MARTEDÌ DELLO XENO – GLI XENOMORFI

 

Forme di vita intelligenti, avvolte nel mistero, in grado di sollevare dibattiti filosofici, morali e religiosi.

Gli alieni sono creature incredibili e sconosciute che hanno fatto la storia del cinema ponendo al pubblico una semplice domanda: siamo soli nell’Universo?

Inauguro quindi la rubrica: IL MARTEDÌ DELLO XENO.

Partiamo dal classico: gli xenomorfi di Alien.
Guidati da una regina, sono creature predatorie che si riproducono depositando un parassita nell’ospite.
Questa forma di riproduzione ha un parziale analogo sulla Terra, tra alcune specie d’insetti.
Numerose vespe parassite hanno l’abitudine di iniettare le loro uova in un corpo ospitante (spesso altri insetti o ragni).
Le larve si schiudono all’interno dell’organismo vivo e ne divorano gli organi interni, finché non emergono.

Disegnati da H. R. Giger e sviluppati da Carlo Rambaldi nel cult di Ridley Scott del 1979, gli xenomorfi uccidono a colpi di coda, lingua e sangue acido.

La “vischiosità del costume” ha origini molto particolari: per creare i tendini delle mascelle sono stati usati preservativi tagliuzzati mentre la bava dell’alieno è stata prodotta utilizzando K-Y Jelly, un lubrificante sessuale.
Pratico ed economico.

L’UOMO SENZA OMBRA

 

L’uomo senza ombra (Hollow Man) è un film del 2000 diretto da Paul Verhoeven ed interpretato da Kevin Bacon, Elisabeth Shue e Josh Brolin.

Sebastian Caine, uno scienziato geniale ma anche arrogante e pieno di sé, è a capo di un piccolo gruppo di scienziati che sperimentano la scomposizione molecolare con l’intento di rendere invisibili gli esseri viventi.
Quando la squadra ottiene i primi risultati positivi, Sebastian decide di provare il siero su se stesso saltando così lunghe procedure di sperimentazione.
L’esperimento, però, cambierà per sempre la vita del protagonista.

Ho raccolto qualche curiosità.

– Il film è ispirato al racconto “L’uomo invisibile” di Herbert George Wells.

– In seguito al controverso Starship Troopers (1997), Verhoeven ha voluto attenuare i livelli di sesso e violenza del film con l’obiettivo di creare un “blockbuster commerciale convenzionalmente”.

– Come funziona l’invisibilità? Kevin è stato integralmente vestito e truccato di un colore solo (a seconda delle circostanze di nero, verde e blu). La singola porzione dell’immagine è stata poi cancellata elettronicamente con la tecnica “Chroma key”.
Infine, per riempire il buco rimasto, è stato necessario ripetere le riprese facendo compiere alla telecamera gli stessi movimenti appena fatti, ma questa volta senza la presenza di Kevin sul set, così che nell’immagine venisse incluso lo sfondo.

– Altra impresa per i tecnici degli effetti speciali è stata quella di creare un’intera riproduzione digitale di Kevin anatomicamente completa (da utilizzare nelle sequenze in cui il protagonista diventava progressivamente invisibile).
Per riprodurre l’apparato scheletrico è stata fatta la scansione 3D di uno scheletro umano generico al quale poi sono state attribuite le misure specifiche di Kevin.

– Il film è stato il più grande successo di Verhoeven dai tempi di Basic Instinct.

– Guy Pearce ed Edward Norton furono inizialmente presi in considerazione per il ruolo di Sebastian. La scelta ricadde poi su Bacon perché, secondo il regista aveva la capacità di essere “sia affascinante che diabolico”.

– Bacon annotò le difficoltà avute nel recitare sul set dichiarando un “senso di isolamento, rabbia e sofferenza” che sentì indossando la maschera e il costume in lattice.

fonte: nospoiler e wiki

TOKYO NEURAL GROOVE

 

Oggi volevo segnalare “Tokio Neural Groove”, un racconto cyberpunk di Burt O.Z. Wilson che trovate su Amazon formato digitale.

Breve ma esposto in modo chiaro e piacevole, in poche pagine vengono rappresentate atmosfere e problematiche tipiche del genere: luci al neon, impianti, corruzione, violenza e droghe.

