GLI EASTER EGG NELLA SERIE DI FALLOUT

 

Appena finito di riguardare la serie Fallout e mi sono resa conto di non aver ancora fatto un articolo sugli easter egg più interessanti di questa prima stagione.

Secondo me, per ora, è uno dei migliori adattamenti televisivi di serie videoludiche: un crescendo di azione e ironia, ma anche di citazioni e riferimenti di questo universo post-nucleare che appassiona moltissimi giocatori.

1. “Un ragazzo, un cane, due inseparabili amici”
Noto anche con il titolo Apocalypse 2024, è un film di fantascienza post-apocalittica del 1975 diretto da L.Q. Jones. Il soggetto del film è basato su un racconto di Harlan Ellison: “Un ragazzo e il suo cane” (1969) e la trama è ambientata nell’Arizona post-apocalittica del 2024, dopo la quarta guerra mondiale.
L’opera è citata a sei minuti e trenta secondi dall’inizio dell’episodio sei: The Trap. In questo flashback è possibile vedere la locandina del film nella casa di Cooper Howard (Il Ghoul).

2. Il codice misterioso
Questa volta si tratta dell’ultimo episodio della stagione: quando il padre di Lucy riesce a ottenere il reattore a fusione fredda, lo fa inserendo il codice 101097.
Questo numero rappresenta la data di uscita del primo Fallout: 10 ottobre 1997.

3. Il numero di telefono
Durante il sesto episodio, in una pubblicità, si può vedere il numero di telefono a cui contattare proprio la Valut-Tec.
Ma funziona?
Ovviamente alcuni fan americani hanno provato a chiamarlo e, dopo qualche squillo, hanno sentito solo delle grida strazianti. Chi ha provato a scrivergli, invece, ha ricevuto in risposta il messaggio “Grazie per aver scritto alla Valut-Tec. Ti ricontatteremo al più presto”.

MARTEDÌ DELLO XENO – MR. BEAN

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO un personaggio inaspettato la cui natura aliena, mai confermata né smentita ufficialmente, è tutt’ora oggetto di dibattito tra i fan.

Secondo una teoria piuttosto diffusa infatti Mr. Bean, il buffo ometto inglese portato sullo schermo dal comico Rowan Atkinson, sarebbe un extraterrestre con l’aspetto in tutto e per tutto uguale a quello di un essere umano.

A riprova di questo ci sarebbero il suo strano comportamento, spesso molto fuori dagli schemi e talvolta apparentemente ignaro degli usi e costumi convenzionali, e la sigla iniziale del programma, che vede Mr. Bean precipitare in una strada londinese, di notte, come “trasportato” da un misterioso raggio di luce.
In alcune versioni della sigla finale, poi, lo si vede anche risucchiato su allo stesso modo.

(Altre teorie simili, a onor del vero, giustificano invece le bizzarrie del personaggio come il risultato di un “semplice” rapimento alieno, cosa che lo lascerebbe un umano, oppure vedendolo addirittura inviato dal Regno dei cieli, visto il coro angelico che accompagna il suo arrivo sempre nella sigla.)

Dal canto loro, nel corso degli anni e di varie interviste, lo stesso Atkinson e gli altri autori hanno giocato molto sopra l’idea ma sono sempre stati vaghi, limitandosi ad affermare che “sí, potrebbe non essere di questo mondo” .

Una sorta di conferma dell’origine aliena di Mr. Bean arriverebbe invece dall’episodio “Double Trouble” della serie animata (pensato per essere quello conclusivo e visionabile su YouTube. Vi metto il link nel primo commento), dove il personaggio incappa in un’intera astronave piena di altri esseri identici a lui, inclusi i vestiti e l’inconfondibile mini verde pisello, distinti solo dal fatto di avere con sé ognuno un peluche diverso.
Quale sia la loro origine o il motivo della loro visita, però, non viene svelato. Né, tantomeno, se il nostro Mr. Bean sia effettivamente uno della loro specie.

BLACK ORCHID

 

Siamo alla fine degli anni ’80: periodo di svolta per il fumetto americano, in particolar modo per quello relativo ai supereroi.

