IL MIO NUOVO ROMANZO “L’ETÀ DELLA POLVERE – IL VILLAGGIO DELL’ORSA” IN ANTEPRIMA A LUCCA 2022!

Finalmente posso dirvelo!
Sono lieta di annunciare che presenterò in anteprima il mio nuovo romanzo post-apocalittico “L’età della polvere – Il Villaggio dell’Orsa” al Lucca Comics & Games, proprio come l’anno scorso.

Mi troverete nel padiglione Carducci, allo stand di EdiKit (CAR 113), nei giorni 28, 29 e 30 ottobre. Passate pure anche solo per fare un saluto o quattro chiacchiere, ne sarò felice!

NOTA IMPORTANTE: stiamo ancora definendo gli ultimi dettagli, quindi vi consiglio di tenere d’occhio la mia pagina Facebook per avere informazioni più precise e aggiornamenti sugli orari in cui potrete trovarmi.
Nei prossimi giorni, comunque, farò anche un post promemoria!

Ci vediamo a Lucca! 🙂

Musica di sottofondo: Benjamin Tissot (Bensound) – New Dawn
https://www.bensound.com/

Ringrazio tantissimo Alessandra Perotti per il suo supporto, Fabio Porfidia per i fantastici segnalibri che mi ha disegnato ed Emanuele Tommarelli per la copertina.

SCARAFAGGI vs. ESPLOSIONI NUCLEARI

 

Quando si parla di guerre nucleari, bombe atomiche e scenari radioattivi apocalittici, molti sono d’accordo: gli scarafaggi sarebbero l’unica specie in grado di sopravvivere.

È davvero così?

Specifichiamo subito una cosa: quando dico “sopravvivere a una bomba nucleare” non intendo “sopravvivere alla detonazione”.
Se uno scarafaggio si trovasse nei pressi dell’esplosione verrebbe polverizzato e basta (come qualsiasi altra forma di vita).

Piuttosto si parla di resistere alle radiazioni successive allo sgancio.

Gli scarafaggi sgambettano sulla Terra da 320 milioni di anni, quindi hanno saputo adattarsi ai cambiamenti in più di un’occasione.

Se proprio devono scegliere preferiscono habitat tropicali ma se la cavano bene anche nelle distese aride e in quelle artiche. Sono capaci di vivere mesi senza cibo, alcune specie stanno senza ossigeno fino a 45 minuti e non hanno grossi problemi nemmeno con la decapitazione.

Quindi è vero: possono resistere a dosi elevate di radiazioni.
Ma non sono i soli.

Altri “campioni di sopravvivenza” sono i tardigradi che resistono a:

– cinque anni in condizioni di totale disidratazione;
– temperature estreme (per pochi minuti a 150 °C e per parecchi giorni a −200 °C);
– alti livelli di radiazione;
– raggi UV-A (e alcuni tipi perfino ai raggi UV-B).

E nel vuoto dello spazio (quindi a radiazioni molto superiori rispetto a quelle terrestri).

Fonti: Focus, National Geographic

IL DECADIMENTO DELL’INTELLETTO: LA VERA APOCALISSE

 

Immaginiamo spesso l’apocalisse in chiave zombie-virus/olocausto nucleare/disastro ambientale ma siamo sicuri che sarà così?

Un’altra valida opzione è il “decadimento dell’intelletto”. O, se preferite, Idiocracy.

Il film del 2006 diretto da Mike Judge è incasellato come “commedia” ma io non sono mica troppo d’accordo.
Sì, ha i suoi momenti divertenti e volutamente esagerati.

Ma quanto?

Parliamo di un’ambientazione distopica dove, a causa della maggiore prolificità delle persone stupide, il livello di intelligenza medio raggiunge livelli talmente bassi da mettere a rischio la sopravvivenza del genere umano.

Questa società involuta è tremenda: le persone vivono alla mercé delle grandi aziende multinazionali mentre vengono costantemente bombardate da maxi schermi pubblicitari.

Mangiano cibo spazzatura, consumano, sprecano, deturpano.

Analfabeti violenti, personaggi assurdi (tra cui il Presidente Americano Dwayne Camacho, wrestler e pornoattore) e la Brawndo: la bevanda energetica che ha rimpiazzato l’acqua in tutti i suoi usi.