La storia si sviluppa in un futuro distopico e ostile, in un’ambientazione ispirata ai manga più caratteristici del filone cyberpunk/catastrofico. L’interesse per il perfezionamento del corpo umano e l’unione tra uomo e macchina ricordano Alita.

Ho trovato dei parallelismi interessanti con l’opera di Yukito Kishiro. Il più evidente è nell’ambito medico: un settore che, in quest’opera, punta alla sopravvivenza dell’individuo a discapito di qualsiasi altra emozione.

Un buon cyberpunk instilla dubbi etici e morali nel lettore e “Tokio Neural Groove” non è da meno: quanto può funzionare una coscienza umana nel corpo di un androide?

NOI DUE SOLI

 

“Noi due soli” è un film del 1952 diretto da Marcello Marchesi, Vittorio Metz e Marino Girolami.

Una commedia fantastica che sfrutta l’espediente del sogno per trasportare il protagonista in uno scenario post-apocalittico.

Walter (Chiari) è operaio in fabbrica assieme a Carlo (Campanini). Walter è innamorato della collega Gina (Rémy) ma pensare a un avvenire con lei è difficile. Tanto più che il padre della ragazza vorrebbe vederla sposata a un suo superiore in fabbrica (Vianello).
Cacciato di casa assieme a Carlo, Walter troverà un rifugio antiatomico dove riposare.
Ma durante la notte la terribile bomba “Yota” distruggerà l’intera popolazione mondiale.
Il risveglio è in una Roma desolante.

Questo film, all’apparenza molto semplice, è un precursore.

La critica, all’epoca, ne parlò in questi termini: «Prima degli anni ’60, il cinema italiano sfiora la fantascienza sporadicamente e soltanto in qualche esile commedia. Questo, tra i film in questione, è uno dei più bizzarri: per imbastire una scontata morale, un messaggio di rassegnata accettazione del quotidiano, gli sceneggiatori Marchesi e Metz mettono in scena addirittura un agonizzante mondo futuro. Forse non siamo ancora agli inizi del post-apocalittico all’italiana, ma l’idea appare nuova e anticonvenzionale.»

IT

 

It è un romanzo horror scritto da Stephen King e pubblicato nel 1986.

Dal libro sono stati tratti una miniserie televisiva nel 1990 e una trasposizione cinematografica divisa in due parti: It (2017) e It – Capitolo due (2019).

Siamo nell’Ottobre del 1957 quando una misteriosa entità multiforme si risveglia da un letargo di 27 anni e assume la forma del clown Pennywise.
E ovviamente ci troviamo in un luogo infernale, pregno di male e orrore: il Maine.

Traumi infantili, chiusura mentale, violenza occultata dietro una maschera di felicità e bassezze umane fanno da cornice allo scontro tra i “Perdenti” e l’entità maligna.

Ho raccolto qualche curiosità.

– Stephen King ha dichiarato di essersi ispirato alla fiaba norvegese “The Three Billy Goats Gruff” dove tre capre devono attraversare un ponte sotto cui vive un malvagio troll.

– Il romanzo ha richiesto quattro anni per la stesura finale.

– Con le sue 1138 pagine (e quasi 2 kg di peso) “It” è secondo per lunghezza nella produzione di King (come unico volume).
Il primo posto se lo aggiudica “L’ombra dello scorpione” con le sue 1153 pagine.

– Stephen King ha dichiarato che Derry, la città dove è ambientato il romanzo, è la trasposizione di Bangor, dove lui e la moglie hanno vissuto dal 1979.

– Il romanzo è dedicato ai figli dell’autore:
«Dedico questo libro in segno di gratitudine ai miei figli. Mia madre e mia moglie mi hanno insegnato a essere uomo. I miei figli mi hanno insegnato a essere libero.
NAOMI RACHEL KING, a quattordici anni;
JOSEPH HILLSTROM KING, a dodici anni;
OWEN PHILIP KING, a sette anni.
Ragazzi, il romanzesco è la verità dentro la bugia, e la verità di questo romanzo è semplice: la magia esiste.»

– Il personaggio di It rimanda all’universo di Howard Phillips Lovecraft e ai miti di Cthulhu. In particolare al racconto “Il modello di Pickman”.
L’universo di King, però, è tutto collegato. Così anche It ha diversi riferimenti ad altre opere dello scrittore.