Ed è qui che si inserisce – tra tanti – anche Neil Gaiman, che proprio in quel periodo muoveva i primi passi nel mondo della narrativa.

Nel 1987 lo scrittore inglese viene coinvolto da Karen Bergen nella campagna di rilancio di diversi personaggi DC di seconda fascia e il progetto “Black Orchid” si sviluppa in modo del tutto originale.

Black Orchid, supereroina protagonista dell’omonima serie, è legata alle piante e alla natura: simboli di serenità e poesia che scaturiscono dal contatto più puro e sincero con la Terra. L’autore potenzia questi tratti per raccontare una storia che conduce a una riflessione sull’esistenza e sul desiderio di immortalità.

Già dalle prime tavole è chiaro il desiderio di voler andare oltre certi cliché della scrittura a fumetti e buona parte del merito va proprio al disegnatore, Dave McKean, con il suo stile pittorico surreale.

Una trama che si svolge tra il reale e l’onirico, con tematiche estremamente adulte che raccontano di abusi fisici e psicologici (sia in infanzia che in età adulta), relazioni tossiche e riflessione sull’esistenza stessa grazie alla metafora, seppur appena sfiorata, dell’ecologismo.

L’R2-D2 NERO

 

Fra le tantissime curiosità che mi capita di leggere sui vari aggiustamenti fatti negli anni ai primi film della saga di Guerre Stellari, quello che in assoluto mi ha lasciato più stupita è stato scoprire dell’esistenza del famoso “R2-D2 nero”.

Nulla di sconvolgente: si tratta solo di una versione dell’astrodroide con i pannelli colorati di nero invece che di blu, utilizzato per girare le sequenze in blue screen.
Lo si vede sullo schermo per pochi secondi, e solo nelle versioni rilasciate prima del 1997, quando la trilogia originale ha ricevuto il restyle per celebrare il ventesimo anniversario.

La prima volta che ne ho letto, ho pensato “ma no, dai, con tutte le volte che ho visto il film, non posso non averlo mai notato”. E invece, controllando, era tutto vero!

Voi ve ne eravate mai accorti? Tra l’altro, come look, non è nemmeno male: personalmente mi piace molto!

ERGO PROXY

 

“Caro m’è ‘l sonno, e più l’esser di sasso
mentre che ‘l danno, e la vergogna dura:
Non veder, non sentir, m’è gran ventura.
Però non mi destar, deh! parla basso.”

Questo incipit che troviamo nell’opera “Ergo Proxy”, in realtà ha origini antiche.

La sua storia si ricollega a “La Notte”, statua di Michelangelo Buonarroti, che si trova nella Sagrestia Nuova in San Lorenzo a Firenze.
Questa scultura diventò incredibilmente famosa grazie a una nota quartina di Giovanni di Carlo Strozzi, in cui la statua veniva invitata a svegliarsi:

“La Notte che tu vedi in sì dolci atti
dormire, fu da un Angelo scolpita
in questo sasso e, perché dorme, ha vita:
destala, se nol credi, e parleratti.”

Michelangelo quindi rispose con alcuni versi, intitolati “Risposta del Buonarroto” che, nel suo immaginario, vengono pronunciati dalla statua stessa.
Il testo si riferisce ai disordini durante il governo di Cosimo I de’ Medici e indica il sonno come motivo di serenità della Notte rispetto all’inquietudine delle statue vicine.

MARTEDÌ DELLO XENO – I PLUTARCHIANI

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO degli alieni che puzzano di pesce, direttamente dall’universo dei Biker Mice da Marte.

I Plutarchiani sono extraterrestri originari – lo dice il nome – del pianeta Plutarco.
Si tratta di creature anfibie, con la pelle di colore azzurro ricoperta da scaglie (più scure nella zona del collo, sotto al mento), branchie, una crestina sulla testa e occhi scuri con la sclera rosa.
La bocca, invece, è larga e costellata di denti molto aguzzi che danno loro un po’ la “faccia da piranha”.

