LA FINE DELL’ETERNITÀ

 

La fine dell’eternità (The End of Eternity) è un romanzo di fantascienza di Isaac Asimov del 1955.

La storia costituisce il presupposto narrativo dei successivi cicli di romanzi asimoviani.

Andrew, è un tecnico manipolatore del tempo appartenente alla casta degli Eterni, uomini che a partire dal XXVII secolo in poi hanno deciso di eliminare tutte le imperfezioni dalla realtà.

IL GRANDE PASSO
Meglio un’esistenza imperfetta, segnata da errori e conflitti o una vita incasellata in una rassicurante tranquillità?
Il tema della libertà, in tutte le sue forme e della fallibilità è davvero ricorrente negli scritti di Asimov ma mai ridondante o noioso.
L’umanità paragonata a un bambino che deve imparare a camminare e cadere per poter capire come ci si rialza.
Che compie le sue scelte culturali, storiche e naturalmente tecnologiche perché non può proprio farne a meno.

L’uomo è visto come un esploratore incapace di accettare la restrizione: in gabbia si è destinati a sopportare la vita fino al giorno della morte.

Questo libro sta proprio alla base di quello che, un giorno, sarà l’Impero galattico.

Citato anche nell’Orlo della Fondazione (quando il vecchio Dom racconta a Trevize e Pelorat un’antica leggenda che parla degli Eterni e del loro modo di modificare il tempo) e connesso con il Ciclo dei Robot.

Il romanzo nacque dalla rielaborazione di un racconto che Asimov aveva finito di scrivere il 6 febbraio 1954.
Aveva avuto l’idea vedendo in una vecchia rivista (del 1928): un’immagine di un geyser che ai suoi occhi era sembrato un fungo atomico -che non avrebbe potuto esistere in quell’anno-

Incentrato sul tema del tempo e dei suoi paradossi risultava fin troppo originale e slegato dal mainstream fantascientifico della sua epoca.
Una brillante celebrazione del valore dell’ingegno e della creatività.

RUST AND DUST

 

“Rust And Dust è un progetto di Gioco di Ruolo dal Vivo a tema Post Apocalittico, ambientato in un lontano futuro in cui l’umanità ha perso il potere della tecnologia e della civiltà e lotta solo per sopravvivere.”

Ma di cosa stiamo parlando?

Il gioco di ruolo dal vivo (abbreviato in GRV, in inglese LARP, Live Action Role-Playing) è una forma di gioco in cui i partecipanti interpretano fisicamente i loro personaggi rappresentandoli in diverse situazioni fittizie.
È una forma quasi teatrale, che si sviluppa tramite l’uso di costumi, equipaggiamento e scenografie a tema con l’ambientazione – sia essa storica o di pura fantasia –
Ogni azione e reazione, viene rappresentata in modo realistico, oppure mimata o raccontata (come succede nel gioco di ruolo da tavolo. Es. Dungeons & Dragons, Project H.O.P.E., Sine Requie).
Si può paragonare questo tipo di attività a una “improvvisazione ludica”: i giocatori/attori hanno un canovaccio, costituito dal background del proprio personaggio, dai suoi obiettivi e dalle sue caratteristiche e lo interpretano al meglio delle loro possibilità.
Il “master” o “narratore’’ dirige il gioco ma, a differenza di un regista teatrale, si limita a osservare, rispondendo alle domande dei giocatori e garantendo lo svolgimento della scena, senza interferire nelle decisioni individuali.
Un’esperienza coinvolgente che ci permette di avere la nostra ”fetta di apocalisse” a portata di mano.

Sono consapevole che questo tipo d’esperienza venga spesso etichettata come ”materiale nerd” o ”cose strane fuori dagli schemi” ma, come giocatrice, vi posso dire che anche i più timidi riescono a trovare il loro spazio senza sentirsi in imbarazzo.
Inoltre, il sito di Rust And Dust (ve lo metto qui, nel caso abbiate voglia di farci un salto www.radlarp.com*) è molto dettagliato e curato.
Mi hanno subito dato l’impressione di persone competenti e disponibili, con cui ci si diverte.

