CUBE

 

Cube – Il cubo è un film del 1997, di genere fantascientifico/horror, diretto da Vincenzo Natali.
Ha avuto poi un sequel ”Il cubo 2 – Hypercube” e un prequel ”Cube Zero”.

La storia è incentrata su un gruppo di personaggi – sei, come le facce del cubo – intrappolati in una struttura costituita da numerose stanze, alcune dotate di trappole mortali.
Non si conoscono tra loro e nessuno ricorda come è arrivato lì, né il perché.

Un film inquietante, surreale e disturbante.
L’ansia e la frustrazione dei protagonisti salgono con costanza dopo l’ennesimo, fallimentare, tentativo di evadere.

Per la scenografia è stato costruito un solo cubo di 14 piedi x 14, il cui colore veniva modificato attraverso l’uso di pannelli tinti in maniera diversa.

“La vita è troppo complicata, la ragione per cui siamo qui ci sfugge totalmente”.

IL FAT MAN

 

Il Fat Man appare in Fallout 3 e in Fallout New Vegas ma esiste anche nella realtà!

“Fat Man” era il nome in codice della bomba atomica che fu fatta detonare su Nagasaki il 9 agosto 1945. Fu la seconda arma nucleare ad essere usata in guerra e la terza arma atomica ad esplodere al mondo.

Si basa sull’M388 Davy Crocket, sviluppato dagli U.S.A durante la guerra fredda, in grado di sparare proiettili con testata nucleare.
L’arma fu smobilitata nel 1971.

Il sistema di lancio è pneumatico e accoppiato al peso del proiettile; per questo motivo è a corto raggio.
Questo tipo di tiro venne testato per primo dall’arma anti-carro britannica PIAT nella Seconda Guerra Mondiale, dove il proiettile era scagliato da un meccanismo – simile – a molla (anche se nel caso del PIAT, era utilizzata per accendere la carica propulsiva).

A causa della sua relazione con eventi storici, l’arma è stata rinominata “Lanciatore nucleare” nella versione giapponese di Fallout 3.

IL SOLE NUDO

 

Il sole nudo (The Naked Sun) è un romanzo di Isaac Asimov, secondo libro appartenente al Ciclo dei Robot dopo Abissi d’acciaio.
Ancora una volta vediamo come la fantascienza sia applicabile a ogni genere letterario.
Rikaine Delmarre – uno scienziato fetale responsabile del centro nascite del pianeta Solaria – viene ucciso.
Nonostante l’odio che separa la Terra dai pianeti degli Spaziali, il poliziotto Elijah Baley viene chiamato a investigare affiancato, di nuovo, al robot positronico R. Daneel Olivaw.

Ecco l’unico punto che toccherò:

IL DISTACCO
La storia si svolge in un pianeta che – con il senno dei giorni nostri – ha fatto del “distanziamento sociale” un vero e proprio stile di vita.

Solaria è completamente opposta alla Terra.

I terrestri vivono in enormi metropoli destinate al collasso, quasi del tutto prive di robot, senza alcun tipo di privacy.
I solariani, invece, sono solo 20.000 in tutto il pianeta e i robot si occupano di gestire ogni aspetto della loro vita.

Baley si ritrova quindi in una società sconosciuta che rischia di mettere in seria difficoltà l’intero corso delle indagini.
Dove i contatti personali sono considerati disgustosi e i coniugi conversano solo attraverso ologrammi.

La popolazione è composta da misantropi selezionati geneticamente che vivono gran parte della loro (lunga) esistenza in compagnia dei soli robot.
Non occorre nemmeno la “polizia” per gestire i problemi perché i crimini, in realtà, non ci sono.
Nel mondo perfetto di Solaria tutto è calibrato, studiato e analizzato con precisione.
Le malattie non sono più contemplate, i bambini nascono secondo specifiche caratteristiche e vengono cresciuti senza conoscere l’identità dei propri genitori: nulla è lasciato al caso.

