QUALCHE CURIOSITà SU GOOGLE

 

Google, il motore di ricerca più famoso ed utilizzato del web è nato il 27 settembre 1997 dall’idea di due studenti dell’Università di Stanford, in California: Larry Page e Sergey Brin.
A 24 anni dalla sua nascita possiamo affermare senza dubbio che il motore di ricerca ha cambiato profondamente il nostro modo di usare e di navigare in Internet.

Conosciamolo meglio:

– Il Copyright di Google, posizionato nel footer, è stato inserito dopo i primi test condotti sugli utenti. Le persone restavano sedute davanti allo schermo, immobili, a causa della semplicità della pagina. Quanto i tester chiesero spiegazioni la riposta fu: “Stiamo aspettando il resto della pagina”.

– Quando Google introdusse il correttore ortografico nella search bar con il messaggio “Forse cercavi…” il traffico del motore di ricerca raddoppiò immediatamente.

– In pochi usano l’opzione “mi sento fortunato” tuttavia la prova di un’eventuale rimozione non è stata gradita dagli utenti.

– Google ha il network di traduttori più grande al mondo.

– La parola Google è stato un errore di spelling durante la registrazione. In origine doveva chiamarsi “Googol”.

– Prima del lancio ufficiale di Gmail, è stato effettuato un test durato ben due anni.

– Google ha stimato che una pubblicità sulla sua Home Page potrebbe costare circa 10 milioni di dollari.

– Il primo Doodle risale al 30 Agosto 1998.

– Tra le 80 lingue disponibili nella Home di Google c’è anche il Klingon, la lingua di Star Trek.

– Per ridurre a zero l’impatto ambientale, Google si serve di capre nel suo quartier generale: simpatiche sostitute del tagliaerba.

– Nel 1997 Yahoo! rinunciò alla possibilità di acquistare Google per la cifra “irrisoria” di 1 milione di dollari. Oggi Google vale oltre 200 miliardi di dollari.

– Il primo tweet di Google è stato “I’m 01100110 01100101 01100101 01101100 01101001 01101110 01100111 00100000 01101100 01110101 01100011 01101011 01111001 00001010”: “mi sento fortunato” in codice binario.

– Google ha oltre 1 milione di server, circa il 2% del numero totale di server presenti al mondo. Ogni giorno i server di Google elaborano oltre un miliardo di richieste.

– Il 99% dei guadagni di Google deriva dalla pubblicità.

DUE MINUTI D’ODIO

 

I due minuti d’odio sono una pratica collettiva esercitata dal governo del Grande Fratello nel romanzo 1984 di George Orwell.

Quest’abitudine collettiva viene attuata sui posti di lavoro, negli incontri di partito e ovunque sia possibile. Al segnale emesso da altoparlanti ci si riunisce “spontaneamente” davanti a un teleschermo che proietta immagini del nemico supremo della patria Oceania – Emmanuel Goldstein – e da scene di guerra e sequenze studiate per coinvolgere psicologicamente gli spettatori, accompagnate da suoni e rumori fastidiosi.

Dopo pochi secondi il pubblico inizia a dare in escandescenze e a inveire contro “Goldstein” o contro lo schieramento con cui ci si trova in guerra in quel momento e arriva a lanciare oggetti contro il teleschermo, imprecando colti da implacabile furore, sotto lo stretto controllo di incaricati del partito.
Chiunque manifesti segnali di eterodossia, o perfino micro-espressioni facciali non consone al contesto, viene considerato come un possibile traditore.

Questo meccanismo rappresenta una valvola di sfogo dell’aggressività dei cittadini e un modo per individuare un capro espiatorio da demonizzare addossandogli la colpa delle difficoltà della vita quotidiana.

Fonte: Wiki
Immagine: Orwell 1984 (Nineteen Eighty-Four), film del 1984 diretto da Michael Radford.

ROBOT CITY

 

Robot City è un’avventura grafica sviluppata da Brooklyn Multimedia e pubblicata da Byron Preiss Multimedia alla fine del 1995.

Il gioco ripercorre in maniera piuttosto fedele le vicende raccontate nell’omonima serie di romanzi, nei quali altri autori, con l’autorizzazione di Isaac Asimov stesso, hanno ampliato e approfondito i concetti presentati nel Ciclo dei Robot. In particolare, le tre leggi della robotica e l’interazione uomo-robot.

