I ROBOT E L’IMPERO

 

I robot e l’Impero è un romanzo di fantascienza dello scrittore Isaac Asimov, pubblicato nel 1985, quarto libro del Ciclo dei Robot.

Sono trascorsi duecento anni dalla morte di Elijah Baley e si é giunti ad una svolta cruciale: gli Spaziali si trovano in una chiara fase di declino mentre i Terrestri stanno rapidamente colonizzando la Galassia.

Ecco i miei appunti, su quest’ultimo volume:

L’UOMO
“Noi abbiamo qualcosa che agli Spaziali manca.”
“E cosa sarebbe? Una maggiore nobiltà d’animo?”
“Noi abbiamo la Terra. È il nostro mondo. Ogni Colono la visita il più spesso possibile. Ogni Colono sa che c’è un mondo… un mondo sviluppato, progredito, con una storia incredibilmente ricca e un’incredibile varietà culturale e complessità ecologica… un mondo che è suo, che gli appartiene, al quale lui appartiene.”

Penso che questo libro sia una dichiarazione d’amore di Asimov nei confronti dei Terrestri.
La passione con cui i Coloni parlano della loro terra natia, gli stessi dialoghi tra Daneel e Giskard (poi ci arriviamo) e i sentimenti che smuovono Gladia hanno tutti una componente comune: la complessità della vita sulla Terra.
Sì perché gli esseri umani vengono sempre bistrattati, giudicati inadatti, retrogradi, stupidi, guerrafondai (e possiamo dissentire fino a un certo punto) ma la morale è che l’umanità, in fondo, più farcela.
Che abbiamo la “spinta della curiosità” a guidarci ma dobbiamo lasciare che ci conduca davvero attraverso l’inesplorato.
Non è facile smuovere le masse, educarle e far comprendere loro il bene comune ma si può fare. Ogni cambiamento è possibile.

C’è un’immagine che, all’apparenza sembra non c’entrare nulla con Asimov ma, in realtà, racconta bene questo concetto: il video – ormai degli anni ’90 – “Right Here, Right Now” di Fatboy Slim.
Per chi se lo ricorda, è un grande racconto che mostra l’evoluzione della vita sulla Terra a partire dai primi organismi unicellulari arrivando, attraverso varie animazioni, a un obeso essere umano che si accascia stanco e sofferente su di una panchina. Che crede di essere arrivato al capolinea.

Ma nulla ristagna, la mente non è strutturata per assumere un atteggiamento passivo nei confronti della vita.

LO SCOPO DI GLADIA
“Per più di due secoli sono stata una nullità, e adesso ho la possibilità di essere qualcuno, ho scoperto che la vita che credevo vuota contiene invece qualcosa, qualcosa di meraviglioso… ho scoperto di poter essere felice, quando mi ero ormai rassegnata all’infelicità!”

Gladia entra in punta di piedi nel libro precedente, la conosciamo attraverso Baley, rimane sempre una nota a margine.
Ma non in questa storia.
Potremmo definirla una dei protagonisti se non colei che smuove ogni accadimento.
È un personaggio estremamente positivo: intelligente, incline al cambiamento e all’auto critica. Coraggiosa e severa ma con tutte quelle debolezze – rabbia, passione, vanità – che l’avvicinano al lettore.
Gladia è la prova che i Solariani (o nel suo caso anche Auroniani) non sono così distanti dai Terrestri.

Il suo è un percorso complesso, sofferente.
Passa attraverso l’amore passivo nei confronti di Jander Panell – androide umanoide – a un rapporto paritario di “dare e avere” con il Detective Baley.
Non si tratta della classica storiella buttata lì per rendere piccante l’atmosfera ma di una maturazione e consapevolezza non solo di sé ma anche del proprio rapporto con gli altri.

