MARTEDÌ DELLO XENO – GLI ORGON

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO torniamo nell’Universo Espanso di Guerre Stellari (ora chiamato “Legends”) per scoprire gli Orgon, una specie di piante carnivore originarie del pianeta Gorsh.

L’aspetto è quantomai particolare: sembrano delle grosse noci dal diametro di circa mezzo metro, di un colore variabile tra il verde e il giallo, con sei-otto tentacoli che spuntano dai lati, lungo la cavità mediana tra le due metà del guscio. Questi sono lunghi fino a quattro metri e vengono usati sia per muoversi che per nutrirsi.
Quando un Orgon riesce ad afferrare una preda, infatti, inizia a secernere un liquido appiccicoso e tossico che lo aiuta a intrappolarla. Poi, con calma, rilascia anche degli acidi che la liquefano, permettendogli così di consumarla.

Per il resto, non hanno occhi ma sono comunque in grado di percepire la luce attorno a loro, e gli organi vitali sono (giustamente) racchiusi al sicuro all’interno del guscio.
Hanno inoltre l’abitudine di lasciare sulle altre piante dei grappoli di “bolle” piene di un liquido urticante rosso, letale per gli umani, che esplodono al minimo tocco.

Piuttosti intelligenti, anche se il loro metabolismo è molto lento (si stima che un adulto abbia bisogno di circa 3 kg di carne all’anno), sono tra i predatori più temuti del pianeta Gorsh, che già di per sé non è un bell’ambientino.
Quasi interamente ricoperto d’acqua, le poche isolette di terra emersa ospitano solo giungle paludose ricche di piante e creature tutt’altro che amichevoli. Come se non bastasse, poi, l’atmosfera è semi-tossica, tanto da rendere necessario l’utilizzo di respiratori per non incorrere in malattie e debilitazioni varie.
Non a caso, l’avamposto utile più vicino è una stazione spaziale della GeneTech che orbita attorno al pianeta, ben lieta di sfruttarne le variegate flora e fauna come materia prima per le proprie ricerche in campo scientifico-farmacologico.

Sembra inoltre che gli Orgon siano di parecchio interesse per la corporazione, ma fino a ora non sono stati in grado di catturarne esamplari che potessero essere utili ai loro studi.

Chiudo con un pensiero personale che mi ballava in testa mentre facevo ricerche per questo articolo. E cioè che, cambiando universo, gli Orgon non si troverebbero poi tanto male su Catachan!

MARTEDÌ DELLO XENO – I CALOT

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO [eccezionalmente anticipato al lunedì] parliamo dei Calot, fedeli compagni a dieci zampe provenienti dall’universo di John Carter, creato dallo scrittore Edgar Rice Burroughs all’inizio del secolo scorso.

Originari del pianeta Marte (o, come lo chiamano i nativi, Barsoom), sono rettili tozzi e ben piazzati, grossi all’incirca quanto un pony, con la bellezza di cinque paia di gambe grazie alle quali possono raggiungere, in corsa, l’incredibile velocità di 400 km orari.
Essendo predatori naturali, la bocca è piuttosto larga e racchiude al suo interno ben tre fila di denti aguzzi. Gli occhi invece sono piccoli, così come il naso. Ciò nonostante, hanno un senso dell’olfatto molto sviluppato.

Non a caso, nella società dei Marziani Verdi (una delle civiltà che abitano il pianeta rosso) sono l’equivalente dei nostri cani e vengono comunemente impiegati come animali da guardia, per la caccia o, a volte, per il combattimento.
Proprio come i loro equivalenti terrestri, inoltre, sono noti per la loro intelligenza (nei limiti di un animale) ed estrema devozione ai padroni.

Il calot più noto al grande pubblico è sicuramente Woola, il fedele compagno di John Carter, che l’ha più volte tirato fuori da situazioni estremamente pericolose.

MARTEDÌ DELLO XENO – GLI ALIENI DELL’ARMADIETTO C-18

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO torniamo nell’universo di Men In Black con una specie extraterrestre apparsa nel secondo film della saga.

Poiché non si conosce il loro vero nome (né molti altri dettagli, come il pianeta di origine, la biologia o come siano arrivati sulla Terra) ci si riferisce a loro come “gli alieni dell’armadietto C-18”.
Vivono infatti in un piccolo plastico creato apposta per loro, riposto dentro al mobile così numerato, nella Grand Central Station di New York.

