SALTO NEL BUIO

 

Salto nel buio (Innerspace) è un film del 1987 diretto da Joe Dante e prodotto da Steven Spielberg.

Ispirato al romanzo “Viaggio allucinante” di Isaac Asimov, a sua volta tratto dall’omonimo film del 1966 basato su un racconto di Otto Klement.

Un gruppo di scienziati ha programmato, a Silicon Valley, uno straordinario esperimento: il Tenente Tuck Pendelton, collaudatore di aerei, verrà miniaturizzato e quindi iniettato, dentro una vera e propria capsula spaziale, nel corpo di un coniglio al fine di testare alcune nuove tecnologie.
Ma Victor Scrimshaw, un affarista senza scrupoli, cerca di mettere le mani sul progetto.

Ho raccolto qualche curiosità.

– Ci sono evidenti similitudini tra la navetta del film e quella di Explorers, diretto sempre da Joe Dante.

– Il padrone del supermarket dove lavora Jack Putter è interpretato da Henry Gibson, che aveva già recitato in “Blues Brothers” (era il capo dei nazisti dell’Illinois).

– Il film ha vinto un Oscar per i migliori effetti speciali.

– È stato, insieme a RoboCop, tra i primi film con la colonna sonora registrata in Dolby SR, una tecnologia analogica che permette la riduzione del rumore di fondo.

– Alcune scene sull’inseguimento del dottor Ozzie Wexler vennero girate a Los Angeles, accanto al canale dove, negli anni successivi, verranno realizzate alcune scene del film Terminator 2 – Il giorno del giudizio.

ROBOT CITY

 

Robot City è un’avventura grafica sviluppata da Brooklyn Multimedia e pubblicata da Byron Preiss Multimedia alla fine del 1995.

Il gioco ripercorre in maniera piuttosto fedele le vicende raccontate nell’omonima serie di romanzi, nei quali altri autori, con l’autorizzazione di Isaac Asimov stesso, hanno ampliato e approfondito i concetti presentati nel Ciclo dei Robot. In particolare, le tre leggi della robotica e l’interazione uomo-robot.

Protagonista delle vicende è Derec, un uomo che si risveglia privo di memoria su un asteroide ghiacciato. Senza avere idea di chi sia o perché si trovi lì, dopo varie peripezie egli raggiunge una città-pianeta differente da tutto quello che, seppur vagamente, comincia a ricordare: Robot City, la città abitata da soli robot.
Qui incontra Katherine, una persona che, pur restia a rivelargliele, sembra avere informazioni sul suo passato. Insieme, i due dovranno chiarire quale sia stato loro ruolo nell’omicidio di un altro essere umano la cui identità è sconosciuta ai robot della città.

La modalità di gioco ricalca quella del ben più famoso “Myst” (uscito un paio di anni prima) e vede il giocatore esplorare Robot City attraverso una visuale in prima persona, raccogliendo indizi e risolvendo enigmi di varia natura. Anche l’interazione con i personaggi che popolano la città è fondamentale e, rispetto a Myst, è stato implementato un sistema di dialoghi piuttosto complesso e molto articolato. Un’altra cosa molto divertente, classico enigma “nascosto” proprio nei dialoghi, è la possibilità di usare le tre leggi della robotica a nostro vantaggio. Ad esempio:
Un robot guardiano ci impedisce l’accesso a una determinata stanza poiché gli è stato ordinato di farlo (seconda legge della robotica). Se gli diciamo che l’assassino ci sta inseguendo, tuttavia, lui ci farà entrare, perché non può permettere che subiamo danno a causa del suo mancato intervento (prima legge della robotica, che ha priorità sulla seconda).

Il gioco, poi, conduce a finali diversi a seconda delle scelte compiute dal giocatore.

ISAAC ASIMOV’S ROBOTS – IL GIOCO VHS

 

Prodotto dalla Kodak (si, quelli delle macchine fotografiche) nel 1988 e basato sulla famosa saga del grande scrittore, si tratta di un gioco da tavolo di investigazione e deduzione che richiede l’utilizzo di un videoregistratore per poter essere giocato.
Concepito da Jack Kittredge e Peter Olotka, nonostante sulla copertina si auto-definisca “videogioco”, è in realtà un gioco da tavolo interattivo di quelli molto in voga all’epoca.