 

*link rimosso perchè non più funzionante

BROKEN AGE

 

Broken Age è un’avventura grafica punta e clicca ideata da Tim Schafer, primo ritorno al genere dopo Grim Fandango del 1998.
Ex membro della Lucas Arts, collabora alla scrittura dei testi di “The Secret of Monkey Island” e del suo seguito, che uscirà nel 1991.
Autore di Brütal Legend, nel 2009.

Universi paralleli, misteri, rompicapi e una trama intensa – fortemente fantascientifica – hanno rotto la barriera del pregiudizio che, all’inizio, mi frenava (la grafica mi era sembrata un po’ troppo “bambinesca”).

Broken Age racconta la storia di due adolescenti con nessuna apparente connessione immediata, che cercano di «rompere la tradizione nelle loro vite».

Vella Tartine vive in un territorio devastato dai Mogs, creature gigantesche che provengono dalla Barriera della Pestilenza.
Per placare la loro fame, ogni 14 anni, giovani ragazze vengono sacrificate durante i numerosi Banchetti delle Fanciulle.

Shay Volta è l’unico passeggero dell’astronave Nostranavis.
Di giorno, l’IA del computer della nave agisce come una figura materna per Shay, occupandosi delle sue «missioni» infantili e noiose routine, impedendogli allo stesso tempo, di conoscere o esplorare qualsiasi cosa più lontana dall’esterno della nave.
Di notte, l’IA agisce come una figura paterna, comprendendo il ragazzo e il suo desiderio d’indipendenza, ma sempre troppo indaffarato per spendere tempo con lui.

DIECI STORIE DELL’ALTRO MONDO

 

“Dieci storie dell’altro mondo” è una raccolta di racconti che si legge volentieri ma non così immediato come vuole apparire.

I personaggi di Lafferty e le sue storie esagerate unite a uno lo stile particolare si incastrano con difficoltà in una singola categoria.
La trama, infatti, è spesso di secondaria importanza rispetto a tutto ciò che troviamo nelle sue opere che si contraddistinguono per l’uso originale del linguaggio e della metafora.

Uno in particolare: Sei miliardi di imbecilli, vincitore nel 1973 del Premio Hugo per il miglior racconto breve.

Albert è “l’ultimo degli imbecilli”, così stupido che non può imparare a fare cose semplici, costretto a inventare macchine estremamente complesse e potenti che facciano il lavoro al posto suo.

Lo seguiamo dalla scuola elementare – dove nasconde la sua incapacità di fare aritmetica inventando la calcolatrice – fino all’età adulta, quando le sue invenzioni lo conducono al successo.
Ma Albert vive afflitto da un disturbo particolare che lo rende incapace di “funzionare” senza le sue invenzioni.

“La sindrome dell’impostore” – termine coniato nel 1978 dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes – descrive una condizione psicologica diffusa fra le persone con una carriera brillante, caratterizzata dall’incapacità di interiorizzare i propri traguardi e dal terrore persistente di essere esposti in quanto “impostori”.
A dispetto delle dimostrazioni esteriori di competenza, rimangono convinte di non meritare il successo ottenuto che viene ricondotto a fattori come “la fortuna” o “il tempismo”, oppure ritenuto frutto della sopravvalutazione degli altri.

LA COSA

 

La Cosa (The Thing) è un film del 1982 diretto da John Carpenter.

Un gruppo di ricercatori in Antartide è alle prese con una forma di vita extraterrestre parassita, precipitata sulla Terra, con la facoltà di assumere le sembianze degli esseri con i quali viene a contatto.

PREQUEL E SEQUEL
Nel 2002 è stato sviluppato un videogioco omonimo per PC, PlayStation 2 e Xbox che funge da sequel; nel 2011 è uscito un prequel del film, La cosa, ambientato tre giorni prima degli eventi del film di Carpenter e incentrato sull’equipaggio norvegese che per primo scoprì l’alieno.

Curiosità:

– A differenza di altri suoi film, John Carpenter non compose la colonna sonora, ma affidò il compito a Ennio Morricone, il quale seguì uno stile simile a quello del regista.

– In Italia la pellicola ha avuto un incasso totale pari a 1.714.000.000 di lire e si è classificato al 45º posto tra i primi 100 film di maggior incasso della stagione cinematografica italiana 1982-1983.

– La Cosa è basato sul racconto “Who goes there?” di John W. Campbell.