Si tratta di piccoli esserini antropomorfi alti pochi centimetri, interamente ricoperti di pelo marroncino, con grossi occhi dotati di pupille rettangolari e, sulla testa, un paio di antenne bioluminescenti.
Gli individui particolarmente anziani sembrano inoltre sviluppare una peluria ancor più folta e grigia sul volto, che ricorda chiaramente le lunghe barbe e capelli da mago anziano, come Gandalf e Albus Silente, o forse addirittura da figura biblica.

Questo potrebbe non essere un caso, dato che i piccoli alieni sono “molto propensi” alla mistificazione religiosa.
Nel film, infatti, venerano l’Agente K come una vera e propria divinità, affibbiandogli titoli come “Portatore di Luce”, onorandolo con canti a tema e trattando gli oggetti che lui ha lasciato loro in custodia come reliquie sacre.

In quest’ottica, un semplice orologio da polso diventa “il Segnatempo” e viene utilizzato come torre dell’orologio nel loro piccolo villaggio, mentre il biglietto da visita di un videonoleggio diventa “la Tavola dei Comandamenti” e dà origine a elaborazioni filosofico-teologiche di frasi come “riavvolgete, ne godrete” (goffo adattamento del motto “be kind, rewind”), “due al prezzo di uno, ogni mercoledì” e “vasta sezione di programmi per adulti nel retro”.
Sviluppo bizzarro, senza dubbio, ma che a quanto pare ha garantito la pace nella piccola società dell’armadietto C-18.

I piccoli alieni però sono anche molto veloci a cambiare oggetto della loro venerazione: quando K riprende il suo orologio, facendoli sprofondare nello sgomento, è sufficiente che l’Agente J lasci il suo al posto di quello vecchio per diventare la loro nuova divinità preferita.
Facendo ricerche su internet, inoltre, ho letto diverse teorie (non confermate ma verosimili) secondo cui questi esserini vedano il mondo al di fuori dell’armadietto come una sorta di piano d’esistenza divino.

Comunque sia, alla fine del film, vengono spostati nell’armadietto personale di J, al quartiere generale dei MIB.

MARTEDÌ DELLO XENO – I PAIRANI

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO [eccezionalmente spostato al mercoledì per questioni logistiche] vi racconto dei Pairani, degli extraterrestri provenienti dal cinema giapponese degli anni ’50.

Apparsi per la prima volta nel film del 1956 “Uchūjin Tōkyō ni arawaru” (traducibile letteralmente come “Uomini spaziali appaiono a Tokyo” ma conosciuto all’estero con il più semplice “Warning from space”, da noi arrivato molti anni dopo, per altro solamente sottitolato, con il titolo “Allarme dallo spazio”) si tratta di alieni amici dell’umanità.

Hanno l’aspetto di stelle marine alte circa un paio di metri, con al centro un grosso occhio che si illumina quando comunicano tra loro (presumibilmente attraverso la telepatia).
Inoltre, anche se nella locandina vengono disegnati di colore rosso, nel film la loro pelle è di colore grigio.

Non sappiamo altro della biologia o di come funzioni la società Pairana, ma è evidente che sono in possesso di una tecnologia molto avanzata che gli consente non solo il viaggio spaziale ma anche di cambiare aspetto (nel caso specifico, assumendo forma umana) o di teletrasportarsi a breve distanza.

Il loro mondo di origine è Paira, descritto in maniera molto vaga come simile alla Terra ma dal lato opposto del Sole, sulla stessa orbita.
Nel film, arrivano da noi per avvisarci di come un planetoide sia in rotta di collisione con il nostro pianeta e, con l’aiuto del fisico Eisuke Matsuda e altri astronomi, cercano di convincere i governi del mondo a distruggerlo prima che sia troppo tardi.

A parte qualche raro cameo un po’ nebuloso negli anni successivi, una seconda apparizione della specie (non è chiaro quanto canonica) avverrà poi nel fumetto del 1995 “Manga Boys Special Edition: Gamera”, dove un enorme Pairano aiuta il kaiju in un’avventura spaziale.