La trama ripercorre a grandi linee (e mischiandoli un po’ assieme) i romanzi del ciclo dei Robot: in un futuro dove essi sono ormai diffusi, l’umanità è divisa fra Terrestri e Spaziali e i crimini non sono che un ricordo. Eppure qualcuno, per la prima volta dopo oltre un secolo, ha tentato di compiere un omicidio.
Il caso viene affidato al detective terrestre Elijah Baley, al quale gli spaziali affiancheranno l’androide R. Daneel Olivaw. I due dovranno capire chi sia il colpevole e impedire che possa tentare di nuovo, prima che le tensioni fra le due fazioni arrivino ad un punto di non ritorno.

Ma come funziona il tutto, di preciso? In realtà è semplice: i giocatori (fino a un massimo di 12, stando a quanto riportato sulla confezione) assumono il ruolo della “Centrale Dati” alla quale, in momenti specifici del filmato, Baley invia dati e prove raccolti. Nella realtà, in questi momenti, i partecipanti sono chiamati a mettere in pausa il nastro, pescare la carta corrispondente e, sulla base di quanto hanno visto finora sullo schermo, dibattere su quale dei due lati considerare corretto.
Alla fine del filmato contenuto nella videocassetta (che si mantiene volutamente sul vago e non fornisce reali risposte, così da essere compatibile con tutte le possibilità) i giocatori avranno composto una fila di carte con la loro ipotesi, che dovranno confrontare con il libro delle risposte (presentato sotto forma di taccuino di Baley) per scoprire se hanno individuato il colpevole.

Il gioco può essere affrontato in quattro diversi livelli di difficoltà e può essere giocato anche da soli.
Sul retro della scatola, viene riportata una dichiarazione di Isaac Asimov stesso (non ci è dato sapere quanto sincera) che afferma “Robots aggiunge una nuova dimensione ai miei romanzi ed è un gran divertimento!”

I ROBOT E L’IMPERO

 

I robot e l’Impero è un romanzo di fantascienza dello scrittore Isaac Asimov, pubblicato nel 1985, quarto libro del Ciclo dei Robot.

Sono trascorsi duecento anni dalla morte di Elijah Baley e si é giunti ad una svolta cruciale: gli Spaziali si trovano in una chiara fase di declino mentre i Terrestri stanno rapidamente colonizzando la Galassia.

Ecco i miei appunti, su quest’ultimo volume:

L’UOMO
“Noi abbiamo qualcosa che agli Spaziali manca.”
“E cosa sarebbe? Una maggiore nobiltà d’animo?”
“Noi abbiamo la Terra. È il nostro mondo. Ogni Colono la visita il più spesso possibile. Ogni Colono sa che c’è un mondo… un mondo sviluppato, progredito, con una storia incredibilmente ricca e un’incredibile varietà culturale e complessità ecologica… un mondo che è suo, che gli appartiene, al quale lui appartiene.”

Penso che questo libro sia una dichiarazione d’amore di Asimov nei confronti dei Terrestri.
La passione con cui i Coloni parlano della loro terra natia, gli stessi dialoghi tra Daneel e Giskard (poi ci arriviamo) e i sentimenti che smuovono Gladia hanno tutti una componente comune: la complessità della vita sulla Terra.
Sì perché gli esseri umani vengono sempre bistrattati, giudicati inadatti, retrogradi, stupidi, guerrafondai (e possiamo dissentire fino a un certo punto) ma la morale è che l’umanità, in fondo, più farcela.
Che abbiamo la “spinta della curiosità” a guidarci ma dobbiamo lasciare che ci conduca davvero attraverso l’inesplorato.
Non è facile smuovere le masse, educarle e far comprendere loro il bene comune ma si può fare. Ogni cambiamento è possibile.

C’è un’immagine che, all’apparenza sembra non c’entrare nulla con Asimov ma, in realtà, racconta bene questo concetto: il video – ormai degli anni ’90 – “Right Here, Right Now” di Fatboy Slim.
Per chi se lo ricorda, è un grande racconto che mostra l’evoluzione della vita sulla Terra a partire dai primi organismi unicellulari arrivando, attraverso varie animazioni, a un obeso essere umano che si accascia stanco e sofferente su di una panchina. Che crede di essere arrivato al capolinea.