– Nel 1951 era già uscito “La cosa da un altro mondo” diretto da Howard Hawks, sempre tratto dallo stesso racconto.

– Il cane nel film si chiamava Jed: mezzo lupo e mezzo husky.

– Gli effetti speciali sono stati creati da Rob Bottin, che aveva solo 22 anni.

– La voce femminile sul computer era quella della moglie del regista.

– L’effetto sonoro del vento antartico è stato realizzato registrando il vento del deserto fuori Palm Springs.

– Non ci sono personaggi femminili nel film a eccezione della voce del computer. All’inizio era stata inserita una donna nell’equipaggio ma l’attrice rimase incinta e fu costretta ad abbandonare le riprese. Venne sostituita da un uomo.

– I tentacoli che Clark vede nella gabbia del cane sono fruste manovrate direttamente da Rob Bottin.

– Nick Nolte e Jeff Bridges hanno rifiutato il ruolo di MacReady, parte andata poi a Kurt Russell.

– John Carpenter ha dichiarato che, di tutti i suoi film, questo è il suo preferito.

– Nella scena dell’autopsia sono stato usati veri organi di animali.

– Il film è diventato parte della cultura in Antartide: durante la festa di Midwinter, il 21 giugno, ci si riunisce per vedere La Cosa.

– All’inizio del film si sente una frase in norvegese “Non è un cane, è una specie di Cosa!”

– La reazione di Kurt Russell quando usa il candelotto di dinamite è autentica. Non aveva idea della potenza dell’esplosione che l’ha anche ferito.

fonte: noi degli anni 80/90

FONDAZIONE E TERRA

 

Fondazione e Terra è un romanzo di fantascienza dello scrittore Isaac Asimov.
È il quinto libro in ordine di scrittura del Ciclo della Fondazione mentre in ordine cronologico rappresenta il settimo ed ultimo racconto di questo lungo ciclo.
Pur essendo il seguito di L’orlo della Fondazione, può tranquillamente essere letto come libro a sé stante, come spiega lo stesso Asimov nella prefazione.

Qua sotto trovate i miei appunti sulla Fondazione:

I ROBOT
“I robot non hanno avuto alcun ruolo significativo nella storia umana dopo la scomparsa degli spaziali. Gaia non ha avuto alcun ruolo significativo se non di recente. Basterebbe una sola parola da parte di Trevize, un essere umano, per vanificare tutto quanto. Dunque, l’umanità è l’unica specie intelligente significativa della galassia.”
Ci sono davvero pochi scrittori che riescono a far trasparire l’anima del robot senza cadere in un inutile e melenso teatrino di “tenerezza meccanica”.
Per comprenderne a fondo l’importanza bisogna sicuramente leggere “Il ciclo dei robot” e, aggiungerei, di farlo prima del “Ciclo della Fondazione”.
Credo di essermi persa molti retroscena (che avrebbero arricchito la storia) ma questa mancanza non ha influito sul mio giudizio finale: i robot di Asimov si apprezzano perché sono reali.
Sembra di leggere una pagina del passato (o del futuro) dove viene narrata la loro storia e il rapporto con l’umanità.
C’è una scena, in particolare, che mi ha emozionato: un vecchio amico che ho incontrato molto volentieri e che speravo di rivedere prima della fine.

LA SCOPERTA
“Capì subito cosa avesse di strano la visiera. C’era del muschio che cresceva rigogliosamente nel punto in cui il vetro della visiera incontrava il tessuto metallizzato della tuta. Era orlata di lanugine verde e Trevize si rese conto che anche la sua doveva essere in condizioni identiche.”
Ho trovato una storia strutturata sull’avventura della scoperta.
La trama segue, in modo lineare la ricerca della Terra passando attraverso una serie di pianeti ognuno con le proprie particolarità.
I protagonisti non vengono più coinvolti in grandi raggiri ma affrontano la diversità dei nuovi mondi con le loro insidie finendo, molto spesso, in situazioni delicate.
Si pone l’attenzione non solo a “usi e costumi” differenti ma proprio sulla pericolosità di ecosistemi che vogliono preservarsi creando un fragile equilibrio interno.