Protagonista delle vicende è Derec, un uomo che si risveglia privo di memoria su un asteroide ghiacciato. Senza avere idea di chi sia o perché si trovi lì, dopo varie peripezie egli raggiunge una città-pianeta differente da tutto quello che, seppur vagamente, comincia a ricordare: Robot City, la città abitata da soli robot.
Qui incontra Katherine, una persona che, pur restia a rivelargliele, sembra avere informazioni sul suo passato. Insieme, i due dovranno chiarire quale sia stato loro ruolo nell’omicidio di un altro essere umano la cui identità è sconosciuta ai robot della città.

La modalità di gioco ricalca quella del ben più famoso “Myst” (uscito un paio di anni prima) e vede il giocatore esplorare Robot City attraverso una visuale in prima persona, raccogliendo indizi e risolvendo enigmi di varia natura. Anche l’interazione con i personaggi che popolano la città è fondamentale e, rispetto a Myst, è stato implementato un sistema di dialoghi piuttosto complesso e molto articolato. Un’altra cosa molto divertente, classico enigma “nascosto” proprio nei dialoghi, è la possibilità di usare le tre leggi della robotica a nostro vantaggio. Ad esempio:
Un robot guardiano ci impedisce l’accesso a una determinata stanza poiché gli è stato ordinato di farlo (seconda legge della robotica). Se gli diciamo che l’assassino ci sta inseguendo, tuttavia, lui ci farà entrare, perché non può permettere che subiamo danno a causa del suo mancato intervento (prima legge della robotica, che ha priorità sulla seconda).

Il gioco, poi, conduce a finali diversi a seconda delle scelte compiute dal giocatore.

ARMAGEDDON – GIUDIZIO FINALE

 

“Armageddon – Giudizio finale” è un film del 1998 diretto da Michael Bay.
L’abbiamo visto tutti: il giusto compromesso tra azione/fantascienza/amore.

Ho raccolto qualche curiosità:

– Durante le riprese il cast e la troupe hanno lavorato con delle attrezzature molto costose. Sembra, infatti, che il loro valore si aggirasse intorno ai diciannove miliardi di dollari, considerando anche la presenza di una vera piattaforma petrolifera e di una vera navetta spaziale.

– Lo script originale era molto diverso. A differenza della sceneggiatura utilizzata, pare che quella originale non includesse la sottotrama romantica tra A.J. (Ben Affleck) e Grace (Liv Tyler), e che si concentrasse di più sul personaggio di Truman.

– Alcuni dei veicoli spaziali e degli oggetti utilizzati nelle riprese sono esposti al pubblico nei Disney Studios di Disneyland Paris. Questi oggetti accompagnano l’Armageddon Special Effects Ride.

– Il film cerca di inserire nella sua narrazione le tematiche a cui lo stesso titolo fa riferimento, cioè il giudizio finale, la fine del costante scontro tra bene e male. A ciò si aggiunge l’unione di diverse identità atte al sacrificio e alla salvezza, al voler combattere il disastro annunciato.

– Sebbene all’inizio I Don’t Want to Miss a Thing non fosse pensato per gli Aerosmith, alla fine lo incisero loro, riuscendo a garantirsi un enorme successo. È proprio grazie a questa canzone, poi inclusa in Armageddon, che il gruppo è riuscito a farsi strada tra le nuove generazioni.

– Stando alle dichiarazioni di Steve Buscemi, sembra che l’attore abbia accolto il suo personaggio di Rockhound come un geologo eroico, accogliendolo con entusiasmo e desiderando che subisse dei cambiamenti rispetto al basso profilo che gli era stato dato. L’attore ha notato che, dopo essere stato ingaggiato, le caratteristiche squilibrate del personaggio erano state riscritte nella sceneggiatura.

– Pare che tra Bruce Willis e Michael Bay non ci sia stato un bel rapporto. Lo stesso attore, infatti, ha dichiarato che non gli è importato nulla dello stile del regista e che si sarebbe rifiutato di lavorare ancora con lui.