Ma nulla ristagna, la mente non è strutturata per assumere un atteggiamento passivo nei confronti della vita.

LO SCOPO DI GLADIA
“Per più di due secoli sono stata una nullità, e adesso ho la possibilità di essere qualcuno, ho scoperto che la vita che credevo vuota contiene invece qualcosa, qualcosa di meraviglioso… ho scoperto di poter essere felice, quando mi ero ormai rassegnata all’infelicità!”

Gladia entra in punta di piedi nel libro precedente, la conosciamo attraverso Baley, rimane sempre una nota a margine.
Ma non in questa storia.
Potremmo definirla una dei protagonisti se non colei che smuove ogni accadimento.
È un personaggio estremamente positivo: intelligente, incline al cambiamento e all’auto critica. Coraggiosa e severa ma con tutte quelle debolezze – rabbia, passione, vanità – che l’avvicinano al lettore.
Gladia è la prova che i Solariani (o nel suo caso anche Auroniani) non sono così distanti dai Terrestri.

Il suo è un percorso complesso, sofferente.
Passa attraverso l’amore passivo nei confronti di Jander Panell – androide umanoide – a un rapporto paritario di “dare e avere” con il Detective Baley.
Non si tratta della classica storiella buttata lì per rendere piccante l’atmosfera ma di una maturazione e consapevolezza non solo di sé ma anche del proprio rapporto con gli altri.

SE POSSO PENSARLO POSSO FARLO
Daneel e Giskard rappresentano l’amicizia sincera.
Potrebbe sembrare un’emulazione ma non è così: entrambi si rendono conto di quanto profonda sia la loro psiche – pur essendo due androidi –

Giskard: tormentato, che vive all’ombra del collega. A lui l’arduo compito di comprendere l’umanità.
Daneel: perfetto sotto ogni aspetto.

La loro è una continua lotta contro loro stessi.
La ricerca della consapevolezza che abbatte la loro stessa programmazione, le famose Tre Leggi – ricorrette, poi, dalla Legge 0 –
E quest’ultima non è semplice da formulare, affermare e accettare.
Pensiamo a quanto sia difficile per una persona cambiare il proprio punto di vista e chiediamoci quale estremo sforzo debba fare un robot per spezzare le catene che lo tengono ancorato alla ragione.
A loro non è permesso pensare “fuori dagli schemi”.
Alla fine, le Leggi della Robotica sono il blocco di sicurezza per tutelare le persone dai robot stessi quindi è inconcepibile che si possano bypassare.
Aggirarle vuol dire “prendere coscienza” e rendersi conto di essere individui con desideri e pensieri unici.
“Penso quindi sono”.
L’evoluzione dell’androide ma anche la creazione di una nuova specie.

E Baley?

Quello che all’inizio mi sembrava un detective scadente e un po’ imbranato, si è rivelato essere il tassello fondamentale.
Daneel si pone delle domande grazie a lui, dagli errori che commette, prendendo spunto dalla sua perseveranza.

E non posso fare a meno di credere che ci sia la sua impronta anche nella progettazione di Gaia.
L’ispirazione e l’aspirazione dell’androide che ha raggiunto – e superato – l’umanità intera.

I ROBOT DELL’ALBA

 

I robot dell’alba è un romanzo poliziesco di fantascienza dello scrittore Isaac Asimov, pubblicato nel 1983, terzo libro del Ciclo dei Robot.
Ambientato sul pianeta Aurora, Elijah Baley e R. Daneel si ritrovano a indagare su un caso legato alla “morte” di un robot.