– In una pagina del libro troviamo il cuoco Dick Hallorann (Shining) che, grazie alle sue doti paranormali, riuscirà a salvare alcuni dei suoi amici (tra cui il padre di Mike Hanlon) dall’incendio del Punto Nero.

– Derry e Pennywise appaiono anche in “Le creature del buio”.

– Una delle vittime di Pennywise è una ragazza madre di sedici anni il cui compagno è rinchiuso per rapina a Shawshank, il carcere in cui è ambientato il racconto “Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank”.

– I “Pozzi Neri” sono menzionati molte volte nella serie “La torre nera”.

– Lo scioglilingua ripetuto da Bill Danborough “Stanno stretti sette spettri sotto i letti a denti stretti” viene usato anche da Mark Petrie nel romanzo “Le Notti di Salem”.

– Ne “L’acchiappasogni” compare la scritta “PENNYWISE VIVE” sul monumento alla memoria dei bambini uccisi.

– Nel romanzo “Insomnia” ci sono molte analogie tra Pennywise e il Re Sanguinario.

Fonti: Wiki e paroleacolori

QUATTRO CURIOSITÀ SULLO SPAZIO

 

“Lo spazio è vasto, ma proprio vasto”, pregno di misteri a cui ancora non abbiamo trovato risposta.

E che dire delle stelle?

Affascinante fonte di ispirazione per poeti, registi, scrittori.

Ho raccolto qualche curiosità in merito.

– L’Unione Astronomica Internazionale riconosce 88 costellazioni.
Rappresentarle attraverso figure geometriche è un sistema utile per distinguerle ma le immagini che scaturiscono dall’unione dei puntini ha subito numerose variazioni nel tempo.
Per i Sumeri, L’Orsa Maggiore somigliava a un carro, gli Egizi vedevano un ippopotamo, e i Galli un cinghiale. Tra l’altro è la costellazione che fornisce ai naviganti più informazioni. Composta da 7 astri, i romani la chiamavano Septem triones (sette buoi). Ed è proprio da lì che nasce la parola Settentrione.

– Gli scarabei stercorari, quando si spostano di notte, prendono come riferimento la Via Lattea. Lo ha scoperto il biologo svedese Lund Eric Warrant.

– Lo Zodiaco comprende le 12 costellazioni che si trovano lungo l’Eclittica e rappresentano quasi tutte animali/esseri viventi. Da qui deriva il suo nome: in greco antico, zodiakòs significa “strada degli animali”.

– Molte parole italiane hanno a che fare con gli astri ma due, in particolare, sono insospettabili.
“Considerare” (sidera, in latino) letteralmente, significa “osservare le stelle”.
Con “disastro” (aster, in greco) si indicava ciò che era accaduto sotto una cattiva stella.

Fonte: Focus
Immagine: DetectiveHorse

ENDGAME – BRONX LOTTA FINALE

 

“Endgame – Bronx lotta finale” è un film del 1983 diretto da Aristide Massaccesi – noto come Joe D’Amato – qui con lo pseudonimo di Steven Benson.

Già autore di “Anno 2020 – I Gladiatori Del Futuro”, il film è stato distribuito anche con il titolo “Gioco finale”.

Le vicende sono ambientate in un mondo post atomico.
Giochi crudeli, mutanti telepati, terre promesse, trappole, scontri finali massacranti e bambini con poteri paranormali: è un minestrone con dentro tutto.

La critica riassume bene ciò che penso.
“Pur nella traballante struttura dell’insieme, il film si distingue da altre analoghe produzioni italiane dello stesso periodo per una certa abilità nel fondere insieme tematiche diverse sviluppandole con discreta fantasia. Debitore ai film di successo americani, Endgame rilegge con disinvoltura anche i temi propri dello spaghetti western.”

Un film a basso budget che mi ha convinto solo per un elemento: furgoncini Fiat post-apocalittici.

E la blindocisterna muta.

IL QUINTO ELEMENTO

 

Il Quinto Elemento è un film del 1997 diretto da Luc Besson.

La pellicola – presentata fuori concorso al 50º Festival di Cannes – ha un cast variegato e meraviglioso: Bruce Willis, Milla Jovovich, Gary Oldman, Chris Tucker, Ian Holm, Luke Perry e Tommy Lister.

Il film fonde, in un’unica pellicola, tutte le peculiarità di un fantasy/sci-fi/action, dando vita a una delle opere più interessanti del cinema francese.