La loro caratteristica più evidente, però, quella che proprio fanno fatica a nascondere anche dietro a eventuali travestimenti, è il forte odore emanato dai loro corpi, che ricorda un po’ quello di una pescheria con il climatizzatore rotto in una giornata molto calda.

Della loro società non si sa molto a parte il fatto che ha un taglio imperialista, che sono dediti al consumismo sfrenato e che sono organizzati in una vera e propria confederazione.
Avendo scialacquato tutte le risorse del loro pianeta d’origine, infatti, hanno iniziato a espandersi nella galassia per trovarne altre che permettessero loro di continuare a mantenere alto lo stile di vita all’interno della Confederazione Plutarchiana.
E ora non fanno altro, consumando le risorse dei pianeti che trovano sulla loro strada, indipendentemente dal fatto che siano abitati o meno: se lo sono, semplicemente, prendono quello che gli serve con la forza (come hanno fatto con Marte) o con l’inganno.

Quest’ultimo è il caso della Terra, per esempio, dove il plutarchiano Lawrence Limburger ha assunto l’identità di un potente magnate dell’industria e cerca di sfruttare quella posizione per mettere le mani su più beni possibile.

MARTEDÌ DELLO XENO – GLI IMMORTALI

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO degli alieni che negli anni ’90 hanno causato moltissime polemiche e quasi rischiato di far chiudere l’allora nascente franchise di Highlander.

Secondo l’interpretazione – oggi considerata non canonica – proposta dal secondo film della serie, “Highlander II – Il ritorno”, gli Immortali sono extraterrestri provenienti dal pianeta Zeist.

Esteticamente indistinguibili da un qualsiasi essere umano, fintanto che la loro testa non viene recisa dal corpo, queste persone guariscono da qualsiasi ferita e non invecchiano.

Per qualche misterioso motivo, però, queste capacità funzionano solo se si trovano sulla Terra, dove i peggiori criminali e coloro che si oppongono al dispotico regime che governa Zeist vengono esiliati.
Qui sono costretti a prendere parte al “Gioco”, cioè duellare tra loro, eliminandosi a vicenda fino a quando non ne resta solamente uno. Il vincitore ottiene in premio la conoscenza di tutti gli altri Immortali che ha sconfitto – assorbita un po’ alla volta, al termine di ogni duello – e, a scelta, la mortalità oppure la possibilità di tornare sul pianeta d’origine.

Nel caso si scelga di invecchiare, comunque, nel momento in cui un altro Immortale dovesse giungere sulla Terra, il Gioco ricomincerebbe immediatamente, tra l’altro ringiovanendo il precedente vincitore fino all’età che aveva quando è stato esiliato.

Se tutto questo vi sembra inutilmente contorto, strano e nemmeno tanto convincente, anzi che proprio non sta in piedi, beh… non siete i soli.

Dopo il successo del primo film, infatti, il produttore William Panzer decise di portare avanti la storia con un sequel che desse finalmente una risposta ai fan che insistevano a voler conoscere l’origine degli Immortali. E, non si sa bene perché, volle anche ambientare tutto in un lontano futuro.
Le tante riscritture, cambi di programma, finanziatori impiccioni e mille altre difficoltà che la pellicola dovette affrontare per venire alla luce però, minarono il progetto alle fondamenta: a un certo punto sembra che l’intero cast si dichiarò convinto che la sceneggiatura fosse pessima e lavorò senza entusiasmo, solo per ricevere il compenso e adempiere agli obblighi contrattuali.
Lo stesso fece il regista Russell Mulcahy, che tentò addirittura di farsi accreditare con uno pseudonimo.

Il giudizio peggiore di tutti fu però quello del pubblico, che si sentì preso per i fondelli e finì col destestare l’idea che gli Immortali venissero da un altro pianeta.

L’insuccesso e le lamentele furono tali che i film successivi della saga ignorarono completamente quanto raccontato in Highlander II, estromettendolo dal canone, e in nessun’altra produzione del franchise venne mai più accennato nulla a proposito di Zeist o dell’origine extraterrestre degli Immortali.