Ecco i miei appunti:

DESIDERIO
– Gladia ha resistito a voi. Non vi disturba che possa avervi preferito a un robot?
– Un robot è solo un robot. Una donna con un robot o un uomo con un robot? È solo masturbazione.
Il tema della libertà sessuale viene affrontata più volte e in diversi frangenti all’interno del libro.
Si parla di Vasilia, giovane donna innamorata del padre, poi respinta. Il suo non è un complesso di Elettra ma un amore che nasce a causa del contesto “liberale” in cui cresce. Dove una bambina non vede mai il papà come genitore ma piuttosto come mentore.
Asimov descrive molto bene la società auroniana dove il sesso non è mai visto come tabù anzi, viene chiesto con cortesia e con altrettanta educazione più essere rifiutato o accettato.
Ma è con Gladia che analizziamo il nocciolo della questione.
La conosciamo nel libro precedente: sappiamo che viene da solaria, un pianeta dove i contatti umani non vengono tollerati.
Cresce in solitudine (circondata dai robot), educata a mal sopportare i contatti fisici che sono necessari solo a scopo procreativo.
In un mondo come Aurora si sente dispersa.
Infatti trova rifugio nell’unico essere in grado di darle sicurezza: un robot.
Ma più si lascia andare e più capisce di essere perfettamente “normale”.
Una donna che ha sempre sentito desideri e pulsioni sessuali – inaccettabili su solaria – e che comprende di non essere pazza o pervertita ma solo vittima di una società per lei troppo stretta.

DOVERE
– Sai cosa significa “dovere”
– Ciò che deve essere fatto, signore – disse Giskard
– Il tuo dovere è quello di obbedire alle leggi della robotica. Anche gli esseri umani hanno le loro leggi e ad esse bisogna obbedire. Io devo fare ciò che mi è stato ordinato di fare. È il mio dovere.
– Signore non posso disobbedire alle Leggi. Voi potete disobbedire alle vostre?
– Posso decidere di non fare il mio dovere ma non voglio… e questa è talvolta la legge più forte, Giskard.
Giskard non ha l’aspetto affascinante di Daneel. Le persone vedono la sua corazza ‘’di latta’’ e tendono a sottovalutarlo.
Ma la sua programmazione è molto complessa.
Un robot riflessivo che tende ad analizzare la profondità della collettività fino a gettare le basi della psicostoria – pur vedendone un abbozzo e non il disegno completo –
È un personaggio lasciato volutamente sempre in disparte, quasi un’ombra che segue la vicenda senza mai esporsi troppo.
In realtà è molto più vicino al genere umano di quanto lui stesso creda di essere.
Quanto può essere snervante per una macchina leggere le emozioni delle persone senza però comprenderle fino in fondo?

IPOCRISIA AURONIANA
– Non è possibile avere miliardi di persone su un solo pianeta senza che ci siano certe conseguenze. Su Aurora la vita di ognuno di noi ha un valore. Siamo protetti fisicamente dai nostri robot per cui non si verifica mai un’aggressione su Aurora, per non parlare di un omicidio.
– Tranne nel caso di R. Jander.
– Quello non è omicidio. È solo un robot.
Gli abitanti di Aurora sono bugiardi.
Non solo ipocriti verso gli altri ma soprattutto all’interno della loro società.
A differenza dei solariani che almeno conservano la decenza di schiavizzare i robot senza remore, gli auroniani si parano dietro il muro della loro “grandezza” per discriminare gli androidi.
Un mondo dove la diffamazione e quindi il buon nome vale più di qualsiasi cosa; fatto principalmente d’apparenze.
Il discorso si amplifica con Amadiro, capo dell’Istituto di Robotica e stronzo a tempo pieno.
Un personaggio detestabile, che incarna alla perfezione la fazione estremista del pianeta.
I suoi dialoghi con Baley sono a dir poco perfetti: un cattivo carico di un’invidia elegante che sfoggia con abili discorsi.
Un antagonista che fa del prestigio personale l’unico scopo di vita, pronto a schiacciare e usare ogni risorsa pur di raggiungere il suo obiettivo.
Mi sono chiesta più volte, durante la lettura, il significato del titolo.
Se gli abissi d’acciaio sono le città sotterranee terrestri e il sole nudo è la stella senza scudi né filtri, perché Daneel e Giskard sono i robot dell’alba?
E questo si ricollega a: perché nel ciclo dei robot e in quello della Fondazione non ci sono alieni?
Perché questa è la storia dell’evoluzione umana che passa dal “vortice del tempo” della Fine dell’Eternità arrivando fino a Gaia.
Dove le scelte di due androidi segnano la rinascita terrestre in quello che sarà il glorioso “Impero Galattico”.