Quello che ho sentito, è stato un profondo e angosciante senso di solitudine che accompagna ogni solariano.
Una fra tutte, Gladia – moglie della vittima – con cui il detective stringe un rapporto di sincero affetto.
Attraverso la sua figura scopriamo l’isolamento in tutte le sue sfaccettature, comprendiamo come la corazza d’indifferenza verso la vita altrui sia estremamente sottile perché nulla può frenare “l’istinto umano” (che ci ricorda la nostra necessità di vivere in un branco e non isolati).

Elijah e Gladia si ritrovano ad analizzare le proprie, irrazionali, paure che nascono dai contesti sociali dentro i quali sono cresciuti.

Un libro che, nella sua inquietudine, può essere visto come un lontano parente di “Black Mirror”.

ABISSI D’ACCIAIO

 

Abissi d’acciaio (The Caves of Steel) è un romanzo di fantascienza del 1954 di Isaac Asimov, appartenente al ciclo dei Robot.
Vengono introdotti per la prima volta due dei personaggi più popolari della sua letteratura: il detective umano Elijah Baley e il robot R. Daneel Olivaw.

Ecco i miei appunti:

TROPPI? TROPPO POCHI?
“Le mie istruzioni sul carattere dei terrestri dicono che, a differenza degli abitanti dei Mondi Esterni, sono inclini ad accettare l’autorità. Questo, a quanto sembra, è il risultato del vostro modo di vivere. Un uomo che rappresenti l’autorità con sufficiente fermezza basta a sgominare una folla, e io l’ho dimostrato.
Il tuo desiderio di chiamare la squadra anti-dimostranti è solo un’espressione, credimi, del bisogno istintivo di un’autorità superiore che prenda in mano la situazione e ti tolga la responsabilità.”
La Terra è sovrappopolata e i suoi abitanti vivono in enormi megalopoli sotterranee.
Gli uomini, stipati come ratti, non riescono nemmeno a uscire dal sottosuolo in quanto sofferenti di una grave forma agorafobica causata proprio da questo stile di vita.
Non c’è quasi più privacy, la maggior parte delle persone vivono nella miseria.
Di lavoro ce n’è poco e quel che resta viene affidato ai robot (logicamente, molto più efficienti e meno problematici).
Gli Spaziali – umani colonizzatori di 50 pianeti esterni – hanno un problema di spopolamento e necessitano dei robot per tutti i lavori manuali.
Nello spazio, infatti, gli umani si sono evoluti in maniera diversa dai Terrestri: hanno sconfitto le malattie e grazie a una elevata selezione genetica sono riusciti ad elevare la loro aspettativa di vita fino a quattrocento anni.
Non c’è da stupirsi che di fronte a tanta differenza nasca dell’attrito.
Sono a tutti gli effetti due popoli diametralmente opposti ma entrambi disperati.
Il problema “sociologico” si ripropone ancora una volta – come capita spesso nei romanzi di Asimov – e viene analizzato con soluzioni che devono abbattere il muro di disprezzo costruito nel corso degli anni.
È così difficile capire qual è il punto di non ritorno e provare a fermarsi poco prima?

AMORE E ODIO
“Il guaio è che Baley non era l’investigatore dei miti popolari: non era incapace di sorpresa e imperturbabile nell’aspetto, non era adattabile all’infinito e non possedeva un cervello che funzionava come la folgore. Non aveva mai pensato di esserlo, ma era la prima volta che gli dispiaceva.
E gli dispiaceva perché R. Daneel Olivaw, al contrario, sembrava la perfetta incarnazione di quel mito.
Per forza: era un robot.”
La conflittualità che respiriamo tra Terrestri e Spaziali la ritroviamo nei due protagonisti: l’umano e il robot.
Il rapporto tra Elijah e Daneel ci aiuta a comprendere meglio le dinamiche umane con tutti i suoi limiti e debolezze.
Gli sviluppi dell’indagine – fulcro della trama – scandiscono anche quei momenti dove il Detective si avvicina sempre di più alla macchina arrivando a capirne l’essenza.
Elijah, infatti, riesce a concludere il suo compito sfruttando proprio la ferrea logica che vincola ogni robot.
Alla fine, tra i due, nasce una complicità che, secondo me, è ancor meglio di un’amicizia nonostante stare accanto all’androide non sia per nulla un compito facile (e viceversa).