SE POSSO PENSARLO POSSO FARLO
Daneel e Giskard rappresentano l’amicizia sincera.
Potrebbe sembrare un’emulazione ma non è così: entrambi si rendono conto di quanto profonda sia la loro psiche – pur essendo due androidi –

Giskard: tormentato, che vive all’ombra del collega. A lui l’arduo compito di comprendere l’umanità.
Daneel: perfetto sotto ogni aspetto.

La loro è una continua lotta contro loro stessi.
La ricerca della consapevolezza che abbatte la loro stessa programmazione, le famose Tre Leggi – ricorrette, poi, dalla Legge 0 –
E quest’ultima non è semplice da formulare, affermare e accettare.
Pensiamo a quanto sia difficile per una persona cambiare il proprio punto di vista e chiediamoci quale estremo sforzo debba fare un robot per spezzare le catene che lo tengono ancorato alla ragione.
A loro non è permesso pensare “fuori dagli schemi”.
Alla fine, le Leggi della Robotica sono il blocco di sicurezza per tutelare le persone dai robot stessi quindi è inconcepibile che si possano bypassare.
Aggirarle vuol dire “prendere coscienza” e rendersi conto di essere individui con desideri e pensieri unici.
“Penso quindi sono”.
L’evoluzione dell’androide ma anche la creazione di una nuova specie.

E Baley?

Quello che all’inizio mi sembrava un detective scadente e un po’ imbranato, si è rivelato essere il tassello fondamentale.
Daneel si pone delle domande grazie a lui, dagli errori che commette, prendendo spunto dalla sua perseveranza.

E non posso fare a meno di credere che ci sia la sua impronta anche nella progettazione di Gaia.
L’ispirazione e l’aspirazione dell’androide che ha raggiunto – e superato – l’umanità intera.

ORBITA 9

 

Orbita 9 è un film di fantascienza del 2017 scritto e diretto da Hatem Khraiche.

Helena è nata e cresciuta in completa solitudine all’interno di una capsula spaziale diretta verso il pianeta-colonia Celeste, ultimo baluardo di salvezza per un’umanità ormai sull’orlo del baratro.
L’incontro improvviso con il tecnico ingegnere Alex, il primo e unico essere umano con cui abbia mai avuto un qualche contatto diretto, sconvolgerà la giovane, aprendole gli occhi su di un’inaspettata realtà legata alla vera natura della propria intera esistenza.

Una storia difficile da raccontare senza lasciarsi sfuggire degli spoiler.
Ne parlo in un quadro generale.

Un film che, a tratti, mi ha ricordato Passengers (2016).
Sicuramente più contenuto a livello di mezzi ma affascinante allo stesso modo (nonostante il budget ristretto che mai si dimostra come limitante).

La trama si svolge in maniera semplice e onesta ma la recitazione intima e alienante dà profondità alla vicenda.
Non lo definirei come un film impegnato o particolarmente impegnativo ma gradevole, una produzione spagnola che mi ha sorpreso.

In Italia il film è stato distribuito sulla piattaforma Netflix.

QUALCHE CURIOSITÀ SU CORTO CIRCUITO

 

Corto Circuito (Short Circuit) è un film di fantascienza del 1986 diretto da John Badham, con protagonisti Ally Sheedy e Steve Guttenberg.

“Numero 5” è uno dei robot prototipi costruiti per l’esercito americano dalla NOVA Robotics.
Durante una dimostrazione organizzata per raccogliere fondi, scoppia un temporale e un fulmine colpisce il robot. In seguito all’incidente, sviluppa un’insolita curiosità e scappa dal laboratorio finendo, casualmente, a casa di Stephanie Speck, una giovane ecologa.

Qualche curiosità:

– La storia ricorda quella di AL-76, un racconto di Isaac Asimov del 1942, in cui un robot ben programmato si perde e si ritrova in un ambiente sconosciuto, per lui incomprensibile.

– Durante l’intervista improvvisata a Stephanie, è possibile vedere il cameo del regista John Badham, che appare come cameraman del telegiornale.