– Sembra che Billy Bob Thornton, mentre stava cercando di ricostruire il background del suo personaggio, abbia pensato che egli fosse sulla buona strada per unirsi alla NASA come astronauta. In passato, però, il suo personaggio avrebbe sofferto di danni dovuti alle paralisi dei nervi, tanto da riuscire a diventare solo un amministratore. Adorando l’idea, Bay decise di creare una scena in cui veniva mostrato un tutore sulla gamba di Truman.

– La NASA, per la prima volta nella sua storia, ha collaborato attivamente alla realizzazione del film, consentendo riprese all’interno della propria sede, in particolare nella piscina dove avviene l’addestramento degli astronauti e sulla piattaforma di lancio dismessa dopo la tragedia dell’Apollo. Nonostante la collaborazione dell’ente aerospaziale, comunque, si possono riscontrare numerosi errori scientifici.

– In una scena durante il controllo fisico e psicologico dei trivellatori che parteciperanno alla missione, un tizio sta tenendo in mano una grossa siringa di fronte a Ken Hudson Campbell il quale dice all’uomo: “Quello che cos’è? Se provi a infilarmi quell’ago te lo pianto nel cuore. Hai visto Pulp Fiction?”. Bruce Willis e Steve Buscemi hanno recitato in Pulp Fiction.

– Steve Buscemi cavalca la bomba atomica come il maggiore Kong nel film di Stanley Kubrick Il dottor Stranamore.

– La sequenza della camminata in slowmotion dei protagonisti, prima di partire per la missione, è un chiaro riferimento al film Uomini veri.

fonti: noideglianni80/90 e cinefilos

L’EQUAZIONE DI DRAKE

 

L’equazione di Drake è una formula matematica finalizzata a stimare il numero di civiltà extraterrestri esistenti nella Via Lattea in grado di comunicare.
Teorizzata dall’astronomo Frank Drake (Chicago 1930), uno dei fondatori del SETI.

Così si presenta l’equazione:
N= R* x fp x ne x fl x fi x fe x L

Dove:
N è il numero di civiltà extraterrestri presenti nella nostra galassia con cui si potrebbe comunicare.
R* è il tasso annuo di formazione di nuove stelle.
fp è il numero di stelle che possiedono pianeti.
ne è il numero medio di pianeti per sistema stellare in grado di ospitare la vita.
fl è il numero di pianeti con cui si è sviluppata la vita.
fi è il numero di pianeti fl in cui si è sviluppata la vita intelligente.
fc è il numero di società extraterrestri in grado di comunicare.
L è la stima della durata di queste civiltà.

Come si intuisce l’equazione è meramente teorica benché si sia tentato di risolverla dando valori medi, probabili e teorici.
I valori proposti da Drake fecero risultare che N è pari a 10. Successivamente in molti proposero variazioni sul valore di uno o più fattori in base a studi più specifici o stime derivate da considerazioni sulla vita sulla Terra, cosicché il valore N varia dai 600.000 a 0,0000001.

Proprio sui suoi tentativi di risoluzione vengono mosse le critiche più aspre, partendo dal presupposto che i dati non sono verificabili, troppo generici o che ignorano altri fattori chiave (come influenza esterna di altre specie senzienti, la colonizzazione di altri pianeti o la nascita di diverse civiltà intelligenti sullo stesso pianeta in ere differenti).
Altre critiche vengono rivolte alla natura antropocentrica dell’equazione, considerando solo i pianeti con parametri simili alla Terra come adatti alla formazione della vita ed escludendo la possibilità di formazione di vita intelligente su pianeti gioviani, ad esempio.
Nonostante la variabilità dei suoi fattori, però, il valore teorico dell’equazione di Drake diede dignità al programma SETI ed è alla base di tutti i tentativi fatti dall’umanità di comunicare con specie aliene presenti nella nostra galassia, come la targa sui Pioneer 10 e 11 e il messaggio di Arecibo.

LA MACCHINA DEL TEMPO

 

Questo post contiene qualche spoiler ma, essendo un’opera del 1895, mi prendo la libertà di parlarne un po’ più liberamente.

La macchina del Tempo è un romanzo di H.G. Wells nonché una delle prime storie ad aver portato nella fantascienza il concetto di viaggio nel tempo basato su un mezzo meccanico.
Anche se il libro è uno dei più famosi e innovativi dello scrittore, trae spunto da un’altra opera di Wells: Gli argonauti del tempo.