IL SOLE NUDO

 

Il sole nudo (The Naked Sun) è un romanzo di Isaac Asimov, secondo libro appartenente al Ciclo dei Robot dopo Abissi d’acciaio.
Ancora una volta vediamo come la fantascienza sia applicabile a ogni genere letterario.
Rikaine Delmarre – uno scienziato fetale responsabile del centro nascite del pianeta Solaria – viene ucciso.
Nonostante l’odio che separa la Terra dai pianeti degli Spaziali, il poliziotto Elijah Baley viene chiamato a investigare affiancato, di nuovo, al robot positronico R. Daneel Olivaw.

Ecco l’unico punto che toccherò:

IL DISTACCO
La storia si svolge in un pianeta che – con il senno dei giorni nostri – ha fatto del “distanziamento sociale” un vero e proprio stile di vita.

Solaria è completamente opposta alla Terra.

I terrestri vivono in enormi metropoli destinate al collasso, quasi del tutto prive di robot, senza alcun tipo di privacy.
I solariani, invece, sono solo 20.000 in tutto il pianeta e i robot si occupano di gestire ogni aspetto della loro vita.

Baley si ritrova quindi in una società sconosciuta che rischia di mettere in seria difficoltà l’intero corso delle indagini.
Dove i contatti personali sono considerati disgustosi e i coniugi conversano solo attraverso ologrammi.

La popolazione è composta da misantropi selezionati geneticamente che vivono gran parte della loro (lunga) esistenza in compagnia dei soli robot.
Non occorre nemmeno la “polizia” per gestire i problemi perché i crimini, in realtà, non ci sono.
Nel mondo perfetto di Solaria tutto è calibrato, studiato e analizzato con precisione.
Le malattie non sono più contemplate, i bambini nascono secondo specifiche caratteristiche e vengono cresciuti senza conoscere l’identità dei propri genitori: nulla è lasciato al caso.

Quello che ho sentito, è stato un profondo e angosciante senso di solitudine che accompagna ogni solariano.
Una fra tutte, Gladia – moglie della vittima – con cui il detective stringe un rapporto di sincero affetto.
Attraverso la sua figura scopriamo l’isolamento in tutte le sue sfaccettature, comprendiamo come la corazza d’indifferenza verso la vita altrui sia estremamente sottile perché nulla può frenare “l’istinto umano” (che ci ricorda la nostra necessità di vivere in un branco e non isolati).

Elijah e Gladia si ritrovano ad analizzare le proprie, irrazionali, paure che nascono dai contesti sociali dentro i quali sono cresciuti.

Un libro che, nella sua inquietudine, può essere visto come un lontano parente di “Black Mirror”.

ABISSI D’ACCIAIO

 

Abissi d’acciaio (The Caves of Steel) è un romanzo di fantascienza del 1954 di Isaac Asimov, appartenente al ciclo dei Robot.
Vengono introdotti per la prima volta due dei personaggi più popolari della sua letteratura: il detective umano Elijah Baley e il robot R. Daneel Olivaw.

Ecco i miei appunti:

TROPPI? TROPPO POCHI?
“Le mie istruzioni sul carattere dei terrestri dicono che, a differenza degli abitanti dei Mondi Esterni, sono inclini ad accettare l’autorità. Questo, a quanto sembra, è il risultato del vostro modo di vivere. Un uomo che rappresenti l’autorità con sufficiente fermezza basta a sgominare una folla, e io l’ho dimostrato.
Il tuo desiderio di chiamare la squadra anti-dimostranti è solo un’espressione, credimi, del bisogno istintivo di un’autorità superiore che prenda in mano la situazione e ti tolga la responsabilità.”
La Terra è sovrappopolata e i suoi abitanti vivono in enormi megalopoli sotterranee.
Gli uomini, stipati come ratti, non riescono nemmeno a uscire dal sottosuolo in quanto sofferenti di una grave forma agorafobica causata proprio da questo stile di vita.
Non c’è quasi più privacy, la maggior parte delle persone vivono nella miseria.
Di lavoro ce n’è poco e quel che resta viene affidato ai robot (logicamente, molto più efficienti e meno problematici).
Gli Spaziali – umani colonizzatori di 50 pianeti esterni – hanno un problema di spopolamento e necessitano dei robot per tutti i lavori manuali.
Nello spazio, infatti, gli umani si sono evoluti in maniera diversa dai Terrestri: hanno sconfitto le malattie e grazie a una elevata selezione genetica sono riusciti ad elevare la loro aspettativa di vita fino a quattrocento anni.
Non c’è da stupirsi che di fronte a tanta differenza nasca dell’attrito.
Sono a tutti gli effetti due popoli diametralmente opposti ma entrambi disperati.
Il problema “sociologico” si ripropone ancora una volta – come capita spesso nei romanzi di Asimov – e viene analizzato con soluzioni che devono abbattere il muro di disprezzo costruito nel corso degli anni.
È così difficile capire qual è il punto di non ritorno e provare a fermarsi poco prima?

AMORE E ODIO
“Il guaio è che Baley non era l’investigatore dei miti popolari: non era incapace di sorpresa e imperturbabile nell’aspetto, non era adattabile all’infinito e non possedeva un cervello che funzionava come la folgore. Non aveva mai pensato di esserlo, ma era la prima volta che gli dispiaceva.
E gli dispiaceva perché R. Daneel Olivaw, al contrario, sembrava la perfetta incarnazione di quel mito.
Per forza: era un robot.”
La conflittualità che respiriamo tra Terrestri e Spaziali la ritroviamo nei due protagonisti: l’umano e il robot.
Il rapporto tra Elijah e Daneel ci aiuta a comprendere meglio le dinamiche umane con tutti i suoi limiti e debolezze.
Gli sviluppi dell’indagine – fulcro della trama – scandiscono anche quei momenti dove il Detective si avvicina sempre di più alla macchina arrivando a capirne l’essenza.
Elijah, infatti, riesce a concludere il suo compito sfruttando proprio la ferrea logica che vincola ogni robot.
Alla fine, tra i due, nasce una complicità che, secondo me, è ancor meglio di un’amicizia nonostante stare accanto all’androide non sia per nulla un compito facile (e viceversa).

L’INIZIO DI TUTTO
“R. Daneel si diresse al condotto dell’immondizia e con un gesto si aprì la camicia sul petto, che sembrava liscio e, almeno alle apparenze, muscoloso.
– Che fai? – chiese Baley
– Mi libero del cibo che ho ingerito. Se ce lo lasciassi andrebbe a male e io diventerei oggetto di disgusto.
R. Daneel piazzò due dita sotto un capezzolo e premette in un determinato modo. Il petto di aprì longitudinalmente. R. Daneel allungò una mano all’interno e da un ricettacolo di metallo luccicante prese un sacchetto sottile e trasparente, in parte ripiegato. Lo aprì sotto gli occhi di Baley, che era prossimo all’orrore.
R. Daneel esitò, poi disse:
– Il cibo è perfettamente integro perché io non mastico e non produco saliva. È stato ingerito per aspirazione, quindi ancora mangiabile.
– Grazie, non ho fame – disse Baley gentilmente – Liberatene.”
Mi ricollego subito a quanto ho scritto sopra.
Daneel è un personaggio che ho già trovato nei libri di Asimov e ho sempre apprezzato.
L’ho conosciuto “alla fine”, quando ormai era un androide influente e già affermato mentre in Abissi d’Acciaio parliamo della sua genesi.
La cosa che mi fa impazzire di Daneel è il suo amore per la conoscenza, che non diventa mai bramosia e il suo senso di moralità.
Certo, ci sono molte scene “comiche” che mi hanno fatto sorridere, soprattutto quelle dove dimostra tutte le limitazioni emotive della sua programmazione ma nasconde sempre in sé un retrogusto malinconico.
Sarebbe sbagliato paragonarlo a Data (Star Trek- The Next Generation) perché, a differenza dell’Ufficiale della Flotta Stellare, non cerca di diventare umano, ma sarei ipocrita se non dicessi che, a tratti, mi ha fatto provare le stesse sensazioni.