Anche nella versione Director’s Cut (chiamata “Renegade Version”) rilasciata dal regista nel 1995, gli Immortali vengono ridisegnati come originari del pianeta Terra, provenienti da un’antica civiltà, e i loro reietti banditi in epoche future casuali.

Nonostante tutto, il film è considerato uno dei più brutti di sempre. E, come recita la didascalia nella sua pagina su Rotten Tomatoes, “avrebbe dovuto rimanerne soltanto uno”.

MARTEDÌ DELLO XENO – GLI HOBGOBLIN

 

Oggi al MARTEDÌ DELLO XENO una specie con un nome che ricorda molto D&D (anche se non c’entra nulla).

Gli Hobgoblin sono alieni mostruosi provenienti da un pianeta sconosciuto, protagonisti dell’omonimo film del 1988: una commedia horror – magnificamente sottotitolata “la stirpe da estirpare” per il mercato italiano – prodotta sulla scia del successo di altri mostriciattoli pericolosi e dispettosi, come i Gremlins o i Critters.

E, in effetti, il loro aspetto fisico ricorda un po’ quello che potrebbe nascere dall’unione tra un gremlin e un gatto a pelo lungo.

Sono infatti di taglia abbastanza contenuta, alti meno di mezzo metro, con la pelle verdastra, occhi gialli dalle pupille a taglio e lunghi artigli affilati, così come i loro denti.
Buona parte del corpo, soprattutto la schiena, gli arti e la testa – incluse le orecchie – sono inoltre ricoperti da una folta pelliccia grigia.

La loro capacità più peculiare, però, è quella di leggere la mente delle persone e proiettare psichicamente delle illusioni (comunque tangibili e potenzialmente nocive) che si rifanno ai loro desideri più profondi.
Un meccanismo che, vista la loro indole maligna, queste creature usano per tormentare le loro vittime. E non per mangiarle o altro, ma solo per puro e semplice sadismo!

Una trappola particolarmente infame, visto che l’unico modo per mettere fine a una di queste illusioni, sembra, è quello di fare fuori lo specifico Hobgoblin che l’ha generata.

CORTO CIRCUITO

 

“Corto Circuito” è un film di fantascienza del 1986 per la regia di John Badham, nonché (assieme al suo sequel del 1988) un caposaldo della programmazione televisiva per ragazzi degli anni ’90.

Il punto forte della pellicola, quello di cui tutti si ricordano e anche ciò per cui è stata investita la maggior parte del budget, è sicuramente il robot protagonista, Johnny 5, animato attraverso effetti speciali pratici (radiocomandi, suite di telemetria, etc.) per interagire realmente sul set con gli altri attori.

Il risultato fu molto convincente. E in effetti, a dirla tutta, forse complice anche il doppiaggio, da bambina, con quelle sorte di alettoncini che gli fanno da sopracciglia, lo trovavo decisamente molto espressivo.

La trama è piuttosto semplice, ma godibile: l’azienda NOVA Robotics ha costruito cinque prototipi di robot militari (con tanto di cannone laser sulla schiena) e, durante un temporale, il numero 5 viene colpito da un fulmine.
Il corto circuito sortisce lo strano effetto di dotare il robot di autocoscienza e, per una serie di coincidenze e vicissitudini, lo conduce fino a casa dell’ecologa Stephanie Speck.
Grazie a lei, Numero 5 comprende di essere “vivo”. Una tesi che però l’azienda rigetta, ritenendolo semplicemente un prodotto difettoso (e pericoloso) e preferendo optare per la sua distruzione.
Il robot e la sua nuova amica, aiutati dal Professor Newton (lo scienziato che l’ha progettato) sono quindi costretti a darsi alla fuga per evitare che il poverino venga “terminato”.

Ultima curiosità: il concept originale del film era vagamente ispirato a un racconto di Asimov intitolato “AL-76”, dove un robot minerario destinato alla Luna viene per sbaglio consegnato in una piccola cittadina rurale della Virginia.
Inizialmente spaesato, l’automa riesce poi ad andare molto oltre la sua originale programmazione proprio grazie alle esperienze vissute in un contesto diverso da quello per cui era stato pensato.

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