La trama la conosciamo tutti, ne scrivo una traccia solo per rinfrescarci la memoria.
Nell’Inghilterra di fine Ottocento, un eccentrico scienziato e inventore, grande conoscitore di fisica e meccanica, racconta ai suoi più stretti amici di aver trovato il modo di viaggiare nel tempo, ma non viene creduto.
Pochi giorni dopo, durante una cena, il protagonista ricompare in uno stato terrificante: oltre al colorito pallido e all’espressione sconvolta tutto il suo corpo è ricoperto di ferite e cicatrici e i suoi abiti sono sporchi e distrutti.
Egli racconta di aver costruito un mezzo in quarzo e avorio capace di viaggiare avanti e indietro nel tempo, ma non nello spazio, e di aver navigato lungo la corrente del tempo fino a raggiungere l’anno 802.701.
La storia non è altro che il racconto di questa grande avventura, delle civiltà conosciute e del destino dell’umanità.
Difficile dare un’opinione su un’opera tanto recensita, analizzata, vista e rivista ma provo comunque a dare un mio contributo.

IL VIAGGIATORE
Ci viene presentato come un eccentrico ricco signore al quale importa poco dell’opinione altrui e, in effetti, non potrebbe essere altrimenti.
Il Viaggiatore è il protagonista e principale voce narrante ma rimarrà sempre avvolto da un velo di mistero che ci accompagnerà per tutta la storia.
Perché ha costruito la macchina? Cosa l’ha spinto a intraprendere questa ricerca?
Alla fine sono domande che il lettore nemmeno si pone. Il ritmo incalzante si basa sugli eventi raccontati e non vuole dibattere su altro.
Mi è piaciuto come il Viaggiatore dubiti delle sue stesse percezioni mettendosi sempre in dubbio; smentendosi e rivalutando costantemente le sue tesi.
Non è un eroe, piuttosto un uomo allo sbaraglio consapevole dei suoi limiti – s’è lanciato nel futuro privo di equipaggiamento e ignaro di cosa avrebbe trovato – ma sa adattarsi e trovare soluzioni.
Direi quasi che, a eccezione della mente brillante creatrice di macchine del tempo, il Viaggiatore è il classico esploratore spinto da una fame insaziabile di curiosità quasi infantile e sognatrice – nel senso buono del termine –

I MORLOCK
Nel futuro, il Viaggiatore non trova esattamente quello che si sarebbe aspettato ma, tutto sommato, non incontra grandi difficoltà in quello che sembra essere il “paradiso dell’utopia” degli Eloi.
Questo, fino alla scoperta dei Morlock.
Sono state fatte moltissime analisi sulle similitudini esistenti tra Morlock/Classe Operaia e Eloi/Classe Borghese che riflettono la società britannica dell’epoca vittoriana.
Gli Eloi sono creature a cui non manca nulla: vivono in superficie una vita agiata, accuditi come bestie in una fattoria.
I Morlock, al contrario, occupano le viscere della Terra come veri e propri mostri. Il loro è un riscatto sulla classe borghese che, impietrita dalla paura e incapace di difendersi, non può far altro che soccombere.
Queste differenze esistono non solo a livello sociale ma anche sul piano biologico: Eloi e Morlock sono, a tutti gli effetti, due specie molto differenti a causa dell’ambiente in cui vivono.
Quello che vedo è un problema ben radicato e tremendamente inquietante di stasi dell’umanità.
Il divario tra ricchezza e povertà, secondo il libro, non solo è rimasto intatto nei secoli ma, addirittura, è peggiorato a tal punto da dividere l’umanità in predatori e prede.

Per la prima volta, la decadenza di Asimov, mi sembra un quadro quasi ottimista.

Piccola curiosità.
Alla trama del romanzo sono direttamente ispirate due opere cinematografiche:
L’uomo che visse nel futuro (The Time Machine, 1960) per la regia di George Pal
The Time Machine (2002) di Simon Wells, remake del film del 1960

LA TERRAFORMAZIONE

 

La terraformazione (o terraforming) è un ipotetico processo artificiale atto a rendere abitabile per l’uomo un pianeta o una luna, intervenendo sulla sua atmosfera – creandola o modificandone la composizione chimica – in modo da renderla simile a quella della Terra.