Qualche curiosità.

– Le ambientazioni ben realizzate e gli effetti speciali sono valsi al film alcune candidature e riconoscimenti sia ai Bafta che agli Oscar del 1998.

– Tutti i costumi sono firmati da Jean Paul Gautier. Ogni look è studiato per rispecchiare le caratteristiche del personaggio.

– Dal film venne tratto un videogioco: “The Fifth Element” disponibile per PlayStation e PC.

– La prima parte dell’aria cantata da Lady Plavalaguna è “Il dolce suono mi colpì di sua voce!”, tratta dall’opera Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti (Parte II, Atto III – scena della pazzia).

– Il film, costato circa 90 milioni di dollari. Fu la pellicola più costosa mai prodotta in Europa all’epoca della sua uscita.
Soldi ben spesi dal momento che incassò 263.920.180$.

THE MIST

 

The Mist è un film horror del 2007 diretto da Frank Darabont.
La pellicola si basa sul racconto “La nebbia” di Stephen King contenuto nella raccolta “Scheletri”.

Siamo nel Maine quando una violenta tempesta si abbatte su una cittadina.
A causa di questo fenomeno, alcuni abitanti restano intrappolati in un supermercato mentre misteriose creature aggressive escono da una strana, fitta, nebbia.

Qualche curiosità.

– Il regista aveva letto il racconto di Stephen King e si era subito dimostrato interessato a ricavarne un film per il suo debutto sullo schermo come regista. Il progetto, però, dovette aspettare: prima girò “Le ali della libertà” e “Il miglio verde”, entrambi basati su racconti di King.

– Il film era stato inizialmente concepito per essere in bianco e nero, una decisione che venne bocciata.

– “La storia non si basa tanto sui mostri all’esterno, ma piuttosto sui “mostri” all’interno, cioè le persone con cui sei bloccato, i tuoi amici e i vicini di casa che crollano sotto pressioni esterne in situazioni estreme”, disse Darabont a proposito di “The Mist”.

– Nel racconto originale, il personaggio di David Drayton, sposato, ha un incontro sessuale con Amanda Dumfries, anch’essa sposata ma Darabont non volle che nel suo film “l’eroe protagonista” restasse coinvolto in una relazione extraconiugale.

– “The Mist” venne girato nella cittadina di Shreveport, in Louisiana.

– Il regista scelse un approccio musicale minimalista in modo da catturare l’atmosfera cupa del film. A tal proposito dichiarò che: “certe volte la musica nei film risulta falsa. Ho sempre pensato che il silenzio fosse più terrorizzante. Abbiamo voluto ridurre al minimo l’accompagnamento musicale per mantenere uno stile documentaristico, da cinema verità”.
Fece un’eccezione per la colonna sonora, con il brano “The Host of Seraphim” dei Dead Can Dance. Un pezzo tetro e spirituale che suona come “un requiem per la razza umana”.

– Nella prima scena del film il quadro che sta dipingendo David è un riferimento alla serie “La Torre Nera” di Stephen King e il pistolero nel quadro è il protagonista Roland Deschain.

LE BOLLE DI MELVIN SOKOLSKY

 

Melvin Sokolsky muove i primi passi nel mondo della fotografia fashion entrando all’età di 21 anni nello staff di Harpers’ Bazaar.
Negli anni ’60 collabora con prestigiosi magazine – Esquire, Newsweek, New York Times Magazine -, affinando la propria tecnica fotografica sperimentale.

Uno dei risultati più evidenti è la serie Bubble, realizzata nel 1963.
L’idea è surreale e sfida le convenzioni estetiche della fotografia di moda classica.
La protagonista è una modella – Simone d’Ailleincourt – chiusa in una bolla trasparente che volteggia leggera nel cielo di Parigi.
“Un sottile cavo aereo tiene la bolla. La quantità di ritocco è molto, molto piccola” – aggiunge – “la composizione, il concetto e la ragazza è ciò che è importante. L’unica cosa che può aiutarti è una buona idea”.

Sokolsky attribuisce le sue idee surrealiste a Dalì – che una volta incontrò Melvin nel suo studio –
“Se guardi il suo dipinto ti imbatterai in una coppia nuda in una bolla. Quell’immagine è rimasta con me fin dall’infanzia”.

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