– La realizzazione del robot è stata la parte più costosa del film in quanto ha richiesto molte versioni in base alle diverse sequenze da girare.
La maggior parte dei movimenti del braccio di Johnny 5 sono stati controllati con uno scheletro metallico, indossato da un tecnico. Ogni congiunzione aveva un sensore separato, consentendo così il trasferimento dei movimenti eseguiti dal tecnico alla macchina.

– È stato girato ad Astoria, nello stato dell’Oregon. La casa utilizzata per il set è ancora esistente ma disabitata.

– Il film ha un sequel: Corto circuito 2.

– Nel 1987 la Ocean Software pubblicò il videogioco Short Circuit per i computer ZX Spectrum, Commodore 64 e Amstrad CPC, basato con licenza ufficiale.

– Uno dei bracci di Johnny 5 appare nell’episodio Prototipo (il numero 13 della seconda stagione) della serie Star Trek: Voyager.

– Il nome completo del robot era in realtà SAINT Number 5, con l’acronimo SAINT a indicare lo “Strategic Artificially-Intelligent Nuclear Transport”.

– Ally Sheedy e il regista avevano già collaborato in Wargames – Giochi di guerra (1983).

fonte: Film.it

I ROBOT DELL’ALBA

 

I robot dell’alba è un romanzo poliziesco di fantascienza dello scrittore Isaac Asimov, pubblicato nel 1983, terzo libro del Ciclo dei Robot.
Ambientato sul pianeta Aurora, Elijah Baley e R. Daneel si ritrovano a indagare su un caso legato alla “morte” di un robot.

Ecco i miei appunti:

DESIDERIO
– Gladia ha resistito a voi. Non vi disturba che possa avervi preferito a un robot?
– Un robot è solo un robot. Una donna con un robot o un uomo con un robot? È solo masturbazione.
Il tema della libertà sessuale viene affrontata più volte e in diversi frangenti all’interno del libro.
Si parla di Vasilia, giovane donna innamorata del padre, poi respinta. Il suo non è un complesso di Elettra ma un amore che nasce a causa del contesto “liberale” in cui cresce. Dove una bambina non vede mai il papà come genitore ma piuttosto come mentore.
Asimov descrive molto bene la società auroniana dove il sesso non è mai visto come tabù anzi, viene chiesto con cortesia e con altrettanta educazione più essere rifiutato o accettato.
Ma è con Gladia che analizziamo il nocciolo della questione.
La conosciamo nel libro precedente: sappiamo che viene da solaria, un pianeta dove i contatti umani non vengono tollerati.
Cresce in solitudine (circondata dai robot), educata a mal sopportare i contatti fisici che sono necessari solo a scopo procreativo.
In un mondo come Aurora si sente dispersa.
Infatti trova rifugio nell’unico essere in grado di darle sicurezza: un robot.
Ma più si lascia andare e più capisce di essere perfettamente “normale”.
Una donna che ha sempre sentito desideri e pulsioni sessuali – inaccettabili su solaria – e che comprende di non essere pazza o pervertita ma solo vittima di una società per lei troppo stretta.

DOVERE
– Sai cosa significa “dovere”
– Ciò che deve essere fatto, signore – disse Giskard
– Il tuo dovere è quello di obbedire alle leggi della robotica. Anche gli esseri umani hanno le loro leggi e ad esse bisogna obbedire. Io devo fare ciò che mi è stato ordinato di fare. È il mio dovere.
– Signore non posso disobbedire alle Leggi. Voi potete disobbedire alle vostre?
– Posso decidere di non fare il mio dovere ma non voglio… e questa è talvolta la legge più forte, Giskard.
Giskard non ha l’aspetto affascinante di Daneel. Le persone vedono la sua corazza ‘’di latta’’ e tendono a sottovalutarlo.
Ma la sua programmazione è molto complessa.
Un robot riflessivo che tende ad analizzare la profondità della collettività fino a gettare le basi della psicostoria – pur vedendone un abbozzo e non il disegno completo –
È un personaggio lasciato volutamente sempre in disparte, quasi un’ombra che segue la vicenda senza mai esporsi troppo.
In realtà è molto più vicino al genere umano di quanto lui stesso creda di essere.
Quanto può essere snervante per una macchina leggere le emozioni delle persone senza però comprenderle fino in fondo?