Concludo con due curiosità:

– “Allarme dallo spazio” è stato il primo film di fantascienza giapponese realizzato a colori.

– Stando ad alcune voci, i Pairani sarebbero una delle fonti di ispirazione per l’aspetto del pokémon Staryu. In uno dei bozzetti preliminari del primo gioco, infatti, il mostro viene mostrato lottare contro un proto-Blastoise molto simile – di nuovo – al kaiju Gamera. Si tratta comunque solo di supposizioni, visto che non c’è mai stata alcuna conferma ufficiale della cosa.

MARTEDÌ DELLO XENO – I RAYBACK

 

Oggi per il MARTEDÌ DELLO XENO ci avventuriamo nel mondo della (eso)biologia speculativa, quella branca della fantascienza che si diverte a immaginare interi nuovi ecosistemi e le spesso bizzarre forme di vita che li popolano.

Una di queste sono i Rayback, che io tradurrei come “schienaraggio” o “schiena a raggiera”, creature inventate da Wayne Douglas Barlowe per il suo libro illustrato “Expedition” (1990), dove descrive e cataloga in maniera minuziosa l’ecosistema del pianeta Darwin IV, presentandolo come un ipotetico studio scientifico del 2358.
Il concetto è stato poi anche ripreso e adattato nel documentario speciale in CGI “Alien Planet”, prodotto da Discovery Channel nel 2005.

Alti circa quattro metri e del peso approssimativo di tredici tonnellate, si tratta di creature bipedi con la pelle spessa e ruvida, un po’ come quella degli elefanti, un torso e una coda piuttosto tozzi e quattro protuberanze che si estendono dalla schiena verso l’alto (disposte per l’appunto a raggiera, caratteristica da cui probabilmente deriva il nome).
Questa zona, tra le altre cose, può anche emettere una lieve bioluminescenza rossa.
La testa invece è di forma triangolare, allungata verso il davanti, e si apre in una piccola “bocca” dalla quale possono far scattare fuori una lingua lunga e affilata come un rasoio.
Mancano invece del tutto gli occhi, poiché i Rayback “vedono” e si orientano emettendo suoni ad alta frequenza, un po’ come se fossero dotati di un sonar biologico.

Il loro habitat naturale sono le pianure di Darwin IV, dove svolgono il ruolo di temibili predatori.
Non sono i più grossi della zona, ma compensano con un’inaspettata agilità: quando si lanciano all’inseguimento di una preda possono infatti raggiungere anche i 50 km orari e distanziarli diventa davvero molto difficile.
Spesso poi usano la loro lingua per squarciare le carni o le zampe dei loro bersagli, così da rallentarli o farli direttamente dissanguare fino a quando non crollano a terra.

La lingua viene anche utilizzata per nutrirsi, un po’ come se fosse una cannuccia: prima iniettano i succhi digestivi nel corpo della preda appena uccisa, così da scioglierne le carni e le interiora, poi risucchiano il tutto.

In termini di intelligenza, i Rayback potrebbero essere equiparati ad animali. Hanno un’indole solitaria, anche se di rado è capitato di vederli collaborare per dare la caccia a prede particolarmente grosse.
Queste “alleanze” però durano sempre poco, visto che in generale sono una specie piuttosto aggressiva e non esitano a caricare a testa bassa qualunque cosa si avvicini troppo a loro.

Ultima curiosità: i Rayback sono state le prime creature di “Expedition” a essere illustrate da Barlowe, prima ancora che il progetto avesse preso forma concreta nella sua testa. Ai tempi, come dichiarato dall’autore stesso, “voleva solo realizzare un quadro di un animale selvatico alieno”.

MARTEDÌ DELLO XENO – I VAMPIRI SUCCHIAGRASSO

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO degli extraterrestri provenienti dall’universo di Duck Dodgers, l’alter-ego spaziale di Daffy Duck utilizzato dalla Warner Bros per parodiare le storie di fantascienza nei loro cartoni animati.

I Vampiri Succhiagrasso, chiamati “Aspirapinguedine” nel doppiaggio italiano, sono… beh, il nome è già piuttosto auto-esplicativo.

