione delle macchine da stampa su larga scala solitamente utilizzate per la produzione di poster. Per questo motivo, i ghanesi hanno realizzato a mano manifesti di film e altre insegne fino agli anni ’90.
L’unica limitazione era la dimensione delle tele: ognuna in particolare doveva stare sul lato di un sacco di farina da 50 kg o su due lati cuciti insieme.

Ma con i cambiamenti nel clima politico e nella tecnologia, negli anni, i poster realizzati a mano alla fine sono diventati obsoleti. O almeno, fino a quando i collezionisti d’arte dall’occidente non se ne sono interessati.
Oggi i migliori poster di film vengono pagati anche fino a 15.000 dollari. E con l’apertura del nuovo mercato globale, gli artisti locali hanno nuovamente iniziato a produrne di nuovi.

Ecco una piccola galleria:

Close