Alcuni progetti di terraformazione sono stati descritti per i pianeti Marte e Venere – i più simili alla Terra nel Sistema Solare – e per alcuni satelliti, inclusa la Luna ma la tecnologia odierna lo impedisce.
Prima di tutto, il corpo celeste candidato non deve essere né troppo grande, né troppo piccolo rispetto alla Terra: nel primo caso la forza di gravità sarebbe troppo forte per permettere una vita normale, nel secondo caso sarebbe troppo debole. In secondo luogo, dovrebbe essere dotato di un adeguato campo magnetico allo scopo di respingere i raggi cosmici altamente energetici e pericolosi per le creature viventi. In terzo luogo, non dovrebbe essere né troppo lontano né troppo vicino alla sua primaria (stella) dalla quale ricevere luce e calore.

Queste esigenze nascono dal fatto che l’essere umano necessita di una serie di valori fisici stringenti (pressione, composizione dell’atmosfera e temperatura).

Una possibile alternativa sarebbe quella di modificare la biologia umana per adattarsi a un pianeta solo parzialmente terraformato allo scopo di accelerarne i tempi di colonizzazione: per esempio, polmoni più grossi e una percentuale superiore di globuli rossi nel sangue permetterebbero di sopravvivere in una atmosfera povera di ossigeno, pellicce naturali aumenterebbero la resistenza di ampie escursioni termiche (e molti altri esempi).

Per ora i limiti sono ancora invalicabili.

Il concetto di terraformazione è stato ampiamente esplorato nelle opere di narrativa fantascientifica:

– Trilogia di Marte (Red Mars, Green Mars e Blue Mars, 1993-1996) di Kim Stanley Robinson, è focalizzata sulla terraformazione del Pianeta Rosso.

– In Atto di forza (1990) si assiste ad una rapida terraformazione di Marte grazie ad un antico impianto trovato dai colonizzatori terrestri e creato precedentemente da una remota civiltà aliena.

E ancora, l’anime Cowboy Bebop è ambientato in un futuro in cui l’umanità ha terraformato pianeti e satelliti in tutto il sistema solare.

Anche i videogiochi ne parlano: in Mass Effect, Horizon Zero Dawn e molte altre opere.

Personalmente, trovo che il gioco da tavolo “Terraforming Mars” edito nel 2016 dalla FryxGames faccia comprendere con semplicità come funziona il processo.

Ogni giocatore rappresenta una Corporazione che ha come scopo la terraformazione del pianeta Marte che dovrà seguire certe “tappe” obbligate.

I HAVE NO MOUTH, AND I MUST SCREAM / IL COMPUTER SOTTO IL MONDO

 

Qualche settimana fa ho parlato del videogioco che ha preso ispirazione da uno scritto.
Oggi, quindi, approfondisco le origini del racconto.

L’ho trovato nella raccolta “I Premi Hugo – 1967/1968” della collana Urania.
Harlan Ellison l’ha scritto in una sola notte ispirato dal disegno di un suo amico, William Rotsler, che aveva raffigurato una bambola di pezza senza bocca.

Sarò breve.
La storia si articola in pochissime pagine di sofferenza.
I protagonisti sono costretti in un mondo crudele, vittime di un gioco perverso architettato da una macchina che ha acquisito l’autocoscienza.
C’è una vera e propria “trasmissione del dolore” che arriva al lettore come un pugno di faccia perché senza fronzoli né filtri, con un finale ancor più tremendo e inaspettato.
La trama non regala mezza gioia: è un incubo dal quale è impossibile svegliarsi.
Un inferno inespugnabile dove anche la morte fatica ad assolvere il proprio ruolo.
Forse la prima volta in cui ho sperato che i protagonisti morissero per porre fine alle loro sofferenze.

Non c’è redenzione: lascia un’ombra nel lettore.
Un’angoscia densa e asfissiante come catrame.

Immagine: Xiau-Fong Wee

LA MOSCA

 

La mosca (The Fly) è un film del 1986 diretto da David Cronenberg.

Remake di “L’esperimento del dottor K.” del 1958, entrambi tratti dal racconto The Fly di George Langelaan.

La pellicola appartiene al filone del cosiddetto “body horror”.