IPOCRISIA AURONIANA
– Non è possibile avere miliardi di persone su un solo pianeta senza che ci siano certe conseguenze. Su Aurora la vita di ognuno di noi ha un valore. Siamo protetti fisicamente dai nostri robot per cui non si verifica mai un’aggressione su Aurora, per non parlare di un omicidio.
– Tranne nel caso di R. Jander.
– Quello non è omicidio. È solo un robot.
Gli abitanti di Aurora sono bugiardi.
Non solo ipocriti verso gli altri ma soprattutto all’interno della loro società.
A differenza dei solariani che almeno conservano la decenza di schiavizzare i robot senza remore, gli auroniani si parano dietro il muro della loro “grandezza” per discriminare gli androidi.
Un mondo dove la diffamazione e quindi il buon nome vale più di qualsiasi cosa; fatto principalmente d’apparenze.
Il discorso si amplifica con Amadiro, capo dell’Istituto di Robotica e stronzo a tempo pieno.
Un personaggio detestabile, che incarna alla perfezione la fazione estremista del pianeta.
I suoi dialoghi con Baley sono a dir poco perfetti: un cattivo carico di un’invidia elegante che sfoggia con abili discorsi.
Un antagonista che fa del prestigio personale l’unico scopo di vita, pronto a schiacciare e usare ogni risorsa pur di raggiungere il suo obiettivo.
Mi sono chiesta più volte, durante la lettura, il significato del titolo.
Se gli abissi d’acciaio sono le città sotterranee terrestri e il sole nudo è la stella senza scudi né filtri, perché Daneel e Giskard sono i robot dell’alba?
E questo si ricollega a: perché nel ciclo dei robot e in quello della Fondazione non ci sono alieni?
Perché questa è la storia dell’evoluzione umana che passa dal “vortice del tempo” della Fine dell’Eternità arrivando fino a Gaia.
Dove le scelte di due androidi segnano la rinascita terrestre in quello che sarà il glorioso “Impero Galattico”.

CUBE

 

Cube – Il cubo è un film del 1997, di genere fantascientifico/horror, diretto da Vincenzo Natali.
Ha avuto poi un sequel ”Il cubo 2 – Hypercube” e un prequel ”Cube Zero”.

La storia è incentrata su un gruppo di personaggi – sei, come le facce del cubo – intrappolati in una struttura costituita da numerose stanze, alcune dotate di trappole mortali.
Non si conoscono tra loro e nessuno ricorda come è arrivato lì, né il perché.

Un film inquietante, surreale e disturbante.
L’ansia e la frustrazione dei protagonisti salgono con costanza dopo l’ennesimo, fallimentare, tentativo di evadere.

Per la scenografia è stato costruito un solo cubo di 14 piedi x 14, il cui colore veniva modificato attraverso l’uso di pannelli tinti in maniera diversa.

“La vita è troppo complicata, la ragione per cui siamo qui ci sfugge totalmente”.

IL FAT MAN

 

Il Fat Man appare in Fallout 3 e in Fallout New Vegas ma esiste anche nella realtà!

“Fat Man” era il nome in codice della bomba atomica che fu fatta detonare su Nagasaki il 9 agosto 1945. Fu la seconda arma nucleare ad essere usata in guerra e la terza arma atomica ad esplodere al mondo.

Si basa sull’M388 Davy Crocket, sviluppato dagli U.S.A durante la guerra fredda, in grado di sparare proiettili con testata nucleare.
L’arma fu smobilitata nel 1971.