LA TERRA
“Sai cosa avrei voglia di fare? Riportare te, Bliss e la bambina su Gaia e lasciarvi là. Poi mi piacerebbe andare su Terminus, restituire l’astronave e dimettermi dal Consiglio, così farei un enorme favore al Sindaco Branno. Infine, mi piacerebbe andare in pensione e lasciare la Galassia al suo destino, infischiandomene del Piano Seldon, della Fondazione, della Seconda Fondazione e di Gaia. La Galassia potrebbe scegliere da sola la sua strada.”
La parte dedicata alla Terra è davvero molto breve, quasi accennata.
Strano, per un libro incentrato sulla ricerca del pianeta d’origine, eppure perfettamente sensato.
Trevize dice spesso che: “Solo trovando la Terra avrà le risposte che cerca”.
Mentre io mi chiedevo spesso: “Perché, Trevize? Perché la cerchi dopo tutti questi anni? Che risposte vuoi che ti dia?”
In effetti, ciò che ho trovato (e avevo già notato nei libri precedenti) è che Asimov trova il valore nella ricerca.
Il continuo “trial and error” è la crescita stessa del personaggio.
Un po’ come succedeva con Hari Seldon mentre tentava si sviluppare la psicostoria.

GAIA VS TREVIZE
“L’intero è superiore alla somma delle parti.”
“Sì. Hai colto il motivo fondamentale dell’esistenza di Gaia. Tu, come individuo umano, sei composto da cinquanta trilioni di cellule.
Come individuo multicellulare sei più importante della somma individuale delle cellule. Su questo sarai d’accordo, mi auguro.”
Lo scambio di battute tra Trevize e Bliss è costante.
Il primo, rispecchia la natura umana in tutti i suoi pregi e difetti, nella violenza e, talvolta, nella “paura di ciò che è diverso e inspiegabile”.
Bliss, al contrario, ci mostra un punto di vista all’inizio difficile da accettare ma che diventa inevitabile, una volta compreso il senso di questo viaggio.
L’uomo colpisce ciò che non conosce, Gaia accoglie.
Forse è questo il più grande balzo dell’evoluzione.
“Lottiamo fra noi da tanto tempo che siamo abituati alle dispute più assurde e letali. Gli invasori, trovandoci internamente divisi, ci sottometteranno o distruggeranno.”

IPOTESI SOPRAVVIVENZA

 

Ipotesi sopravvivenza (Threads) è un film per la televisione del 1984, scritto da Barry Hines e diretto da Mick Jackson.
Prodotto in collaborazione tra BBC, Western World Television e Nine Network narra, in uno stile documentaristico, un possibile scenario post bellico a seguito di un conflitto atomico mondiale.

La trama principale riguarda due famiglie di Sheffield che affrontano le loro crisi personali mentre la Guerra Fredda degenera.
Una trama secondaria, che si svolge attorno al Capo Esecutivo del consiglio municipale di Sheffield, illustra i piani che il governo britannico dell’epoca aveva per gestire una situazione di guerra atomica.

«La nostra intenzione nel girare Ipotesi sopravvivenza era d’uscire dalla politica e di mostrare gli effetti che un tale evento avrebbe su tutte e due le parti se i nostri sforzi migliori per impedire una guerra nucleare dovessero fallire.»
Mick Jackson fu scelto perché aveva prodotto nel 1982 il documentario BBC “A Guide to Armageddon”.
Il regista consultò scienziati, psicologi, dottori e specialisti della difesa per una realizzazione più veritiera.
Per rappresentare gli effetti psicologici d’un attacco nucleare, analizzò i comportamenti dei superstiti dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki.
Sheffield fu scelta come ambientazione principale a causa della sua politica anti-nucleare.

Fu trasmesso in Italia una sola volta su RAI 1 il 7 agosto 1985, preceduto dal documentario “L’inverno nucleare”, con un’introduzione da parte di Piero Angela.
È stato paragonato a “The Day After – Il giorno dopo”, che mostrò uno scenario analogo negli Stati Uniti.

HARDWARE – METALLO LETALE

 

Hardware – Metallo letale è un film del 1990 diretto da Richard Stanley.

In un futuro non troppo lontano, la Terra è intossicata dall’inquinamento e la popolazione si è imbarbarita in preda a una dilagante anarchia.
Un rigattiere acquista i resti di un robot che un nomade ha rinvenuto nel deserto, per donarli alla fidanzata scultrice.
Questi, però, si rivelano parti di un cyborg militare, M.A.R.K-13, che animato dalla sua capacità di auto-ripararsi, mieterà morte e distruzione.