L’INIZIO DI TUTTO
“R. Daneel si diresse al condotto dell’immondizia e con un gesto si aprì la camicia sul petto, che sembrava liscio e, almeno alle apparenze, muscoloso.
– Che fai? – chiese Baley
– Mi libero del cibo che ho ingerito. Se ce lo lasciassi andrebbe a male e io diventerei oggetto di disgusto.
R. Daneel piazzò due dita sotto un capezzolo e premette in un determinato modo. Il petto di aprì longitudinalmente. R. Daneel allungò una mano all’interno e da un ricettacolo di metallo luccicante prese un sacchetto sottile e trasparente, in parte ripiegato. Lo aprì sotto gli occhi di Baley, che era prossimo all’orrore.
R. Daneel esitò, poi disse:
– Il cibo è perfettamente integro perché io non mastico e non produco saliva. È stato ingerito per aspirazione, quindi ancora mangiabile.
– Grazie, non ho fame – disse Baley gentilmente – Liberatene.”
Mi ricollego subito a quanto ho scritto sopra.
Daneel è un personaggio che ho già trovato nei libri di Asimov e ho sempre apprezzato.
L’ho conosciuto “alla fine”, quando ormai era un androide influente e già affermato mentre in Abissi d’Acciaio parliamo della sua genesi.
La cosa che mi fa impazzire di Daneel è il suo amore per la conoscenza, che non diventa mai bramosia e il suo senso di moralità.
Certo, ci sono molte scene “comiche” che mi hanno fatto sorridere, soprattutto quelle dove dimostra tutte le limitazioni emotive della sua programmazione ma nasconde sempre in sé un retrogusto malinconico.
Sarebbe sbagliato paragonarlo a Data (Star Trek- The Next Generation) perché, a differenza dell’Ufficiale della Flotta Stellare, non cerca di diventare umano, ma sarei ipocrita se non dicessi che, a tratti, mi ha fatto provare le stesse sensazioni.

I AM MOTHER

 

I Am Mother è un film del 2019 diretto da Grant Sputore.
Thriller fantascientifico di produzione australiana, che in uno scenario post-apocalittico affronta il rapporto uomo-macchina.

Dopo l’estinzione di massa dell’umanità, un droide sceglie tra 63 000 embrioni quello da mettere al mondo e lo alleva come farebbe una madre premurosa e amorevole, in una grande base-bunker al riparo dal mondo esterno contaminato.

Qualche curiosità:

– ll regista e lo scrittore Michael Lloyd Green hanno sviluppato la sceneggiatura del film dopo il fallimento di una storia western.

– Nello sviluppo della trama, Sputore e Green si sono ispirati a film che trattavano di robot e intelligenze artificiali approfondendo a livello sociale il rapporto con gli esseri umani.
“Se esaminate il DNA di questo film, penso che troverete sicuramente richiami ad Alien, Terminator e Moon”, ha detto il regista.

– Il personaggio di Madre “indossa” una tuta robotica unica nel suo genere. Ci sono oltre 250 componenti nell’esclusivo costume da 90 libbre, che viene indossato dal supervisore del progetto, Luke Hawker.

– L’attrice Rose Byrne ha fornito la voce al personaggio protagonista, progettato da un team del Weta Workshop. La compagnia neozelandese, resa famosa dal loro lavoro sui film Il Signore degli Anelli e molti altri progetti negli ultimi 30 anni, ha lavorato con Sputore per creare un personaggio originale che potesse apparire bello sullo schermo e anche essere in grado di eseguire tutte le attività elencate nello script.

LA MUSICA DI RITORNO AL FUTURO

 

Quando si parla di Ritorno al Futuro si pensa subito al concetto del tempo.
Ma Robert Zemeckis dà importanza a un altro fattore che caratterizza ogni epoca storica: la musica.