Il sistema di lancio è pneumatico e accoppiato al peso del proiettile; per questo motivo è a corto raggio.
Questo tipo di tiro venne testato per primo dall’arma anti-carro britannica PIAT nella Seconda Guerra Mondiale, dove il proiettile era scagliato da un meccanismo – simile – a molla (anche se nel caso del PIAT, era utilizzata per accendere la carica propulsiva).

A causa della sua relazione con eventi storici, l’arma è stata rinominata “Lanciatore nucleare” nella versione giapponese di Fallout 3.

IL SOLE NUDO

 

Il sole nudo (The Naked Sun) è un romanzo di Isaac Asimov, secondo libro appartenente al Ciclo dei Robot dopo Abissi d’acciaio.
Ancora una volta vediamo come la fantascienza sia applicabile a ogni genere letterario.
Rikaine Delmarre – uno scienziato fetale responsabile del centro nascite del pianeta Solaria – viene ucciso.
Nonostante l’odio che separa la Terra dai pianeti degli Spaziali, il poliziotto Elijah Baley viene chiamato a investigare affiancato, di nuovo, al robot positronico R. Daneel Olivaw.

Ecco l’unico punto che toccherò:

IL DISTACCO
La storia si svolge in un pianeta che – con il senno dei giorni nostri – ha fatto del “distanziamento sociale” un vero e proprio stile di vita.

Solaria è completamente opposta alla Terra.

I terrestri vivono in enormi metropoli destinate al collasso, quasi del tutto prive di robot, senza alcun tipo di privacy.
I solariani, invece, sono solo 20.000 in tutto il pianeta e i robot si occupano di gestire ogni aspetto della loro vita.

Baley si ritrova quindi in una società sconosciuta che rischia di mettere in seria difficoltà l’intero corso delle indagini.
Dove i contatti personali sono considerati disgustosi e i coniugi conversano solo attraverso ologrammi.

La popolazione è composta da misantropi selezionati geneticamente che vivono gran parte della loro (lunga) esistenza in compagnia dei soli robot.
Non occorre nemmeno la “polizia” per gestire i problemi perché i crimini, in realtà, non ci sono.
Nel mondo perfetto di Solaria tutto è calibrato, studiato e analizzato con precisione.
Le malattie non sono più contemplate, i bambini nascono secondo specifiche caratteristiche e vengono cresciuti senza conoscere l’identità dei propri genitori: nulla è lasciato al caso.

Quello che ho sentito, è stato un profondo e angosciante senso di solitudine che accompagna ogni solariano.
Una fra tutte, Gladia – moglie della vittima – con cui il detective stringe un rapporto di sincero affetto.
Attraverso la sua figura scopriamo l’isolamento in tutte le sue sfaccettature, comprendiamo come la corazza d’indifferenza verso la vita altrui sia estremamente sottile perché nulla può frenare “l’istinto umano” (che ci ricorda la nostra necessità di vivere in un branco e non isolati).

Elijah e Gladia si ritrovano ad analizzare le proprie, irrazionali, paure che nascono dai contesti sociali dentro i quali sono cresciuti.

Un libro che, nella sua inquietudine, può essere visto come un lontano parente di “Black Mirror”.

ABISSI D’ACCIAIO

 

Abissi d’acciaio (The Caves of Steel) è un romanzo di fantascienza del 1954 di Isaac Asimov, appartenente al ciclo dei Robot.
Vengono introdotti per la prima volta due dei personaggi più popolari della sua letteratura: il detective umano Elijah Baley e il robot R. Daneel Olivaw.