I due protagonisti sono Jeff Goldblum e Geena Davis (all’epoca coppia anche nella vita reale) nei panni dello scienziato Seth Brundle e della giornalista Veronica ‘Ronnie’ Quaife.

Qualche curiosità:

– Nel vedere il film, tutti gli esperti di motociclismo conosciuti dal regista (che è a sua volta un grande appassionato di motori), hanno riconosciuto al volo il monocilindro Ducati che, ribaltato e ingrandito in scala, fece notoriamente da modello per le telecapsule.

– La pellicola vinse l’Oscar come miglior trucco nel 1987 stesso.

– Michael Keaton rifiutò il ruolo del protagonista.

– Il film inizialmente doveva essere diretto da Tim Burton.

– Vediamo il regista in un cameo: è il medico che, nell’incubo, fa nascere il figlio della Davis.

– Ci sarebbero due scene “tagliate”: una dove Seth tenta di trovare un rimedio provando nuovamente un esperimento con le tele-capsule (si serve di un babbuino e di un gatto creando un terribile ibrido pericoloso che verrà ucciso dal protagonista a sprangate). L’altra (che non venne nemmeno girata ma tagliata in scrittura) vedeva il protagonista sorpreso da una donna a cibarsi di immondizia in un cassonetto: finiva per aggredirla, immobilizzarla e divorarla dopo averle vomitato in faccia la sua saliva corrosiva.

– A insaputa del cast, David Cronenberg fece esplodere uno sparo a salve così da ottenere una reazione immediata di paura e far balzare tutti gli attori nello stesso istante (durante la scena del braccio di ferro al bar).

– La frase “Abbi paura, invece. Abbi molta paura!” intimata da Veronica alla prostituta venne suggerita a Cronenberg da Mel Brooks durante le prove.

– Il trucco è stato molto impegnativo per Jeff Goldblum, che ha dovuto sottoporsi a estenuanti sessioni di make-up della durata, a volte, di 10 ore.

– Per realizzare la saliva corrosiva dell’uomo-mosca che la creatura utilizzava per alimentarsi, Walas usò una miscela di miele, uova e latte.

– Mel Gibson venne considerato come protagonista ma dovette rifiutare perché già impegnato con Arma letale.

– Vennero girati ben 4 finali differenti, che furono tutti scartati perché ritenuti deboli o addirittura controproducenti: uno di questi vedeva Veronica svegliarsi dopo aver sognato di dare alla luce il figlio di Brundle. Al suo fianco, nel letto, c’è Stathis, che la rassicura dicendogli che il figlio in realtà sarà il loro. Riaddormentatasi, Veronica sogna un bimbo con le ali da farfalla che esce fuori da un bozzolo e vola verso un varco luminoso.

fonte: ciak magazine

L’ASTROLABIO DI VASCO DE GAMA

 

Una spedizione dell’Università di Bournemouth (UK), in collaborazione con la società Blue Water Recoveries, il National Geographic Society Expeditions Council e del Ministero della cultura dell’Oman, ha scoperto, sui fondali a sud della Penisola Araba, quello che potrebbe essere l’astrolabio utilizzato dal celebre esploratore Vasco da Gama.

Il rinvenimento è avvenuto tra i resti di quello che ormai molti considerano il relitto della Esmeralda, una delle navi appartenenti alla flotta del navigatore portoghese che affondò nel corso di una violenta tempesta durante il ritorno dalle Indie, ormai più di 500 anni fa.

L’oggetto ritrovato dai sub è subito apparso di grande interesse e non solo perché gli astrolabi sono molto rari: lo stemma inciso sulla superficie era infatti quello di Emanuele I, il re portoghese incoronato nel 1495 che affidò a Vasco da Gama l’incarico di guidare le sue navi verso Oriente.

Ma che cos’è un astrolabio?

L’astrolabio è uno strumento astronomico utilizzato dagli antichi per localizzare o calcolare la posizione di corpi celesti, come la Luna, il Sole o le stelle e capire così dove ci si trovava.

Un astrolabio “standard” è formato da un braccio e un cerchio graduato, simile ad un goniometro, che è scavato al centro per ospitare una lamina su cui è incisa la proiezione di punti della sfera celeste ad una certa latitudine. Il calcolo della posizione viene poi utilizzato grazie ad una “rete” mobile che scorre sotto i vari punti per determinare la posizione degli astri.

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