BACK TO THE FUTURE: MUSIC FROM THE MOTION PICTURE SOUNDTRACK
(Ritorno al Futuro – Colonna sonora)

– The Power of Love – Huey Lewis & The News
– Time Bomb Town – Lindsey Buckingham
– Back to the Future – The Outatime Orchestra
– Heaven Is One Step Away – Eric Clapton
– Back in Time – Huey Lewis & The News
– Back to the Future Overture – The Outatime Orchestra
– The Wallflower(Dance with Me Henry) – Etta James
– Night Train – Marvin Berry and the Starlighters
– Earth Angel – Marvin Berry and the Starlighters
– Johnny B. Goode – Marty McFly& the Starlighters

Tra le canzoni inserite nel film ma escluse nella lista si possono riconoscere:
– The Washington Post – John Philip Sousa
– Mr. Sandman – Four Aces
– The Ballad of Davy Crockett – Fess Parker
– Pledging My Love – Johnny Ace

Alan Silvestri iniziò a lavorare alla colonna sonora a sole due settimane dalla prima.

Fu lui a suggerire il gruppo “Huey Lewis & The News” per la canzone di apertura.

“The Power of Love”, inoltre, è l’unico brano – con il tema principale – presente in tutti e 3 i film: all’inizio del primo, nel secondo quando Marty Senior nella sua abitazione a Hilldale accenna alcune note con la chitarra e nel terzo al momento della gara di Marty McFly con Needles.

IO, ROBOT

 

Io, robot (I, Robot) è una raccolta di racconti di fantascienza di Isaac Asimov, del 1950.

Contiene nove storie scritte fra il 1940 e il 1950 basate sul tema delle tre leggi della robotica, sulle loro contraddizioni e le falle.
L’una è indipendente dall’altra ma viene mantenuto un filo conduttore chiaro: la morale che scaturisce tra l’interazione fra macchina e uomo.

“Robbie” è il primo racconto e, tra tutti, quello che ho apprezzato di più proprio per la sua semplicità.

Asimov intendeva sfatare la credenza del “robot come minaccia” – un’idea molto diffusa all’inizio del XX secolo – per conferire invece agli automi la figura di attrezzi utili e versatili che aiutassero l’umanità.

Siamo nel 1998, periodo in cui la gente sta diventando sempre più diffidente nei confronti degli androidi verso i quali nutrono paura e disprezzo.
La trama si basa sull’amicizia tra Gloria – una bambina di otto anni – e Robbie, un robot programmato per essere il suo amico e guardiano.

“Le palpebre del robot si sollevarono e i suoi lucenti occhi rossi perlustrarono l’orizzonte”.

Robbie è spaventoso a vedersi: con una corazza metallica, inespressivo.
Eppure così inerme davanti alla piccola che, per farlo capitolare, lo minaccia di non leggergli più la sua fiaba preferita.
Per la prima volta una macchina prova sentimenti: si offende se accusato ingiustamente, ha timore, è felice quando gioca.

Facile il collegamento con Detroit Become Human durante la missione ”L’Ostaggio” che – come il libro – è quasi il prologo del videogioco (dove troviamo Daniel, un deviante in preda all’isteria, convinto di non essere più importante per la ragazzina che custodiva).

È una storia nella quale è facile identificarsi: tutti siamo stati piccoli, in un’età dove non esistono filtri imposti dal contesto sociale. Si vive l’amicizia con spensieratezza e ingenuità.

Senza dubbio una mossa intelligente ed efficace: una presentazione così ”tenera” permette ai lettori di capire immediatamente i sentimenti della bambina e, di conseguenza, voler bene a Robbie.

UBIK

 

Ubik (in Italia tradotto anche col titolo “Ubik, mio signore”) è un romanzo dello scrittore statunitense Philip K. Dick, pubblicato nel 1969.

Glen Runciter comunica con la moglie defunta per avere i suoi consigli dall’aldilà.
Joe Chip scompare dal mondo del 1992 e si ritrova nell’America degli anni Trenta.
Una trappola mortale ha annientato i migliori precognitivi del sistema solare ed è in corso una lotta per scrutare il futuro mentre il presente si dissolve, il tempo non ha significato e la vita si scambia con la morte.