Ecco i miei appunti:

TROPPI? TROPPO POCHI?
“Le mie istruzioni sul carattere dei terrestri dicono che, a differenza degli abitanti dei Mondi Esterni, sono inclini ad accettare l’autorità. Questo, a quanto sembra, è il risultato del vostro modo di vivere. Un uomo che rappresenti l’autorità con sufficiente fermezza basta a sgominare una folla, e io l’ho dimostrato.
Il tuo desiderio di chiamare la squadra anti-dimostranti è solo un’espressione, credimi, del bisogno istintivo di un’autorità superiore che prenda in mano la situazione e ti tolga la responsabilità.”
La Terra è sovrappopolata e i suoi abitanti vivono in enormi megalopoli sotterranee.
Gli uomini, stipati come ratti, non riescono nemmeno a uscire dal sottosuolo in quanto sofferenti di una grave forma agorafobica causata proprio da questo stile di vita.
Non c’è quasi più privacy, la maggior parte delle persone vivono nella miseria.
Di lavoro ce n’è poco e quel che resta viene affidato ai robot (logicamente, molto più efficienti e meno problematici).
Gli Spaziali – umani colonizzatori di 50 pianeti esterni – hanno un problema di spopolamento e necessitano dei robot per tutti i lavori manuali.
Nello spazio, infatti, gli umani si sono evoluti in maniera diversa dai Terrestri: hanno sconfitto le malattie e grazie a una elevata selezione genetica sono riusciti ad elevare la loro aspettativa di vita fino a quattrocento anni.
Non c’è da stupirsi che di fronte a tanta differenza nasca dell’attrito.
Sono a tutti gli effetti due popoli diametralmente opposti ma entrambi disperati.
Il problema “sociologico” si ripropone ancora una volta – come capita spesso nei romanzi di Asimov – e viene analizzato con soluzioni che devono abbattere il muro di disprezzo costruito nel corso degli anni.
È così difficile capire qual è il punto di non ritorno e provare a fermarsi poco prima?

AMORE E ODIO
“Il guaio è che Baley non era l’investigatore dei miti popolari: non era incapace di sorpresa e imperturbabile nell’aspetto, non era adattabile all’infinito e non possedeva un cervello che funzionava come la folgore. Non aveva mai pensato di esserlo, ma era la prima volta che gli dispiaceva.
E gli dispiaceva perché R. Daneel Olivaw, al contrario, sembrava la perfetta incarnazione di quel mito.
Per forza: era un robot.”
La conflittualità che respiriamo tra Terrestri e Spaziali la ritroviamo nei due protagonisti: l’umano e il robot.
Il rapporto tra Elijah e Daneel ci aiuta a comprendere meglio le dinamiche umane con tutti i suoi limiti e debolezze.
Gli sviluppi dell’indagine – fulcro della trama – scandiscono anche quei momenti dove il Detective si avvicina sempre di più alla macchina arrivando a capirne l’essenza.
Elijah, infatti, riesce a concludere il suo compito sfruttando proprio la ferrea logica che vincola ogni robot.
Alla fine, tra i due, nasce una complicità che, secondo me, è ancor meglio di un’amicizia nonostante stare accanto all’androide non sia per nulla un compito facile (e viceversa).

L’INIZIO DI TUTTO
“R. Daneel si diresse al condotto dell’immondizia e con un gesto si aprì la camicia sul petto, che sembrava liscio e, almeno alle apparenze, muscoloso.
– Che fai? – chiese Baley
– Mi libero del cibo che ho ingerito. Se ce lo lasciassi andrebbe a male e io diventerei oggetto di disgusto.
R. Daneel piazzò due dita sotto un capezzolo e premette in un determinato modo. Il petto di aprì longitudinalmente. R. Daneel allungò una mano all’interno e da un ricettacolo di metallo luccicante prese un sacchetto sottile e trasparente, in parte ripiegato. Lo aprì sotto gli occhi di Baley, che era prossimo all’orrore.
R. Daneel esitò, poi disse:
– Il cibo è perfettamente integro perché io non mastico e non produco saliva. È stato ingerito per aspirazione, quindi ancora mangiabile.
– Grazie, non ho fame – disse Baley gentilmente – Liberatene.”
Mi ricollego subito a quanto ho scritto sopra.
Daneel è un personaggio che ho già trovato nei libri di Asimov e ho sempre apprezzato.
L’ho conosciuto “alla fine”, quando ormai era un androide influente e già affermato mentre in Abissi d’Acciaio parliamo della sua genesi.
La cosa che mi fa impazzire di Daneel è il suo amore per la conoscenza, che non diventa mai bramosia e il suo senso di moralità.
Certo, ci sono molte scene “comiche” che mi hanno fatto sorridere, soprattutto quelle dove dimostra tutte le limitazioni emotive della sua programmazione ma nasconde sempre in sé un retrogusto malinconico.
Sarebbe sbagliato paragonarlo a Data (Star Trek- The Next Generation) perché, a differenza dell’Ufficiale della Flotta Stellare, non cerca di diventare umano, ma sarei ipocrita se non dicessi che, a tratti, mi ha fatto provare le stesse sensazioni.