Non si conosce esattamente la loro origine, ma l’aspetto è molto simile a quello dei classici vampiri: creature umanoidi molto pallide (in questo caso sul grigio-verdino) e magre, con una spiccata preferenza per i vestiti neri e gli accessori gotici.
E ovviamente delle zanne molto appuntite, che usano per mordere le loro vittime e succhiarne via il grasso dal corpo.

Il tessuto adiposo è la loro unica fonte di nutrimento. Sembrano invece allergici a qualunque forma di cibo salutare, come tofu o verdure, tanto che il solo contatto con la pelle causa loro terribili ustioni.
Consumarlo, invece, ne provoca direttamente la morte, lasciando di loro solo piccoli mucchietti di cenere.

Le somiglianze con i vampiri non si limitano solo all’aspetto fisico ma includono anche altre capacità “tipiche”, come quella di trasformarsi in pipistrello o un sovrannaturale e ipnotico carisma, che ovviamente usano per sedurre le persone di cui vogliono nutrirsi dopo averle attirate con l’inganno sulla loro stazione spaziale.
Inoltre, dormono appesi a testa in giù.

Non è invece ben chiaro come si riproducano, se con il normale accoppiamento o infettando o “abbracciando” le altre specie umanoidi. Ma qui, forse, stiamo andando a cercare troppa complessità per dei semplici “cattivi dell’episodio”, apparsi una sola volta nella serie animata.

Come ultima curiosità però aggiungo che gli autori, per crearli, potrebbero essersi ispirati alla figura del Pishtaco: un mostro del folklore sudamericano diffuso soprattutto in Perù e Bolivia che, per l’appunto, estrae il grasso dalle sue vittime.

MARTEDÌ DELLO XENO – MIKITAKA HAZEKURA

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO un alieno che forse non lo è ma si professa comunque tale, apparso in “Diamond is Unbreakable”, la quarta serie de Le Bizzarre Avventure di JoJo.

Mikitaka Hazekura, il cui vero nome lui dichiara essere Nu Mikitakazo Nshi, è un sedicente extraterrestre originario di un pianeta sconosciuto vicino alle Nubi di Magellano.

A parte le orecchie visibilmente a punta come quelle di un elfo, ha l’aspetto di un normale ragazzo adolescente, con altezza e peso nella media, la carnagione chiara, i capelli biondo platino (quasi bianchi) e gli occhi verdi.
Porta inoltre un orecchino al naso, collegato con una catenella fino all’orecchio sinistro, e di solito indossa un’uniforme scolastica decorata con simboli che richiamano il tema dello spazio e degli alieni (per esempio un disco volante, pianeti, stelle).

Al di là del suo aspetto, stando a quel che dice, ha 216 anni ed è venuto sul pianeta Terra per scoprire la sua cultura e vedere se è un buon posto per trasferirsi, visto che il suo mondo d’origine sta morendo.
A riprova di questo c’è una genuina curiosità per tutto ciò che lo circonda, anche le cose più banali, e il fatto che spesso non riesca a cogliere le sfumature dei discorsi o delle situazioni, per non parlare dell’utilizzo di molti oggetti (memorabile quando mangia un fazzoletto di stoffa che gli è appena stato offerto, per esempio).
Al di là di tutto, comunque, Mikitaka ha un’indole gentile e pacata.

Soffre però molto il suono acuto delle sirene, tanto da agitarsi e avere delle vere e proprie reazioni allergiche, come l’arrossarsi della pelle. Stando alle sue parole, anche solo sentirle in lontananza causa a quelli della sua specie un dolore intollerabile.

Un’altra caratteristica “aliena” rilevante è la capacità di mutare forma a piacimento e trasformarsi in qualsiasi oggetto voglia, replicandone perfettamente anche le proprietà fisiche.
È tuttavia soggetto ad alcune limitazioni, come l’impossibilità di replicare meccanismi complessi e quella di andare oltre le capacità del proprio corpo. Inoltre ha serie difficoltà nel riprodurre i volti delle persone, visto che dalla sua prospettiva gli umani sono tutti uguali.
Infine, la cosa gli richiede comunque concentrazione e deve avere ben chiara l’idea dell’oggetto in cui si sta trasformando, altrimenti potrebbe fargli assumere involontariamente capacità o comportamenti strani, dovuti alla sua ingenuità.