Un mondo che si spegne lentamente e in modo del tutto inconsapevole.

Forse la peggiore tra le apocalissi.

QUALE SCENARIO POST-APOCALITTICO È IL PIÙ REALISTICO?

 

Quale scenario post-apocalittico è il più realistico?

Me lo sono chiesta più volte, alla ricerca di pro e contro di ogni possibile “ambientazione” e penso d’essere arrivata a una conclusione.

Per molto tempo ho pensato a uno scenario simile a quello della saga di Fallout.
Poi ho capito che questa era una visione fin troppo ottimistica.

La verità è che credo finiremmo in un mondo molto simile a quello raccontato da Cormac McCarthy nel suo famoso libro “The Road”.

È un romanzo così pieno di dolore e perdita.
L’ho riletto solo un paio di volte.

Non viene mai specificata la catastrofe che ha piagato “The Road” ma è chiaro che qualcosa sia andato terribilmente storto.

Il mondo sta morendo.

Sì, ci sono alcune bande di cannibali ma nessuna vera riorganizzazione.
La disperazione spinge le persone ad agire nel modo più bestiale solo per soddisfare i loro bisogni primari mentre le radiazioni li consumano.
I rari incontri sono guidati da un senso di paura e forte diffidenza.

Anche l’intero ecosistema è provato: pochi animali, vegetazione scarsa e meteo del tutto instabile.

I personaggi principali, poi, non sono mercenari armati e muscolosi.
È la storia di un padre e un figlio: due persone deboli, malate e affamate.
In un passaggio, l’uomo ricorda di come la sua compagna avrebbe voluto usare la pistola per mettere fine alle loro esistenze senza speranza.

Lo so, questo è molto deprimente ma se si dovesse verificare una catastrofe mondiale, è probabile che diventeremmo dei fragili vagabondi piuttosto che eroi alla ricerca di redenzione.

Immagine: alexandreev on DeviantArt

LA RELAZIONE TRA PUNK E POST-APOCALITTICO

 

Post apocalittico e punk: una relazione che ci accompagna da sempre.

“È vestito con pelle, borchie e ha una cresta colorata?
Allora è molto probabile che quello sia il cattivo dell’opera”.

Ma come è nato questo connubio?

Dobbiamo tornare agli anni ’60: momento di svolta per il mercato musicale, alla costante ricerca di nuovi talenti: i musicisti hanno una forte necessità di far sentire la propria voce e questo garantisce loro forza e purezza espressiva.

Il senso di ribellione e il disprezzo per tutto ciò che è mainstream si espande negli anni ’70: Ramones, Sex Pistols, Clash (solo per citarne alcuni) dominano la scena.
La musica inneggia alla disubbidienza e sbeffeggia ogni forma d’autorità. Combatte contro il sistema.

Lo stile punk si trasforma in un fenomeno dilagante e, paradossalmente, diventa moda.
Il suo stile viene anche rielaborato da sottoculture come rocker, biker e skinhead.
E proprio in questi anni arriva il punk cinematografico di Jubilee di Derek Jarman (un film surreale, dai tratti distopici). Un’apocalisse moderna con una sensazione di oppressione socio-politica che spingeva i punk alla rivolta.

Però è con Interceptor – Il guerriero della strada e Mad Max – Oltre la sfera del tuono, che si delinea meglio questa dinamica.

L’esperta costumista Norma Moriceau, incaricata di definire lo stile dei personaggi, aveva già lavorato sul set di “La grande truffa del rock’n’roll” (documentario che narrava la nascita, l’ascesa e il declino dei Sex Pistols).
La Moriceau, in accordo con Miller, decide quindi di fondere il post-apocalittico con l’ultimo decennio della sottocultura rock.

Uno stile che persiste ancora oggi.

LLOYD, UN UOMO ALLA DERIVA (THE STAND)

 

Lloyd Henreid è un personaggio secondario – e antagonista – del romanzo “The Stand” di Stephen King.

Un criminale che, di certo, non spicca per intelligenza.