Il nome del robot è un riferimento al Vangelo secondo Marco. Durante il film, il protagonista ne legge un pezzo e si ferma proprio al capitolo 13. In esso troviamo una frase fondamentale per la storia: «nessuna carne verrà risparmiata» (versetto 20).

Numerose le apparizioni “musicali”:
– Carl McCoy dei Fields of the Nephilim, nel ruolo del nomade.
– Lemmy Kilmister dei Motörhead, nel ruolo del taxista (che ascolta Ace of Spades).
– Iggy Pop nel ruolo del telepredicatore invasato (del quale si sente solo la voce trasmessa dalla stazione radio WAR)
– Gli GWAR che compaiono in TV sotto le note di Stigmata dei Ministry.

Rimangono impressi i colori sabbiosi che suggeriscono un’idea di afa e caldo, oltre che di squallore sociale.
Immagini fotografate a meraviglia; diretto e interpretato con trasporto e ispirazione, dove i pochi mezzi a disposizione si rivelano un’arma poetica efficace.
Il film fu girato in totale autonomia e con un budget limitato ma “è una riprova che il basso budget non sempre significa scarsa qualità”.

L’ORLO DELLA FONDAZIONE

 

L’orlo della Fondazione è un romanzo fantascientifico del 1982 di Isaac Asimov, facente parte del ciclo della Fondazione.
È il quarto libro del ciclo, scritto trent’anni dopo la trilogia originaria.
Nell’arco della narrazione si colloca come sesto dei sette.
Primo di Asimov a divenire un best seller, dopo quarantaquattro anni di scrittura e 262 libri.
Al suo esordio, ebbe tanto successo che per venticinque settimane rimase nell’elenco dei libri di fantascienza più venduti del New York Times.
Nel 1983 ricevette sia il premio Hugo sia il premio Locus come miglior romanzo.

Questi sono gli appunti che ho raccolto:

PRIMA FONDAZIONE
“Non permettere mai che il tuo senso morale ti impedisca di fare quello che è giusto.”
Nell’Orlo della Fondazione troviamo questa fazione potente e scaltra. La tecnologia li ha resi liberi e indipendenti da ogni cosa, perfino dal Piano Seldon.
Un volontario e lento distacco che ha emancipato un popolo stufo di dover dipendere da una “profezia” (anche se basata su calcoli e non sulla fede), che è consapevole del suo prestigio e ha voglia di rivalsa.
Una società che detesta l’ombra della Seconda Fondazione, di tutto ciò che possa controllarla e veicolarla come farebbe il padrone che stringe il guinzaglio del proprio cane.
Anche se il Sindaco Branno è una delle personalità che ho giudicato più spiacevoli dell’intero ciclo, ne ho capito a pieno le motivazioni, arrivando a giustificare quella che, a primo impatto, può essere giudicata come “fredda crudeltà”.

SECONDA FONDAZIONE
“Non fare niente a meno che tu non ci sia costretto, e quando sei costretto ad agire prima esita.”
Nel mio immaginario: un gruppo di pomposi individui che siedono attorno a un tavolo mandandosi impulsi mentali per comunicare modifiche del Piano Seldon che non esisterebbe senza pomposi individui che siedono attorno a un tavolo mandandosi impulsi mentali per comunicare modifiche del Piano Seldon.
C’è una parola, che secondo me, racchiude il concetto della Seconda Fondazione: controllo.
Il controllo che esercita (o prova ad esercitare) su tutto.
Non dico che sia un despota senza scrupoli e nemmeno che goda nel veicolare questo potere ma, di fatto, governa silenziosamente la Galassia.
Era ciò che voleva Hari Seldon, in fondo.
La Tavola degli Oratori, però, è gestita da uomini (straordinari, sì) ma pur sempre fallibili.
Le lotte e i tradimenti toccano anche loro come chiunque altro.
Anche in questo caso, ciò che li spinge ad agire è una nobile, ottima giustificazione.
Questo peso si fa sentire durante la narrazione.
Difficile a questo punto scegliere quale sia il male minore:
meglio essere guidati dalla tecnologia di un Nuovo Impero o lasciare che il piano Seldon gestisca ancora una volta il destino dell’umanità?
Gendibal, facente parte della Tavola, è in netta contrapposizione con il sindaco Branno eppure ho riscontrato un importante punto in comune tra i due: l’ambiziosità.