Ora proviamo a riordinare le cose:

UN VIZIO FEMMINILE
“Vuoi che ti aiuti a risolvere i tuoi problemi, signor Chip? Sai che posso farlo. Siediti e scrivi il tuo rapporto valutativo su di me. Lascia perdere il test.”
Punto facile da analizzare: stronze, ciniche, intelligenti.
Se poi sono sadiche, ancora meglio.
Mi diverte molto il loro essere disinibite senza mai risultare volgari.
Di solito è la figura femminile a gestire meglio il controllo sugli altri, calibrando le proprie emozioni e usando le sue armi con sapienza e furbizia.
Ogni donna descritta da Dick è unita – bene o male – da queste caratteristiche eppure risulta sempre diversa, mai noiosa o “già vista”.

UBIK
“Io sono Ubik. Prima che l’universo fosse, io ero. Ho creato i soli. Ho creato i mondi. Ho creato le forme di vita e i luoghi che esse abitano; io le muovo nel luogo che più mi aggrada. Vanno dove dico io, fanno ciò che io comando. Io sono il verbo e il mio nome non è mai pronunciato, il nome che nessuno conosce. Mi chiamo Ubik, ma non è il mio nome. Io sono e sarò in eterno”.
Un banale prodotto commerciale? Un Dio? Tutte e due le cose?
La grande critica di Dick è indirizzata sulla merce che ci circonda, sul consumismo che diventa adorazione di tutto ciò che è “materiale”.
Fight Club diceva: “Le cose che possiedi alla fine ti possiedono” e penso che non possa esistere spiegazione migliore.
L’uomo, creatore, si ritrova in una posizione di schiavo che sta poi alla base di molti film – o libri – di fantascienza dove “le macchine” prendono il sopravvento.
In questo caso non sono androidi ma semplici prodotti.
D’altra parte siamo costantemente influenzati da ciò ce ci circonda, finendo poi per adattarci e piegarci alla volontà del commercio, stravolgendo le nostre vite e calibrando le abitudini in base agli oggetti su cui facciamo affidamento.
Un’analisi sociale spietata e inflessibile.

PUNTI DI VISTA
“È tutto diverso” – le disse Joe – “Devi essere tornata indietro nel tempo e ci hai messo su un altro sentiero temporale; non posso dimostrarlo e non posso specificare la natura dei cambiamenti.”
Cos’è la realtà e cosa tiene collegati i miliardi di fili che la compongono? Non è dato saperlo.
E non si capirà nemmeno leggendo con attenzione.
I personaggi di Ubik hanno una propria teoria della realtà che nel corso della trama viene falsificata e sostituita da una nuova teoria a sua volta insidiata da una diversa consapevolezza.
Nulla porta a un’unica spiegazione ma a una pluralità di soluzioni.
Ma alla fine non c’è una o più risposte esatte.
Il testo prende direzioni inaspettate e, se un evento può risultare incomprensibile all’interno di un dato universo di riferimento, può trovare senso in un altro totalmente differente.
Una lettura che invita a lasciarsi trascinare e godere della trama piuttosto che fare congetture.
Solo il Moratorium (centro di riposo per defunti, dove è possibile – pagando una somma di denaro – collegarsi con i propri cari estinti) ci porta a riflettere con più attenzione: dove sono quelle anime? Su un piano astrale? E, quando esauriscono la propria forza spirituale, dove vanno?
Perché sì, in qualche modo, anche i morti hanno paura della solitudine e della fine.
In un clima di suspense e paura, la sensazione è quella di essere intrappolati in un incubo surrealista che non si piega alle regole del romanzo classico.
Seguire il flusso di Ubik è, forse, l’unico modo sensato di capirlo fino in fondo.

X-FILES

 

X-Files è una serie televisiva statunitense ideata da Chris Carter e trasmessa per la prima volta dalla Fox nel 1993.

David Duchovny e Gillian Anderson sono due agenti dell’F.B.I. che indagano su particolari casi di natura paranormale: creature leggendarie, teorie del complotto, mutazioni, percezioni extrasensoriali, psicocinesi, intelligenza artificiale, UFO e alieni.

Qualche curiosità:

– X-Files è ispirata su una serie degli anni ’70 “Kolchak: the night stalker”, dove un detective di Chicago si occupa di investigare su casi bizzarri e soprannaturali.