Se la capacità di trasformarsi, chiamata “Earth Wind and Fire”, sia uno Stand (in breve: la manifestazione fisica dell’energia vitale di qualcuno, di solito come entità antropomorfa, in grado di conferire poteri sovrannaturali) o meno è un argomento dibattuto esattamente come l’origine extraterrestre di Mikitaka, che potrebbe in realtà essere solo un essere umano con uno Stand particolare e una strana ossessione/convinzione di essere un alieno.
L’autore del manga, Hirohiko Araki, si è curato di seminare indizi che puntano in entrambe le direzioni, lasciando volutamente la cosa ambigua.
E forse è proprio questo a rendere il personaggio così interessante.

MARTEDÌ DELLO XENO – I GUG

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO parliamo dei Gug, creature nate dalla penna dello scrittore H. P. Lovecraft e apparse nel suo romanzo “La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath” (scritto negli anni ’20 ma pubblicato postumo nel 1943).

Come si può intuire dal titolo, i Gug sono originari delle Terre del Sogno, una dimensione parallela alla nostra Terra.
Hanno l’aspetto di enormi “scimmioni” dal pelo nero alti fino a 6 metri, ma con il volto decisamente strano: la bocca è verticale, grossa e costellata di tanti dentini aguzzi, mentre gli occhi sono posizionati ai lati della testa e di colore rosa.
Inoltre, vedono perfettamente al buio e il loro udito è molto fine.
Un’altra caratteristica disturbante è che le braccia si biforcano all’altezza del gomito, dando origine a due avambracci che culminano in mani dotate di lunghi artigli.

Con questi tratti è chiaro che si tratta di predatori. E infatti, pur essendo creature senzienti e anche piuttosto intelligenti, la loro indole è aggressiva e brutale.
Molto tempo fa si nutrivano degli umani che visitavano le Terre del Sogno e avevano la sfortuna di addentrarsi nei loro territori, ma dopo che gli Dèi li bandirono a vivere nelle caverne, si sono riadattati per pasteggiare a base di Ghast, un’altra specie che popola il sottosuolo.
Con loro potremmo quasi definirli “in guerra”, dato che in risposta i Ghast fanno spesso irruzione nelle loro tane per ucciderli nel sonno ed evitare così di essere predati.
Stranamente, pur essendo molto più grossi di loro, i Gug tendono invece a evitare i Ghoul, che considerano avversari troppo ostici e aggressivi.

Della società Gug, invece, non si sa molto a parte che venerano Nyarlathotep e gli altri Dèi Esterni.
Pare che un tempo fossero soliti creare circoli di pietra nella Foresta Incantata delle Terre del Sogno per celebrare lì i loro sacrifici, ma l’abitudine si è persa quando sono stati esiliati nel sottosuolo dagli stessi Dèi per aver commesso una terribile ma non meglio specificata blasfemia.
Ora vivono nella città sotterranea di Koth, costellata di torri, una delle quali contiene una scalinata che conduce su fino alla Foresta. Il passaggio per raggiungerla è però bloccato da un enorme macigno incantato che nessun Gug può spostare.
Al limitare di Koth, inoltre, si trova il cimitero della specie.

Ultima curiosità: nonostante la loro enorme bocca, i Gug sono completamente muti e comunicano tra di loro solo con un complesso sistema di espressioni facciali.

MARTEDÌ DELLO XENO – GLI OCCULTI SUPER SOVRANI DELL’UNIVERSO

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO rimaniamo in ambito cinematografico ma ci spostiamo avanti negli anni ’80 per scoprire la specie extraterrestre con il nome più altisonante e megalomane di sempre.

Gli Occulti Super Sovrani dell’Universo sono creature la cui origine si perde negli abissi del tempo e dello spazio.
Come suggerisce il nome, chissà quanti millenni orsono dominavano il cosmo con pugno di ferro, temuti e venerati dalle altre specie. Almeno fino a quando non vennero sconfitti – non è ben chiaro da chi – durante la Prima Guerra Cosmica e intrappolati nel Nexus di Sominos, una dimensione parallela popolata da demoni (qualcuno ha detto Warp?) nella quale si sono subito insediati come tiranni.
E lì, essendo immortali, hanno atteso a lungo l’occasione di tornare nella nostra realtà e riconquistare l’intero universo come ai bei vecchi tempi.