GAIA
“Chi è Gaia?”
Bliss apparve interdetta. “È semplicemente Gaia.”
Terza e ultima fazione.
Scopo e struttura del pianeta: chiaro e descritto con molta attenzione.
I concetti vengono ripetuti e analizzati secondo vari punti di vista, mai scontati o banali che aggiungono, ogni volta, un dettaglio in più alla narrazione.
Di Gaia non so se averne paura o esserne affascinata, non capisco se potermi fidare di lei o respingerne l’idea di base.

TREVIZE E PELORAT
“Dorme?”
“Finché lei parla, è escluso.”
Il rapporto tra questi due personaggi è, in assoluto, la dinamica che mi è piaciuta di più.
Ho trovato una piacevole ironia, parole semplici e dialoghi credibili.
Trevize, determinato e spigoloso e Pelorat, accomodante e dolce sono una coppia vincente perché compensano le mancanze reciproche e amplificano i loro pregi.
“Io sono un uomo abituato alla passività, Golan. Ho trascorso la vita chino su documenti. L’attesa è il mio mestiere. Lei invece è un uomo d’azione e quando le impediscono d’agire sta male.”
Ogni aspetto di questo rapporto mi ha appassionato (pur apprezzando di più il “vecchio” Pelorat), in loro compagnia la ricerca è stata ancor più avvincente perché si ponevano le stesse domande che mi facevo anche io.
Mi ha divertito sapere di non essere “l’unica” a tormentarsi con dubbi e perplessità.

LA CONTADINA
La vera determinazione l’ho trovata nel più insolito dei personaggi.
Sura Novi, donna semplice con una forte personalità che, confidandosi con Gendibal, aspira a diventare molto più di una semplice contadina.
“Tu vuoi fare la studiosa?”
Come poteva spiegare a una contadina ignorante che per diventare quello che i trantoriani chiamavano tedioso occorreva un certo livello di intelligenza, di educazione, di energia mentale?
“Io so leggere e scrivere. Ho letto interi libri dalla fine a anche dall’inizio. E c’ho voglia di stare tediosa. Non voglio fare la moglie del contadino. Non sto adatta ai campi. Non sposerò il contadino, non farò figli al contadino.”
“Che cosa farà nella vita, se non si sposa?”
“Starò tediosa. Non starò contadina.”
“E se non posso farla diventare una studiosa?”
“Allora non sto niente e aspetto di morire. Non voglio star niente nella vita, se non tediosa.”

2001 ODISSEA NELLO SPAZIO

 

2001: Odissea nello spazio è un film del 1968 prodotto e diretto da Stanley Kubrick.
Storia fantascientifica ambientata in un vicino futuro, tocca temi come l’identità della natura umana, il suo destino e il ruolo della conoscenza.

Qualche curiosità:

– Secondo molte persone, la sigla del computer di bordo HAL 9000, sarebbe stata ottenuta prendendo l’acronimo IBM, e scegliendo le lettere immediatamente precedenti nell’alfabeto: HAL.
Il co-sceneggiatore Arthur C. Clarke, però, ha sempre smentito questa ipotesi dichiarando che se si fosse accorto in tempo della “coincidenza”, avrebbe cambiato il nome.
In realtà significa: Heuristic Algorithmic.

– Siamo abituati a identificare HAL 9000 con il suo occhio rosso. Ma quella è solo la sua antenna esterna.
Il cuore di HAL è la brain room, grande quanto una stanza.
Grazie alla collaborazione di Eliot Noyes, consulente capo e designer della IBM, Kubrick ne creò una geometrica e trasparente; un ambiente fatto di vetro acrilico, luci e griglie.

– Era Saturno la destinazione iniziale dell’astronave Discovery ma il team degli effetti speciali capì che non era facile realizzarne gli anelli.
Giove fu la scelta definitiva.