Alla vigilia dell’epidemia di super-influenza si imbatte in Andrew “Poke” Freeman, un detenuto pericoloso e crudele.
Alimentati da droga e alcolici, commettono vari reati minori fino all’assalto della stazione di servizio di Burrack.

La rapina va male: due clienti vengono uccisi, Poke viene colpito dagli agenti e Lloyd catturato e arrestato.
Detenuto in un’ala della prigione municipale di Phoenix, Lloyd si trova, ancora una volta, nel luogo sbagliato al momento sbagliato.

La super-influenza si abbatte sulla città, uccidendo tutte le guardie carcerarie e i detenuti. Tranne lui.
L’uomo viene, di fatto, dimenticato nella sua cella a morire di fame.

Lloyd prova a sopravvivere bevendo l’acqua del gabinetto, mangiando ratti e divorando, in preda alla disperazione, la gamba del suo compagno di cella.
Viene trovato mezzo morto da Randal Flagg che lo salva in cambio della sua fedeltà più totale.

Ma perché mi piace tanto?

Lloyd – che nella miniserie è interpretato magistralmente da Nat Wolff – è un uomo alla deriva.

Vittima di una società crudele e schiavo delle sue stesse debolezze e pulsioni.

È un corrotto, spaventato e senza direzione che vuole essere premiato e lodato per meriti che non gli appartengono.
Alla costante ricerca d’approvazione, si camuffa per non rivelare – nemmeno a se stesso – una triste verità: il suo stato di puro e semplice vittimismo.

È in un limbo, immobile.

A metà strada tra una forza di volontà troppo debole per permettergli di agire e un’apparenza errata, ma ormai radicata, che lo costringe a comportarsi come la persona che non è.

FALLOUT 4: SCONTRO AD ALTA QUOTA

 

Eccomi con un altro racconto, stavolta su Fallout4.

Dovete sapere che io soffro di acrofobia, cioè la paura di cadere quando mi affaccio da un luogo elevato. Mi vengono le vertigini, la tachicardia e sento cedere le gambe.
Questa simpatica fobia mi ha abituata a rifuggire le grandi altezze e vivere serenamente in uno spazio compreso tra il piano terra e il quinto piano.

Ma veniamo a noi.

Devo liberare una zona dai predoni e la mappa indica un luogo preciso, una fabbrica al centro del nulla.

Arrivo, perlustro con attenzione finché un proiettile mi pettina e capisco che mi stanno sparando dall’alto.

Entro ed elimino ogni creatura umana, mutante o robot: così, per andare sul sicuro. Con calma salgo i piani della grande struttura. Dietro di me, una scia di sangue e bulloni.

Mi trovo davanti a un portellone di sicurezza che conduce all’esterno. Esco.

Vedo una passerella, una guardiola e poi un altro lungo passaggio quasi verticale che mi condurrà in cima alla torre con il logo dell’azienda.
Rimangono due predoni: quello della guardiola lo elimino subito, l’altra se ne sta lassù in cima.

Le punterei un Fat-Man addosso, se ne avessi uno ma devo salire. Non c’è scelta.

La prima rampa, tutto sommato, va bene.
La seconda, no.

Mi guardo in giro e sento le mani sudare, i tasti scivolano via dalle dita. Con una pendenza del 96% e il vuoto che mi circonda, mi chiedo se sia il caso di lasciarmi morire lì.
Se davvero ho voglia di uccidere quella predona che magari, a casa, ha anche una famiglia che la aspetta.

La mia pietà non viene ripagata: vengo colpita a una gamba. Attaccandomi alla ringhiera tentenno in avanti, un passetto alla volta.
Lei mi carica e inizia il combattimento.

Nella ferocia dell’azione rimaniamo buggate tra il giaciglio della tizia e la grata di ferro rugginoso. Iniziamo a vorticare tra il metallo e il vuoto cosmico.

Riprendo il controllo dopo svariati secondi di puro terrore giusto in tempo per lanciarla giù e usare il Pip-Boy che mi permetterà di teletrasportarmi lontano da quel posto oscenamente alto.

La schermata di caricamento termina: sono al sicuro.

Poso il Pip-Boy e vengo mangiata da un Ratto Talpa radioattivo.

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