– Carter ebbe l’illuminazione quando scoprì che ben 3.7 milioni di persone dicevano d’esser state rapite dagli alieni.

– James Wong, sceneggiatore della serie, era studente d’ingegneria ma cambiò idea passando al cinema quando vide per la prima volta Apocalypse Now.

– Il ruolo di Fox Mulder fu molto richiesto: Bruce Campbell, Adam Baldwin, Dean Coin e Lou Diamond e altri fecero l’audizione per la parte, prima che questa andasse a David Duchovny.

– Le prime parole che vengono dette da Mulder nei confronti di Scully, quando lei nota il suo studio nei sotterranei dell’FBI, sono: “Spiacente, qua soltanto i meno richiesti del Bureau”.

– Vince Gilligan scrisse un episodio come freelance e solo dopo il successo ottenuto con gli ascolti fu assunto nello staff di sceneggiatori.

– I fan dello show sono noti con il nome X-Philes.

– Nella realtà Duchovny è uno scettico mentre Anderson una che crede nell’esistenza degli alieni.

– La personalità di Dana venne creata ispirandosi al personaggio di Clarice Sterling, protagonista de “Il silenzio degli innocenti”.

– Gillian Anderson era lontana dai canoni fisici immaginati da Carter e infatti rischiò d’essere rimpiazzata dopo pochi episodi da una donna più avvenente.

– L’effetto “fischio” della colonna sonora prende spunto da una canzone degli Smiths, How soon is now.

– In alcuni episodi della serie compare il fratello dell’attore David Duchovny.

– Mark Snow utilizzò, per la prima volta, un’orchestra anziché sintetizzatori per comporre la colonna sonora del primo film di X-Files.

– I distintivi degli agenti FBI non sono neanche lontanamente simili agli originali, la legge vieta le falsificazioni anche per le serie tv e i film.

– Ci sono voluti anni prima che David Duchovny e Gillian Anderson iniziassero a sopportarsi.

fonte: Tvserial.it

LA GRANDE AVVENTURA DI OPPORTUNITY

 

“Oppy, come lo chiamavano all’agenzia spaziale Usa, è stato uno degli esploratori di Marte in assoluto più longevi e per quasi 15 anni ha raccolto dati e immagini che hanno fatto il giro del mondo, rivelando molti segreti del pianeta rosso.”

Il rover arriva sul suolo marziano il 24 gennaio 2004.
Venti giorni più tardi viene raggiunto dal fratello gemello Spirit che, dopo appena sei anni, rimane imprigionato nella sabbia di un cratere.

Da allora Opportunity prosegue da solo la sua missione funzionando 60 volte in più del previsto.
Progettato per operare per soli 90 sol, è rimasto operativo per 5111 sol.

Una grande avventura fatta di incredibili scoperte:
– 217.000 immagini
– 15.360 foto panoramiche
– 53 rocce analizzate
– Sfere di ematite
– Analisi del cratere Endeavour – che in passato era stato un lago –

Conclude la lunga carriera nella Valle della Perseveranza.

“Non avrei potuto immaginare un luogo migliore” ha detto il direttore del Jpl, Michael Watkins.
Aveva smesso di comunicare con il centro quando era stato travolto da una violenta tempesta di sabbia, fra le peggiori osservate su Marte negli ultimi anni.
Soltanto qualche mese dopo era riemerso dalla polvere (individuato dal satellite Mars Reconnaissance Orbiter).

“La mia batteria è bassa e sta diventando buio”
L’ultimo messaggio di Oppy.

Appariva come un puntino luminoso, ma continuava a restare in silenzio – presumibilmente entrato in safe mode –

Sono stati oltre un migliaio i tentativi di ristabilire una comunicazione da parte del Jet Propulsion Laboratory della Nasa, responsabile della missione, tutti purtroppo inutili.

Sono consapevole si tratti “solo di un robot” ma per quelli che come me, leggono e amano la fantascienza, è inevitabile trovarci un collegamento quasi “umano”.

Nella fotografia l’ombra di Opportunity proiettata sul suolo.

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