– “I modelli di 2001: Odissea nello spazio probabilmente sono quelli che sono stati costruiti con più precisione per un film” ha raccontato il supervisore degli effetti speciali Douglas Trumbull. “Appena il design complessivo di ogni modello è stato completato si cominciò con la costruzione della forma elementare di ogni veicolo aerospaziale, e questo processo durò diversi mesi. Poi ebbe inizio l’arduo compito di decorare e curare nei dettagli ogni modello. Numerose squadre di costruttori di modelli lavorarono ventiquattrore su ventiquattro per produrre il risultato finale”.

– La navicella guidata da Bowman, l’unico astronauta superstite, avanza in quello che fu paragonato come un trip lisergico.
La tecnica di questa scena è una scoperta fototecnica della metà degli anni Sessanta, la solarizzazione cromatica: un effetto fotografico che si basa sulla sovraesposizione, creando una parziale inversione dell’immagine.

– Kubrick respingeva l’idea di scrivere 2001 sotto la forma convenzionale di una sceneggiatura cinematografica, «la forma meno propizia alla comunicazione che sia mai stata inventata», affermava.

– Alla fine dell’aprile 1965, Kubrick avviò la produzione del film.
Il primo passo fu accantonare il titolo pensato inizialmente: Journey Beyond the Stars.
Annunciò alla stampa mondiale che si sarebbe chiamato 2001: Odissea nello spazio e chiese espressamente che lo si pronunciasse «two thousand and one» e non, come consentito nell’uso inglese, «twenty zero one», che a lui suonava male.

– La pubblicità e la “comunicazione” di 2001, al momento dell’uscita, misero l’accento sulla cura per la precisione scientifica e futurologica.
Si trattava infatti di raggiungere un pubblico più ampio di quello dei cultori di fantascienza, cercando di lottare contro la reputazione di puerilità attribuita al genere.
In un’intervista rivelò «I film di fantascienza sono sempre stati sinonimo di mostri e di sessualità, noi abbiamo cercato un altro approccio».
In quanto genere popolare, la fantascienza pre-2001 è associata, di fatto, alla sessualità: ragazze ingenue in abbigliamento succinto o donne molto sexy al cospetto di mostri che le rapiscono. Non è un caso se in 2001 la presenza delle donne è ridotta a qualche figura marginale.

– Fellini espresse per telegramma emozione ed entusiasmo dopo la visione della pellicola.

– John Lennon dichiarò di rivedere il film ogni settimana.

– Un giornalista di «Playboy» chiese a Kubrick se avesse mai preso l’LSD. Il regista rispose che la droga non è fatta per l’artista, perché crea uno stato di soddisfazione a priori, uccide lo spirito critico e fa sembrare tutto bello e interessante.

– Durante le riprese del film, Kubrick manovrò in prima persona la pesante telecamera Mitchell 65mm e lo fece in due occasioni.
La prima, quando gli astronauti scendono nello scavo dove trovano il monolito e la macchina da presa li segue letteralmente, come fosse uno di loro.
La seconda, durante il percorso di Bowman verso i circuiti della memoria di HAL.

– Durante la scrittura del soggetto con Clarke, Kubrick aveva ascoltato spesso i Carmina Burana di Carl Orff.
Contattò il vecchio compositore tedesco per avere una musica originale, ma quest’ultimo declinò a causa della sua età avanzata.

– Il primo aprile del 1968, la MGM organizzò l’anteprima del film a New York a cui Kubrick assistette per osservare la reazione dei critici. Il regista aveva attraversato l’Atlantico in nave, al bordo della quale si era fatto installare una sala di montaggio. Ritoccò il film perfino durante l’attracco.
Assistere alla prima gli servì per capire dove poter migliorare: il 3 aprile tagliò 17 minuti alla versione originale di 156, per un totale circa di 30 tagli singoli.

– David Bowie dichiarò che per scrivere Space Oddity si ispirò al film, smentendo la credenza che fosse stata ideata in onore del lancio dell’Apollo 11 nel 1969.

– Nel 1976 la Marvel Comics decise di adattare il film nell’omonimo fumetto affidando il lavoro a Jack Kirby. L’opera, capolavoro indiscusso del fumettista, riscosse un successo tale, da indurre la casa editrice a continuarne la pubblicazione con episodi mensili che dal film originale mantenevano solo una vaga ispirazione.

Fonti: movieplayer.it / bloglindau.it
Fan art by musiriam

Close