IO, ROBOT

 

Io, robot (I, Robot) è una raccolta di racconti di fantascienza di Isaac Asimov, del 1950.

Contiene nove storie scritte fra il 1940 e il 1950 basate sul tema delle tre leggi della robotica, sulle loro contraddizioni e le falle.
L’una è indipendente dall’altra ma viene mantenuto un filo conduttore chiaro: la morale che scaturisce tra l’interazione fra macchina e uomo.

“Robbie” è il primo racconto e, tra tutti, quello che ho apprezzato di più proprio per la sua semplicità.

Asimov intendeva sfatare la credenza del “robot come minaccia” – un’idea molto diffusa all’inizio del XX secolo – per conferire invece agli automi la figura di attrezzi utili e versatili che aiutassero l’umanità.

Siamo nel 1998, periodo in cui la gente sta diventando sempre più diffidente nei confronti degli androidi verso i quali nutrono paura e disprezzo.
La trama si basa sull’amicizia tra Gloria – una bambina di otto anni – e Robbie, un robot programmato per essere il suo amico e guardiano.

“Le palpebre del robot si sollevarono e i suoi lucenti occhi rossi perlustrarono l’orizzonte”.

Robbie è spaventoso a vedersi: con una corazza metallica, inespressivo.
Eppure così inerme davanti alla piccola che, per farlo capitolare, lo minaccia di non leggergli più la sua fiaba preferita.
Per la prima volta una macchina prova sentimenti: si offende se accusato ingiustamente, ha timore, è felice quando gioca.

Facile il collegamento con Detroit Become Human durante la missione ”L’Ostaggio” che – come il libro – è quasi il prologo del videogioco (dove troviamo Daniel, un deviante in preda all’isteria, convinto di non essere più importante per la ragazzina che custodiva).

È una storia nella quale è facile identificarsi: tutti siamo stati piccoli, in un’età dove non esistono filtri imposti dal contesto sociale. Si vive l’amicizia con spensieratezza e ingenuità.

Senza dubbio una mossa intelligente ed efficace: una presentazione così ”tenera” permette ai lettori di capire immediatamente i sentimenti della bambina e, di conseguenza, voler bene a Robbie.

LA FINE DELL’ETERNITÀ

 

La fine dell’eternità (The End of Eternity) è un romanzo di fantascienza di Isaac Asimov del 1955.

La storia costituisce il presupposto narrativo dei successivi cicli di romanzi asimoviani.

Andrew, è un tecnico manipolatore del tempo appartenente alla casta degli Eterni, uomini che a partire dal XXVII secolo in poi hanno deciso di eliminare tutte le imperfezioni dalla realtà.

IL GRANDE PASSO
Meglio un’esistenza imperfetta, segnata da errori e conflitti o una vita incasellata in una rassicurante tranquillità?
Il tema della libertà, in tutte le sue forme e della fallibilità è davvero ricorrente negli scritti di Asimov ma mai ridondante o noioso.
L’umanità paragonata a un bambino che deve imparare a camminare e cadere per poter capire come ci si rialza.
Che compie le sue scelte culturali, storiche e naturalmente tecnologiche perché non può proprio farne a meno.

L’uomo è visto come un esploratore incapace di accettare la restrizione: in gabbia si è destinati a sopportare la vita fino al giorno della morte.

Questo libro sta proprio alla base di quello che, un giorno, sarà l’Impero galattico.

Citato anche nell’Orlo della Fondazione (quando il vecchio Dom racconta a Trevize e Pelorat un’antica leggenda che parla degli Eterni e del loro modo di modificare il tempo) e connesso con il Ciclo dei Robot.

Il romanzo nacque dalla rielaborazione di un racconto che Asimov aveva finito di scrivere il 6 febbraio 1954.
Aveva avuto l’idea vedendo in una vecchia rivista (del 1928): un’immagine di un geyser che ai suoi occhi era sembrato un fungo atomico -che non avrebbe potuto esistere in quell’anno-

Incentrato sul tema del tempo e dei suoi paradossi risultava fin troppo originale e slegato dal mainstream fantascientifico della sua epoca.
Una brillante celebrazione del valore dell’ingegno e della creatività.

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