I AM MOTHER

 

I Am Mother è un film del 2019 diretto da Grant Sputore.
Thriller fantascientifico di produzione australiana, che in uno scenario post-apocalittico affronta il rapporto uomo-macchina.

Dopo l’estinzione di massa dell’umanità, un droide sceglie tra 63 000 embrioni quello da mettere al mondo e lo alleva come farebbe una madre premurosa e amorevole, in una grande base-bunker al riparo dal mondo esterno contaminato.

Qualche curiosità:

– ll regista e lo scrittore Michael Lloyd Green hanno sviluppato la sceneggiatura del film dopo il fallimento di una storia western.

– Nello sviluppo della trama, Sputore e Green si sono ispirati a film che trattavano di robot e intelligenze artificiali approfondendo a livello sociale il rapporto con gli esseri umani.
“Se esaminate il DNA di questo film, penso che troverete sicuramente richiami ad Alien, Terminator e Moon”, ha detto il regista.

– Il personaggio di Madre “indossa” una tuta robotica unica nel suo genere. Ci sono oltre 250 componenti nell’esclusivo costume da 90 libbre, che viene indossato dal supervisore del progetto, Luke Hawker.

– L’attrice Rose Byrne ha fornito la voce al personaggio protagonista, progettato da un team del Weta Workshop. La compagnia neozelandese, resa famosa dal loro lavoro sui film Il Signore degli Anelli e molti altri progetti negli ultimi 30 anni, ha lavorato con Sputore per creare un personaggio originale che potesse apparire bello sullo schermo e anche essere in grado di eseguire tutte le attività elencate nello script.

LA MUSICA DI RITORNO AL FUTURO

 

Quando si parla di Ritorno al Futuro si pensa subito al concetto del tempo.
Ma Robert Zemeckis dà importanza a un altro fattore che caratterizza ogni epoca storica: la musica.

BACK TO THE FUTURE: MUSIC FROM THE MOTION PICTURE SOUNDTRACK
(Ritorno al Futuro – Colonna sonora)

– The Power of Love – Huey Lewis & The News
– Time Bomb Town – Lindsey Buckingham
– Back to the Future – The Outatime Orchestra
– Heaven Is One Step Away – Eric Clapton
– Back in Time – Huey Lewis & The News
– Back to the Future Overture – The Outatime Orchestra
– The Wallflower(Dance with Me Henry) – Etta James
– Night Train – Marvin Berry and the Starlighters
– Earth Angel – Marvin Berry and the Starlighters
– Johnny B. Goode – Marty McFly& the Starlighters

Tra le canzoni inserite nel film ma escluse nella lista si possono riconoscere:
– The Washington Post – John Philip Sousa
– Mr. Sandman – Four Aces
– The Ballad of Davy Crockett – Fess Parker
– Pledging My Love – Johnny Ace

Alan Silvestri iniziò a lavorare alla colonna sonora a sole due settimane dalla prima.

Fu lui a suggerire il gruppo “Huey Lewis & The News” per la canzone di apertura.

“The Power of Love”, inoltre, è l’unico brano – con il tema principale – presente in tutti e 3 i film: all’inizio del primo, nel secondo quando Marty Senior nella sua abitazione a Hilldale accenna alcune note con la chitarra e nel terzo al momento della gara di Marty McFly con Needles.

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