Nel film, quest’opportunità gliela dà lo scienziato Walter Jenning, che a causa di un esperimento scientifico fallito trasporta sulla terra sia un Occulto Supersovrano che Howard il papero, poi costretto dalle circostanze a occuparsi del guaio.

Nella loro forma originale, quella fisica, gli Occulti Super Sovrani dell’Universo sono enormi creature dai tratti insettiformi, con il corpo vagamente simile a quello di uno scorpione.
Hanno infatti una coda dotata di pungiglione, quattro zampette inferiori che usano per muoversi, più due grosse braccia che terminano con quattro dita artigliate e un buchino dal quale può spuntare un tentacolo prensile.
Anche il corpo centrale è tozzo, massiccio, con la schiena irta di ulteriori dita artigliate di varie dimensioni. E che culmina in un muso leggermente allungato dove si apre una grande bocca ricolma di zanne disposte su diverse file, sopra la quale si trovano due occhi posti in posizione rialzata.

Più difficile è invece avere un’idea dei loro poteri, che sappiamo solo essere immensi e malevoli.
Tra le loro capacità ci sono sicuramente quella di possedere i corpi altrui, quella di emettere raggi di energia e quella di muovere gli oggetti con il pensiero. Oltre ovviamente a forza, velocità e resistenza sovraumane.

L’apparizione più famosa degli Occulti Super Sovrani dell’Universo è sicuramente quella nel film “Howard e il destino del mondo” (1986), quello che tutti abbiamo visto da piccoli e probabilmente ricordiamo molto meglio di quello che era.
Nei fumetti però erano apparsi già diversi anni prima, sempre come nemico di Howard il papero, anche se il loro aspetto era quello di creature umanoidi con tratti mostruosi, molto diverso da quello poi arrivato al cinema.

MARTEDÌ DELLO XENO – YMIR

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO torniamo nel magico mondo del cinema di fantascienza anni ’50 con un altro “mostrone” animato in stop-motion.

Ymir – nome utilizzato durante la produzione ma che nel film non viene mai pronunciato – è una creatura extraterrestre originaria del pianeta Venere.

A livello estetico sembra un po’ la fusione tra un primate e un rettile, con il corpo interamente ricoperto di scaglie verdi, una lunga coda con la punta biforcuta, mani e piedi tridattili (ovviamente dotati di artigli) e un muso allungato che ricorda vagamente un gorilla.
Oltretutto, si muove anche in posizione eretta.

Nato da un uovo riportato sulla Terra da alcuni astronauti, non si tratta di un essere particolarmente intelligente. Anzi, il suo temperamento è quello di un animale, mosso dai propri istinti primari.
A dirla tutta, all’inizio del film non è nemmeno ostile agli esseri umani: lo diventa solo dopo essere stato maltrattato, dando ovviamente il via alla classica scia di distruzione tipica di questo genere.

Sappiamo inoltre che si nutre di zolfo e che, per qualche strano motivo, l’ossigeno presente nell’atmosfera terrestre altera il suo metabolismo, con la conseguenza di farlo crescere a dismisura. Qualcuno specula addirittura all’infinito!

Ymir appare nel film del 1957 “A 30 milioni di km dalla Terra” (in originale “20 Million Miles to Earth”) ed è una delle tante creature animate dal maestro della stop-motion Ray Harryhausen. Quello che, appena qualche anno dopo, diventerà famoso per le sequenze di combattimento con gli scheletri viste in “Gli Argonauti”, del 1963.

Un’altra curiosità interessante è che le vicende raccontate nella pellicola si svolgono (e in parte sono state girate) in Italia.
La navicella su cui l’alieno arriva sulla Terra, infatti, ammara in Sicilia. Poi, una volta catturato, Ymir viene spostato a Roma, dove si svolgono alcune delle sequenze più emozionanti: la lotta contro un elefante allo zoo e, soprattutto, lo scontro finale tra le rovine del Colosseo.

Quindi, non so quanto possa essere un vanto, ma se King Kong nel suo film si era arrampicato sull’Empire State Building, sappiate che noi italiani non siamo stati da meno e abbiamo avuto anche noi il nostro mostrone in cima a monumenti famosi!

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